Something's changed (oh, my Boggart!)
 

#03

Dicembre 1995

 

Sirius stava frugando nelle vecchie scatole, quelle in cui aveva sempre tenuto nascosti i suoi tesori. Era incredibile come in tutti quegli anni, tutte quelle cianfrusaglie fossero sopravvissute alla rabbia di sua madre; credeva non le avrebbe più trovate se un giorno fosse tornato lì, nella sua vecchia casa, convinto che sua madre le avesse distrutte o molto più semplicemente buttate. Ed invece erano lì, che, beffarde, facevano bella mostra di loro stesse, facendogli venire voglia di aprirle e immergersi nei ricordi.

Vinto dalla nostalgia, prese una scatola particolarmente polverosa e, dopo aver sollevato la polvere sul coperchio con un soffio, l’aprì, venendo travolto dal primo ricordo che quella scatola custodiva gelosamente da anni.

Oh Sirius, smettila una buona volta! Metti via quell’aggeggio!

La prima foto ritraeva James, abbracciato alla sua Lily: erano felici e ridevano allegramente, fino a quando Sirius non aveva deciso di andarli a disturbare con la sua macchina fotografica. Sentiva ancora le urla di protesta di Lily, perché non voleva che Sirius li fotografasse.

Non è bello? Ha ripreso tutto dal suo papà!

Nella seconda, James teneva in braccio il piccolo Harry; sembrava felice ed orgoglioso del piccolo fagotto che stringeva a sé. Ed anche Harry rideva felice: nessuna cicatrice sulla fronte immacolata, solo gli occhi grandi e brillanti che guardavano l’obbiettivo con curiosità. E poi lì, a sostenerlo, c’era suo padre, il padre che non aveva mai conosciuto.

Ah, ma dai! Non vi smentite mai voi due!

Nella terza, lui e Remus guardavano l’obbiettivo e salutavano, un momento prima di baciarsi; ricordava bene le parole scherzose di James ogni volta che li beccava a scambiarsi baci e coccole.

Sirius sospirò pesantemente, mentre scuoteva la testa come per scacciare una mosca fastidiosa; decise di smettere di ricordare, perché faceva troppo male.

Chiuse la scatola e la ripose dove l’aveva trovata, lasciandola alla polvere e alla muffa: che il tempo la distruggesse, non voleva più quei ricordi felici che lo facevano star male più di quelli tristi. Troppe cose erano cambiate e gli sembrava quasi che quelle foto appartenessero a qualcun altro, a qualcuno a cui non era stato tolto il proprio migliore amico, qualcuno a cui non avessero sottratto dodici anni di vita: qualcuno che non era lui.

Uno giorno di questi, le brucerò, pensò l’uomo, prima di uscire dalla stanza, lanciando un’ultima occhiata alla scatola.

~~~

“E’ strano vederti qui, ultimamente sei sempre occupato.” Brontolò Sirius, guardando stranito l’uomo che era appena entrato in casa, seguito dai saluti dei presenti e dagli strepiti del dipinto nell’ingresso.

“Ho pensato di venire a vedere se il cucciolo si comportava bene.” Ridacchiò quello, sedendosi accanto a lui e guardandolo divertito. Sirius si limitò ad alzare un sopracciglio, per poi scuotere la testa, senza commentare ciò che l’altro aveva detto.

Remus sbuffò, continuando a mantenere il sorriso, stavolta meno divertito, più stanco e molto amaro. “Pensavo di passarla qui, la prossima luna piena. Non ci sarà nessuno.”

“A parte me…”

“Già, a parte te.”

Sirius si alzò, dirigendosi verso la finestra; una volta raggiunta, guardò fuori: era già notte e la luna brillava per tre quarti. Era frustrante poter vedere il mondo solo attraverso quel vetro spesso e deformato che distorceva le immagini del mondo fuori: gli sembrava di stare ancora in gabbia, guardando la luna riflessa sulla superficie tremolante di una pozza d’acqua.

“Fa come vuoi.” Borbottò, rimanendo di spalle all’altro, mentre gli strilli del dipinto di sua madre cessavano, finalmente.

