Don't panic
 

 

Day one: Sunday

 

Era davanti allo specchio del bagno e si guardava incredulo: i capelli lisci e morbidi erano sempre dello stesso colore, solo che erano più lunghi e gli arrivavano fin sotto le spalle; i lineamenti del suo viso si erano addolciti; le sue mani erano piccole e delicate ed il suo corpo… Santo Godric, non poteva sopportare la vista del suo corpo, o meglio, del suo nuovo corpo! Tutte quelle curve (non che ce ne siano molte, in effetti, pensò amaramente, mentre si metteva una mano sul fianco tornito, ma ossuto) su quello che avrebbe dovuto essere il suo corpo, quindi il corpo di un ragazzo, erano… raccapriccianti.

Remus continuava a fissarsi allo specchio, ancora completamente vestito e temeva il momento in cui la sua onnipresente coscienza avesse fatto capolino da qualche parte, ricordandogli che il bagno non era solo suo e fuori c’erano altri tre ragazzi che aspettavano di usarlo.

Remus aveva bisogno di una doccia. Urgente. La pozione che gli era finita addosso l’aveva reso appiccicoso ed iniziava a puzzare di qualcosa di più stucchevole del miele, forse era marzapane. E a lui il marzapane non piaceva. Perché non poteva essere cioccolata? La cioccolata l’avrebbe retta per dieci giorni… si sarebbe lavato a pezzi, ma senza farsi la doccia, quindi senza doversi spogliare. Se fosse stato odore di cioccolata quello che aveva addosso. Ma non era quello l’odore: era marzapane e gli faceva schifo: quindi doveva farsi la doccia, altrimenti avrebbe vomitato il pranzo di due Natali prima.

Ma come faceva a farsi la doccia? Oh, non che non conoscesse il modo in cui la gente comune si fa una doccia, ma come faceva lui a farla con quel corpo? Non poteva nemmeno pensare a quello che aveva in mezzo alle gambe, o meglio, a quello che gli mancava in mezzo alle gambe, che subito si sentiva avvampare. Come poteva spogliarsi?

Remus continuava a guardarsi allo specchio, rosso in viso, e a chiedersi se la ragazza che gli stava di fronte si sarebbe sentita in imbarazzo se lui l’avesse spogliata… Stupido, quella sei tu, pensò.

Ma non era incoraggiante, anzi, era piuttosto deprimente quel pensiero; era sconcertante, era una cosa improponibile. E lui ci si trovava dentro. Letteralmente!

Con un sospiro frustrato, sfuggito dalle sue labbra che mai erano state così rosse, chiuse gli occhi e si disse che doveva farlo… Tanto comunque avrebbe dovuto spogliarsi per togliersi quei vestiti appiccicosi e puzzolenti (di marzapane, che schifo). Si tolse la giacca della divisa senza esitazioni, sfilandosi con un gesto elegante la cravatta e liberandosi con un paio di calci della scarpe; rimanendo in equilibrio prima su un piede, poi sull’altro si tolse anche i calzini. I suoi piedi erano piccoli, proporzionati al suo corpo di ragazza, ed in effetti le scarpe gli andavano larghe; ci avrebbe fatto un incantesimo per restringerle. Poi, arrossendo, si slacciò i bottoni della camicia, iniziando dai polsi; esitante, portò le mani al collo, facendole scorrere velocemente sui bottoni (ringraziò il cielo d’avere la canottiera, non si sentiva ancora psicologicamente pronto a vedersi con il seno). Facendosi forza, si sfilò la camicia e rimase a guardare le due protuberanze sul suo petto, che erano più che evidenti dalla canottiera. Strano, fu la prima cosa che pensò prima di toccare il seno destro con un dito esitante. Morbido, pensò subito dopo aver poggiato il dito sulla stoffa ed aver premuto delicatamente. Sembra un budino, pensò, infine, poggiando l’intera mano sul suo seno. Un momento dopo, la ritrasse con un gesto brusco ed arrossì furiosamente. Non avrebbe dovuto fare quelle cose a quel corpo, non era suo… oh, cavolo, certo che era suo! Poteva farci quello che voleva, per Merlino!

Con questa nuova convinzione e le guance ancora imporporate, si tolse con decisione la canottiera, rimanendo a guardare il petto nudo, tramite lo specchio che aveva di fronte. Non aveva mai visto così chiaramente il seno di una ragazza; aveva solo intravisto qualcosa quando, due anni prima, era uscito con quella Corvonero del quinto anno. Non che l’avesse fatto apposta, ma, mentre lei lo baciava in un angolino in disparte, si era slacciata la camicia e lui aveva dato una sbirciatina, come, era sicuro, avrebbe fatto qualunque essere di sesso maschile in una situazione del genere. Ma non aveva visto granché e non era nemmeno sicuro di voler vedere di più, ad esser sinceri.

Con un altro sospiro, iniziò a togliersi la cintura e poi i pantaloni, che si erano tenuti su fino a quel momento, oltre che per la cintura, anche grazie ai suoi fianchi rotondi: era magro, da ragazza, molto più magro di quanto lo fosse da ragazzo. I pantaloni scivolarono lungo le sue gambe, assolutamente non maschili, e lui rimase a fissare quasi divertito quella ragazza che indossava delle mutande da maschio. Era buffa e Remus quasi rise, un attimo prima di ricordarsi che quella ragazza era lui. Allora tutto divenne ridicolo e lui sbuffò, mentre si toglieva anche quell’ultimo indumento. Tornò a guardare il suo riflesso allo specchio: le spalle strette, i seni, piccoli e tondi (quei budini sul mio petto), la vita stretta e la pancia piatta (lì si accorse che una cosa almeno non era cambiata: gli si vedevano chiaramente le ossa) ed i fianchi tondi. Non ebbe il coraggio di spostare lo sguardo più giù: era il suo corpo e, cavolo, era proprio quello il problema! Non voleva avere quella cosa al posto del suo… coso.

Moooony! Ti vuoi dare una mossa? O dobbiamo pensare che hai deciso di esplorare il tuo nuovo corpo?” Arrivò l’inopportuna voce di Sirius, da dietro la porta, con la sua solita delicatezza e discrezione. Lo odiava.

Bugiardo. “Smettila, Sirius!” Gridò, con la sua voce acuta, che senza dubbio avrebbe fatto invidia a quella della Signora Grassa, o almeno così gli sembrò in quel momento.

Con le risate dei suoi tre amici dietro la porta, Remus sbuffò ed aprì il getto d’acqua calda, infilandosi nella doccia. Poi guardò il bagnoschiuma e gli venne quasi da piangere: ma perché non aveva una spugna?

Con un sospiro frustrato, prese il bagnoschiuma e lo versò nella mano sinistra. Quella sarebbe stata la doccia peggiore di tutta la sua giovane e maledetta vita.

*

Sirius si voltò verso il bagno non appena udì scattare la serratura; la porta si aprì, rivelando la nuova figura di Remus, che avanzò esitante nella camera del dormitorio. Black rimase a fissarlo: indossava camicia e pantaloni della divisa puliti, ma gli andavano decisamente larghi e questo era piuttosto buffo. I capelli erano ancora umidi, forse Remus non aveva calcolato che, essendo più lunghi del solito, avevano bisogno di più tempo per asciugarsi completamente, ma ricadevano morbidi sulle spalle esili di ragazza. Il suo amico teneva gli occhi bassi e le braccia strette intorno agli indumenti sporchi; le spalle erano ricurve, come se volesse nascondere qualcosa (probabilmente il seno) e le sue guance erano rosse. Era buffo, quel Remus, ma era anche davvero molto tenero.

Tenero? Come poteva pensare una cosa così… melensa? Va bene che ora Remus era una ragazza e lui ci aveva anche provato (ma che ne sapeva che si trattava del suo amico?), ma mai Sirius Black avrebbe dovuto pensare delle cose così poco virili di una ragazza qualsiasi, men che meno se quella ragazza in realtà era un ragazzo e, per giunta, era anche uno dei suoi migliori amici. E comunque, l’aggettivo tenero non calzava minimamente ad un licantropo, anche se si trattava di Remus Lupin.