~~~

Padfoot si accucciò vicino all’uomo steso a terra, mentre dalla finestra la luce mattutina irrompeva nella stanza, rendendo l’ambiente circostante etereo, come un sogno. Era stata una nottata tranquilla, il cane nero ne aveva viste di peggiori, ma non poteva evitare di preoccuparsi per Remus; lo osservava con i suoi occhi canini, sentiva forte il suo odore, udiva distintamente il suo respiro regolare. Gli era sempre piaciuto osservare Remus, ma quand’era trasformato in cane, alcune cose si amplificavano, lasciando in secondo piano altre: per esempio l’odore della pelle di Remus passava in primo piano, rispetto al suo innaturale pallore. Se si avvicinava un po’ di più, riusciva a sentire il battito del suo cuore, mentre già distingueva i suoni del risveglio: il fruscio dei capelli sul braccio, il palmo della mano che passava lievemente sul pavimento; piccoli particolari che Sirius non avrebbe notato, troppo intento a guardare il volto rilassato di Remus, ma che a Padfoot non passavano inosservati, perché a lui piacevano.

Remus aprì gli occhi e, dopo qualche momento per mettere a fuoco le idee e ciò che aveva davanti, guardò il grosso cane che si era accucciato accanto a lui. Gli ricordava i vecchi tempi; gli sorrise e allungò una mano, sfiorando il pelo sul muso.

“Non era necessario che mi tenessi compagnia.” Mormorò, mentre accarezzava la testa del cane, che agitava la coda freneticamente. “Ma ti ringrazio, è stato bello sentirti vicino, ancora una volta.”

Il cane uggiolò e si avvicinò all’uomo, lasciando che le sue braccia stringessero il corpo canino; quando ciò avvenne, Sirius tornò in forma umana e abbracciò Remus a sua volta. Poggiò la testa sulla sua spalla e chiuse gli occhi, tornando per un momento indietro nel tempo, quando ogni mattina dopo la luna piena, si stringevano l’uno all’altro, in quello stesso modo, per riposare qualche ora, prima che il giorno avanzasse con prepotenza. Era tutto come allora: solo loro due in una stanza, tutto il resto del mondo non esisteva.

No, non era tutto come allora; c’erano solo loro nella stanza, volendo nemmeno il mondo esisteva, ma c’erano troppe cose diverse: troppe rughe sul volto del ragazzo che amava, troppe cicatrici nei loro animi, troppi ricordi di persone che erano state strappate via dal mondo, quel mondo che egoisticamente lui voleva tener fuori, che loro volevano tener fuori.

Sirius riaprì gli occhi, fissandoli in quelli di Remus. “E’ stato bello fingere di tornare indietro nel tempo.”

L’uomo di fronte a lui sorrise, tristemente. L’altro passò una mano fra i suoi capelli, tirandoli indietro con gentilezza, carezzandoli dolcemente. “Grazie per avermi fatto tornare indietro.”

~~~

Era una delle solite, noiose riunioni dell’Ordine, quelle durante le quali ogni membro tornato da una qualche missione faceva rapporto e solitamente non c’era niente da dire, visto che la maggior parte delle missioni facevano buchi nell’acqua.

Sirius brontolò qualcosa sotto voce, dal suo angolo in disparte; se almeno fossero notizie interessanti, di un certo calibro forse sarebbe stato anche interessato nell’ascoltare ciò che ciascuno aveva da dire. Ma in quel modo, come poteva essere interessato a sentir parlare di posti che non poteva vedere, di persone che conosceva solo per nome? Al massimo, poteva sentirsi frustrato per il fatto di non poter assolutamente partecipare a quelle missioni, per motivi ovvi. Per non parlare invece delle occhiate ironiche che gli lanciava quel viscido serpente di Snape; se solo non ci fosse stato presente anche Silente, oh, gliel’avrebbe fatta vedere lui: sapeva ancora molto bene come si facevano i dispetti, ma sapeva anche molto bene che non era più un ragazzino e che i dispetti alla sua età non erano più giustificati dall’immaturità, oltre ad essere decisamente ridicoli.

Improvvisamente, Silente si alzò in piedi, attirando di nuovo l’attenzione di Sirius verso il discorso.

“Bene, Remus: è tutto nelle tue mani, allora.” Disse, in tono grave, mentre osservava Lupin al di sopra delle sue lenti a mezza luna.

Remus annuì e si alzò, forse per prepararsi, forse per riposare un po’ prima di ripartire.

Sirius lo guardò uscire fuori dalla stanza, con espressione torva ed accigliata, come quella di un bambino a cui era stato tolto il giocattolo preferito.