Sirius alzò un sopracciglio, quando Remus mise nel cestino dei vestiti sporchi la divisa che indossava prima e si sedette con un sospiro sul letto, mentre Peter si infilava in bagno e James osservava attentamente il loro amico. A quanto pareva, Sirius non era l’unico che trovava intrigante quella ragazza… o meglio, non era l’unico a cui sembrava interessante osservare il nuovo aspetto del loro comune amico.

I capelli di Remus ricaddero davanti al viso e lui li mise dietro le orecchie, con un gesto stizzito. Inevitabilmente, Black sorrise ed ebbe pietà di lui. “Ehi, Moony.” Lo chiamò, mentre si stendeva comodamente sul suo letto e gli lanciava un’occhiata laterale.

“Cosa?” Chiese il licantropo, guardandolo imbronciato, come se si aspettasse che lo prendesse in giro.

“Se ti danno fastidio prova a legarli.” Suggerì Sirius, con un gesto vago delle mani, verso la testa della ragazza… del ragazzo… oh, insomma, di Remus. “I capelli, dico.” Aggiunse, quando vide l’adorabile punto interrogativo che si disegnò sulla faccia dell’amico. Adorabile? Sì che Remus in quel modo era davvero carino… carina… ma adorabile non un termine che uno come Sirius Black poteva permettersi di utilizzare. Ne andava della sua reputazione.

“Oh, grazie.” Borbottò Lupin, alla ricerca di qualcosa con cui raccogliere i capelli. Non trovando niente di meglio, decise di trasfigurare una cravatta in un nastro. Quindi, si legò, in maniera piuttosto approssimativa, i capelli e fece un sorriso tirato a Sirius che scosse la testa, alzando gli occhi al cielo.

“Faccio io, incapace.” Brontolò il ragazzo, alzandosi dal letto ed avvicinandosi all’amico. Si sedette dietro di lui e gli sciolse i capelli, per poi riprenderli fra le mani e sistemarli in una coda bassa, indubbiamente migliore di quella che era stata precedentemente fatta da Remus.

“Ah! Ammettilo, Sirius, la tua era solo una scusa per flirtare con lui.” Affermò James, ridendo a crepa pelle. “Ci stai ancora provando, eh?”

Sirius alzò un sopracciglio e ghignò. “Geloso, Potter?” Chiese, mentre abbracciava Remus da dietro, attirandolo verso di lui.

A quello James rise ancora più forte. “Non immagini quanto. Adesso ti schianto!” Riuscì a dire tra una risata e l’altra.

In tutto quello, Remus riuscì a divincolarsi dall’abbraccio di Black e si alzò in piedi, guardando i suoi due amici con un cipiglio severo. “Non è divertente!” Disse, in quello che sarebbe stato un ringhio se il ragazzo avesse ancora avuto la sua voce roca e maschile. In realtà, sembrò solo un lieve borbottio, che passò del tutto inosservato da parte degli altri due. “Smettetela!” Gridò, infine, con le braccia incrociate e lanciando occhiate omicide prima a James poi a Sirius.

I due ragazzi si asciugarono le lacrime dovute al riso e lo guardarono con espressione leggermente, ma davvero leggermente, colpevole. “Eddai, Moony… Lo sai che stiamo scherzando.” Disse James, cercando di ricomporsi.

“Già ed è proprio questo quello che mi da fastidio.” Puntualizzò Remus, continuando a tenere le braccia incrociate.

“Non stiamo nemmeno prendendo in giro te! Ci stiamo insultando a vicenda!” Insistette Sirius, sorridendo, anzi, ghignando come solo lui sapeva fare.