~~~

Era arrivato il Natale e finalmente Harry era di nuovo a casa; ovunque Sirius si girasse vedeva teste rosse sbucare da ogni angolo e non si era mai sentito così felice di vedere tutti quei Weasley in tutta la sua vita; poi c’era anche Remus, lì, sempre nel solito salotto, intento a fissare la libreria (e ovviamente, il suo contenuto); solitamente, quando non era con Harry e Ron, anche Hermione rimaneva incantata a fissare i libri. E Sirius non poteva fare a meno di ridere come un pazzo, perché quei due insieme erano davvero spassosi.

Sirius si sentiva felice ed entusiasta di tutta quella gente; andava avanti ed indietro per la casa, addobbando tutto ciò che si poteva addobbare, cantando canzoni natalizie che solitamente coinvolgevano anche Buckbeak o chiunque altro gli venisse in mente. Una volta si era anche messo a cantare una canzoncina su Kreacher, tant’era felice.

Sirius Black era l’uomo più felice del mondo, durante quel Natale e di sicuro non aveva paura di uno stupido Molliccio nascosto in una delle vecchie scatole polverose della soffitta.

Stava giusto frugando lì dentro, per far vedere ad Harry delle foto dei suoi genitori, quando incappò nella scatola sbagliata. “Eppure ero sicuro fosse qui… Ah, eccola, Harry! Qui, qui ci sono quelle foto!” Esclamò, afferrando lo scatolone e tirandolo verso di sé, mentre il suo figlioccio si avvicinava a guardava oltre la sua spalla. Aprì la scatola senza aspettare un momento di più e, se l’avesse fatto, si sarebbe accorto del suo strano sobbalzare.

Non appena vide ciò che ne era venuto fuori, si alzò di scatto in piedi, fissando incredulo la scena che  si svolgeva davanti ai suoi occhi: Remus lo guardava con un sorriso gentile, mentre si alzava in piedi.

“Remus?” Mormorò l’uomo, sorpreso, mentre alle sue spalle Harry aggrottava le sopracciglia senza capire cosa fosse successo.

L’espressione di Remus cambiò improvvisamente; si accasciò a terra, in un muto grido, mentre il suo corpo veniva scosso da violenti spasmi e la sua espressione mutava in una grottesca maschera di dolore.

Sirius ed Harry capirono che in qualche strano modo, Remus era stato colpito dalla maledizione Cruciatus.

“Remus! No…” Riuscì a mormorare Sirius, incapace di far altro che fissare orripilato l’altro uomo che si contorceva per il dolore.

“E’ un Molliccio, Sirius, è un Molliccio!” Gridò Harry, alle sue spalle, aggrappandosi al suo braccio.

Remus finalmente smise di dimenarsi, riprese fiato e, prima che Sirius potesse tranquillizzarsi e capire che Harry aveva ragione, un lampo di luce verde colpì Lupin, che cadde in avanti, a peso morto. Sirius gridò con tutto il fiato che aveva in gola, prendendosi la testa fra le mani, mentre improvvisamente il corpo senza vita di Remus si trasformava nel cadavere di James, in quello di Lily, in quello di Harry.