“Sì, ma ci sono io di mezzo.” Brontolò Remus, guardandolo e sperando che gli cadesse in testa un meteorite. Quando ciò non avvenne, si portò una mano in faccia e scosse la testa con disperazione. “Vi odierò per i prossimi giorni, lo so, e non voglio farlo. Vi odio già abbastanza, quindi non fatevi odiare di più, ok?” Chiese, guardando i due con occhi supplichevoli.

Sirius rimase a guardarlo per un po’, ammirando quegli occhi così espressivi, come se li vedesse per la prima volta; insomma, non che si fosse mai messo a fissare Remus negli occhi. “Ok, ok.” Borbottò, dopo aver scosso la testa con violenza, come per scacciare un pensiero non voluto. “Cercheremo di farei buoni.”

“Anche se lo sai che non ci riesce bene, sai, fare i buoni…” Ghignò James, sfregandosi le mani e poi strizzando un occhio.

Remus scosse la testa e sorrise. “L’importante è che non prendiate in giro me. In questo momento, sento quasi che potrei uccidervi.” Disse, con voce stranamente tranquilla, ma che gelò il sangue nelle vene dei tre ragazzi (Peter era uscito dal bagno giusto in tempo per sentire quella minaccia): c’era qualcosa in quella frase che davvero faceva venire i brividi. Soprattutto perché una cosa del genere l’aveva detta Remus.

“Ehm…” Fece Peter, un momento dopo, cercando di riprendersi dallo shock. “Andiamo a cena?” Chiese titubante, guardando Remus come se fosse il leader del quartetto e se spettasse a lui la delicata decisione.

Il licantropo si irrigidì improvvisamente e Peter pensò che era giunta la sua ultima ora. Remus si voltò lentamente verso loro tre, con un’espressione di puro terrore dipinta sul volto.

“Che c’è, Moony?” Chiese Sirius, preoccupato.

“Andare a cena significa affrontare tutta quella gente… Tutta Hogwarts saprà che sono diventato una ragazza!” Disse con voce stridula, guardando Black come se volesse aggrapparsi a lui e rimanerci appiccicato.

“Beh, se la metti così, sembra quasi che sia stata una cosa voluta.” Ragionò James, grattandosi distrattamente il mento.

“La mia autostima, che già è sotto zero, raggiungerà livelli catastrofici e fra qualche anno mi suiciderò, impiccandomi.” Mormorò debolmente Remus, scuotendo la testa con lentezza.

“Non essere tragico.” Disse Sirius, mettendo una mano sulla spalla dell’amico e trovandola ossuta, sì, ma più morbida di quando Remus aveva il suo corpo. La cosa gli creò uno strano fastidio e lui pensò che fosse dovuto al fatto che non aveva mai messo una mano sulla spalla di una ragazza, almeno non in un modo così amichevole. “Pensa se fosse successo a me! La mia reputazione sarebbe stata rovinata per sempre!” Esclamò, con decisione, cercando di tirare su di morale Lupin.

Questi lo guardò, dapprima con perplessità, poi annuì lentamente. “Già: se fosse successo a te, ti saresti suicidato subito…” Sospirò pesantemente e poi lanciò un’occhiata omicida a Black. “Ma è successo a me, accidenti!”

I tre ragazzi alzarono gli occhi al cielo, mentre Remus si aggrappava al letto, affermando con convinzione che niente lo avrebbe fatto uscire da quella stanza. Dopo qualche momento di panico, durante cui la voce stridula del ragazzo riecheggiò per tutto il loro dormitorio, gli altri tre riuscirono a convincerlo in modo molto semplice a scendere a cena: la domanda di James “E come farai domani con le lezioni?” si era rivelata decisiva. Remus aveva mollato il letto e, ancora un po’ esitante, era uscito dalla stanza; ma era giunto in Sala Grande solo trascinato dai suoi tre amici, che, sinceramente, in quel momento avrebbe strangolato senza troppi complimenti. Una volta che i quattro Malandrini si furono seduti ai loro soliti posti, Sirius gli batté una pacca sulla spalla, non troppo forte per fortuna, e gli sorrise in modo patetico. “Vedi? Non c’è niente da temere. Non può essere così terribile scendere per cenare, no?” Disse, cercando di suonare convincente.

No, in effetti, si ritrovò a pensare Remus una volta al sicuro nella solitudine del dormitorio, non era stato così terribile. Era stato decisamente peggio di quanto avesse immaginato. I suoi compagni avevano iniziato a fargli domande di tutti i generi da com’è successo a cosa si prova ad avere… Insomma, domande imbarazzanti alle quali lui avrebbe fatto volentieri a meno di rispondere. Ed alle quali, in effetti, non aveva risposto, lasciando che James o Sirius gelassero il malcapitato di turno con un’occhiata assassina. Ma quello era il male minore!

Le ragazze gli si erano avvicinate, tutte ridacchianti, ed avevano iniziato a fare commenti e proposte decisamente osceni. Dai Oh Remus, sei davvero deliziosa! ai forse dovresti mettere un reggiseno. No, no, no, assolutamente no! Non avrebbe indossato uno di quegli aggeggi infernali (almeno a detta di Sirius, lui non aveva mai maneggiato un reggiseno); sarebbe stato troppo umiliante. Alcune del suo stesso anno gli avevano anche proposto di andare a dormire nella loro stanza perché con tre maschi in camera non si sa mai. Ma erano i suoi amici! Ci aveva dormito per sette anni insieme e non erano tanto disperati da saltargli addosso solo perché ora aveva il corpo di una ragazza: aveva sì sembianze femminili, ma era sempre Remus, per Merlino!

Ma non era bastata questa umiliazione, no!

Alcuni ragazzi, ai quali presumibilmente non era ancora giunta la notizia di chi fosse quella ragazza che girava con tre dei Malandrini, avevano fatto vivaci apprezzamenti sul suo aspetto. Dai più innocenti (hai visto quella?) ai più coloriti (che Remus si sforzò di non sentire, riuscendoci con discreto successo). Cavolo, non aveva mai ricevuto così tanti complimenti in vita sua; forse avrebbe dovuto rimanere ragazza permanentemente, come gli aveva suggerito Sirius sorridendo sornione. Inutile dire che un attimo dopo si era dovuto rifugiare dietro James per non venir picchiato in pubblico da una ragazza. A quel punto, però, era stato James a dover battere in ritirata, nel momento in cui disse: “Forse Sirius ha ragione, Moony: hai anche fatto colpo su di lui!”

Sirius l’aveva inseguito per tutta la Sala Comune al grido di guerra ma che ne sapevo, testa di rapa, fino a quando la McGonagall non era intervenuta togliendo cinque punti ciascuno perché stavano creando disordine durante la cena. In realtà, disse Sirius un momento dopo che la professoressa fu abbastanza lontana, stavano allietando la serata a tutti gli studenti con uno gag improvvisata, ma sicuramente divertente.

Tentando di smetterla di pensare a quanto la serata fosse stata umiliante e terrificante, Remus sospirò pesantemente, rannicchiandosi sotto le coperte e cercando di ignorare i suoi budini che premevano contro le braccia. Ma come facevano le ragazze a sopportarli? Erano così scomodi.

Da qualche parte dietro le tende, ermeticamente chiuse, gli giunse lo sghignazzare sommesso di Sirius e il parlottare divertito di James. Qualsiasi cosa stessero dicendo, si convinse Remus, lui non voleva saperla: ne andava della vita dei suoi migliori amici. Quindi si voltò dall’altro lato e chiuse gli occhi stretti.

Quelli sarebbero stati dieci, lunghissimi, insostenibili giorni, ma se non altro, uno era appena trascorso.

 

 

Prologo | Capitolo II

 


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Nota: E’ stato piuttosto divertente scrivere le paturnie di Remus per tutto il capitolo (sempre perché ero nella fase: facciamo tanti dispetti a Remus) e devo ammettere che, mentre rileggevo per correggere, mi sono divertita almeno quanto quando ho scritto. Spero sia divertente anche per chiunque altro legga XD

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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).