Come era successo tanti anni prima, quando aveva affrontato un Molliccio ed era rimasto sorpreso di non vederlo trasformare in sua madre, Sirius cadde all’indietro, mentre una figura si frapponeva fra lui ed la creatura; per un momento non capì più nulla, era solo convinto che Remus e Harry fossero morti, come James e Lily tanti anni prima. Poi focalizzò la figura davanti a sé e notò l’espressione preoccupata di Harry.

~~~

Sirius fissava distrattamente le fiamme nel camino, ascoltando il loro vivace scoppiettio, mentre Harry lo guardava preoccupato, insieme a Molly; la donna gli si avvicinò, porgendogli una tazza di tè caldo, che lui rifiutò. Mentre poggiava la tazza sul tavolo, la porta della cucina si aprì, rivelando la figura snella di Remus; i due uomini si guardarono a lungo, senza dire una sola parola. Poi Remus pregò gentilmente Harry e Molly di lasciare la stanza e si sedette di fronte a Sirius, una volta che la porta fu chiusa.

Aspettò.

Sperava che Sirius dicesse qualcosa riguardo ciò che era appena accaduto.

Ed aspettò.

Sirius lo guardò per qualche momento, poi distolse lo sguardo e sbuffò. “Harry penserà che sono uno smidollato.”

“Harry sa bene che di fronte alla paura si può reagire con sangue freddo così come si può perdere il controllo. E’ solo preoccupato per te.” Disse Lupin, afferrando la tazza di tè che Sirius aveva lasciato da parte ed avvicinandosi a lui, porgendogliela nuovamente.

L’altro uomo guardò prima lui poi la tazza, poi di nuovo lui. “E’ stupido, vero?” Chiese, mentre prendeva  la tazza fumante e beveva un sorso.

Remus non rispose.

“Voglio dire…” Sirius bevve un altro sorso, come per prendere tempo ed organizzare le idee. “E’ stupido che dopo tutto questo tempo, dopo tutto quello che ho passato, abbia ancora paura di uno stupido Molliccio.”

Remus sospirò, guardando distrattamente le lingue di fuoco che salivano su, nel camino; sentì Sirius sbuffare di nuovo, un attimo prima di trovarselo davanti, in piedi che lo fissava negli occhi; la tazza di tè abbandonata sul tavolo, ancora fumante. Gli occhi di Sirius erano puntati nei suoi ed erano intensi.

“Sono un bugiardo, Remus, perché io non ho paura di un Molliccio.” Disse l’uomo dai capelli neri, mentre afferrava le spalle dell’altro e continuava a fissarlo negli occhi con decisione e preoccupazione. “Io non ho paura di un Molliccio. Ho paura che un giorno di questi non ti vedrò tornare da una di quelle stupide missioni senza senso!” Scrollò Remus, poggiò la testa contro le sue spalle e lo abbracciò, scosso dalla paura, dall’agitazione.

Remus rimase immobile, perché dopo che si erano rincontrati più di un anno prima, alla Stamberga, quella era la prima volta che si abbracciavano e lui era felice di quell’abbraccio così disperato; era felice che Sirius ancora si preoccupasse per lui, che significasse ancora qualcosa per lui.

Sirius lo allontanò improvvisamente; scosse la testa, senza osare alzare lo sguardo. “Scusa, non sono più un ragazzino, dovrei smetterla di comportarmi in questo modo.” Uscì dalla stanza troppo velocemente. Remus non fece in tempo a fermarlo; rimase a fissare la tazza di tè, poggiata sul tavolo, che ormai non fumava più.

~~~

“Come sta?” Harry (in quel momento più simile che mai a suo padre) lo guardò con apprensione, distogliendo lo sguardo dai suoi amici non appena Remus mise piede nella stanza.

L’uomo gli sorrise. “Pensa sempre che tu lo ritenga un incapace.” Mormorò, passandosi stancamente una mano fra i capelli.

“Non penserei mai una cosa del genere di Sirius!” Disse con decisione Harry, alzandosi in piedi e stringendo i pugni. “Lui dovrebbe saperlo.”

“Lo sa.” Borbottò l’uomo, facendo un veloce sorriso e poi sedendosi su una poltrona, sospirando silenziosamente. Per un momento il silenzio regnò sovrano nella stanza.

“Sirius deve tenere molto a lei, Professore.” Mormorò Hermione, rompendo l’incanto. Remus le rivolse uno sguardo veloce; non rispose in alcun modo: quella non era una domanda.

“E’ logico. E’ come… come se noi ci rincontrassimo dopo tanto tempo, in un periodo pericoloso.” Le parole di Ron scivolarono addosso all’uomo seduto sulla poltrona, senza sortire nessun effetto.

“No. La paura di Sirius è la paura di chiunque: è la paura di veder soffrire le persone che si amano, di vederle morire.”

Remus guardò Harry e gli sembrò di rivedere James, in quel giorno di tanti anni prima, quando il Molliccio di Sirius si era trasformato nel lupo. E come allora, Harry gli sembrò la Verità fatta persona.

~~~

A notte fonda, qualcuno scivolò silenziosamente lungo i corridoio tetri di casa Black; si udì chiaro il lieve rumore di una porta che veniva aperta, poi richiusa. Passi felpati camminavano sul pavimento gelido, mentre una figura scura si avvicinava al letto.

Remus rimase immobile davanti al giaciglio su cui riposava Sirius; restò a guardare la figura rannicchiata sotto le coperte: non sembrava un uomo, Sirius era rimasto sempre un ragazzo, come se quei dodici anni ad Azkaban non fossero mai esistiti, come se avesse saltato a piè pari tutti quegli anni, cosa che era realmente accaduta, visto che ad Azkaban Sirius non aveva mai vissuto davvero.

In quel momento, però, Sirius sembrava più che altro un bambino che tentava disperatamente di sottrarsi ai mostri che si nascondevano nel buio di quella casa, che indubbiamente ne ospitava molti per lui.

Remus si inginocchiò accanto a letto e accarezzò leggermente i capelli dell’altro, guardando il suo viso da vicino. Gli occhi di Sirius si aprirono di scatto e con altrettanta velocità l’uomo afferrò il polso del suo assalitore. I due rimasero a guardarsi a lungo nell’oscurità.

“Che ci fai qui?” Chiese Black, lasciando il polso dell’altro, sedendosi sul letto e voltandosi di spalle.

“Non lo so.” Rispose sinceramente l’altro, con un sorriso che si udiva chiaramente nella voce. Sirius si voltò a guardarlo con un sopracciglio sollevato, con quell’eleganza che sembrava non averlo mai abbandonato, nemmeno quand’era pelle e ossa.

“Non lo sai?” Borbottò, voltando il corpo verso l’uomo che gli stava di fronte.

Remus scosse la testa, chiudendo gli occhi. Sospirò: non sapeva cosa ci facesse lì; forse era per colpa di un incubo di cui ricordava poco; forse era lì perché le parole di James, quelle che gli aveva ripetuto Harry quel pomeriggio, gli risuonavano ancora nella testa; forse era lì perché voleva esserci.

Una mano toccò la sua guancia: era fredda e ruvida. La mano di Sirius non lo era mai stata.

Remus aprì gli occhi e si corresse: la mano di Sirius non era mai stata fredda e ruvida, ma ora lo era diventata. Sorrise, chiudendo di nuovo le palpebre e sfregando la guancia contro la mano dell’altro uomo.

“Sai, Remus…” bisbigliò Sirius, di nuovo steso sul letto a guardare l’altro. “Ho paura di perderti di nuovo, non perché ho paura di rimanere solo… Beh, anche per questo.” Brontolò, facendo sorridere Remus. “Ma soprattutto perché non sopporterei l’idea di lasciarti andare senza farti sapere che non ho mai smesso di amarti.”

Lupin aprì gli occhi, afferrando la mano che gli carezzava la guancia e stringendola forte. “Lo immaginavo.” Sorrise.

Anche Sirius sorrise e i due rimasero a guardarsi per diversi minuti, con le mani che si stringevano forti.

“Puoi rimanere qui, se vuoi, stanotte.” Sussurrò l’uomo steso sul letto.

“Solo se ascolterai ciò che ho da dirti, senza pensare che io sia diverso.”

Sirius non capì, ma lasciò che Remus si infilasse sotto le coperte e si stringesse a lui.

Ancora una volta, l’uno fra le braccia dell’altro, dividendo lo stesso letto, gli stessi sentimenti, come tanti anni prima.

“Io ti ho sempre amato, Sirius.”

Quelle erano le parole che da sempre Black voleva sentire, erano le parole che sperava e che aveva temuto, le parole che avevano tradito la spia, le parole che non erano state dette quella volta, anni prima, quando per la prima volta avevano diviso lo stesso letto.

Sirius sentì il suo cuore farsi più leggero ed il sorriso comparire sulle sue labbra a scapito dei suoi sforzi di tenerlo nascosto.

“Avrei dovuto saperlo.”

 

 

Fine

Capitolo II

 


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