Don't panic

Day Five: Thursday
Durante la prima ora di lezione, Remus rischiò seriamente di addormentarsi.
Va bene, si trattava di Storia della Magia e capitava di continuo che gli
studenti si appisolassero, ma una cosa del genere non era mai successa a
Remus. Quella mattina, però, le cose erano un po’ diverse: Remus era rimasto
quasi tutta la notte sveglio; il pensiero di Sirius arrabbiato non gli aveva
fatto chiudere occhio, nonostante più volte si fosse detto che non gli
importava, non era riuscito comunque a dormire. Sirius era arrabbiato con
lui per un non ben identificato motivo. Ci aveva pensato per tutta la notte,
cercando la causa di quella rabbia improvvisa: ci potevano essere migliaia
di motivazioni, ma nessuna aveva convinto il ragazzo. O meglio, in molte lo
avevano lasciato dubbioso. L’ipotesi più verosimile era che Sirius si fosse
innervosito perché lui gli aveva detto che le sue attenzioni lo
infastidivano. Il problema era che non sapeva perché quel fatto lo avesse
innervosito!
A quel punto, le spiegazioni potevano essere
molteplici: forse Sirius voleva giocare un po’ con quella nuova situazione e
lui, in quel modo, gliel’aveva impedito; forse, dicendogli che non si era
mai comportato in quel modo quando era ragazzo, gli aveva ricordato che lui
era un ragazzo e che quindi non aveva nessun diritto di trattarlo
come una ragazza. Insomma, a qualsiasi conclusione Remus giungesse, mille
altre gliene venivano in mente.
Si chiedeva come avrebbe fatto quella notte ad
affrontare la trasformazione. E quello era un altro motivo per cui Remus non
aveva dormito. Era terrorizzato: continuava a pensare che sarebbe successo
qualcosa di terribile, anche se questo
qualcosa non era ben identificato. Nonostante la presenza dei suoi
amici, Remus era sicuro che qualcosa sarebbe accaduto. Poi, con quella
specie di litigio con Sirius, non era moralmente pronto per una notte di
luna piena; non poteva reggere lo stress psicologico e non era nemmeno
sicuro che con quel corpo avrebbe potuto reggere il dolore fisico: era così
magro e si sentiva molto debole, ma questo probabilmente era normale, dato
che si sentiva debole sempre prima della luna piena.
Con un sospiro, Remus mollò la penna e decise che per una volta poteva
permettersi di non prendere appunti. Accanto a lui, James lo guardò con aria
annoiata, alzando un sopracciglio per quella novità e poi gli sorrise
comprensivo. Un posto più in là, Peter dormicchiava con la testa poggiata
sul banco, nascosta fra le braccia. Sirius era seduto qualche fila più
avanti. Quando Remus si voltò a guardarlo, vide che era occupato a
ridacchiare con una ragazza; il licantropo sentì un groppo salirgli in gola
ed improvvisamente si sentì attraversare da un lungo ed intenso brivido. Si
trattava di una sensazione che non aveva provato che rarissime volte, ma che
aveva imparato a riconoscere, visto che era sempre causato da quelle
sfortunate visioni: gelosia. Ma stavolta era più violenta, più terribile,
perché insieme c’era la consapevolezza che, se avesse voluto, se non avesse
fatto quella scenata il giorno precedente, al posto di quella ragazza ci
sarebbe stato lui. Strinse i pugni sotto il banco e cercò di distogliere lo
sguardo.
Ma proprio allora, Sirius si voltò verso di lui e lo guardò, con una strana
espressione sul viso; poi sorrise, in un modo piuttosto crudele, dovette
ammettere Remus, e si chinò verso la ragazza, strofinando la guancia contro
i suoi capelli e facendo in modo che Lupin vedesse bene quella scena.
Remus si alzò di scatto dal suo posto, il volto rosso di rabbia, il nodo in
gola che si stringeva sempre di più e gli occhi che si riempivano di
lacrime. Il professor Binns non si accorse nemmeno di quell’improvviso
scatto da parte di uno dei suoi allievi, ma James, Peter e tutti gli altri
lo notarono bene.
“Io…” Mormorò Remus, ma si bloccò subito quando si rese conto che la sua
voce tremava in maniera incontrollata.
“Che c’è, Remus?” Chiese James, con apprensione. Lo vedeva bene che l’amico
era sconvolto e ne poteva ben comprendere il motivo: non gli era affatto
sfuggito il comportamento di Sirius, qualche attimo prima.
“Mi sento poco bene…” riuscì a borbottare il licantropo, prima di uscire
dalla classe, senza nemmeno chiedere permesso all’insegnante, che, nel
sentire lo sbattere della porta, finalmente riportò la sua attenzione sui
suoi alunni.
“C’è qualche problema?” Chiese, con aria distratta.
“Nulla.” Rispose James, mentre si risistemava al suo posto e lanciava
un’occhiata a Sirius. Black fissava la porta chiusa con aria corrucciata e
lo sguardo severo di chi è stato deluso da qualcosa.
*
Era il tramonto e Remus aspettava, seduto sul pavimento, che il sole calasse
e la luna facesse la sua comparsa. Quella volta non ce l’aveva fatta a
spogliarsi completamente; non riusciva ancora ad accettare quel corpo. Ma,
in quel momento, non gli importava tanto dei vestiti che si sarebbero
ridotti a brandelli. In quel momento aveva paura: temeva che Sirius non si
sarebbe presentato, temeva ciò che sarebbe successo e, per qualche strana
ragione, lo temeva proprio perché Sirius non sarebbe stato lì con lui. Si
sentiva abbandonato, quasi indifeso. Eppure sapeva che al di là della porta,
James era pronto ad entrare per fargli compagnia, per stargli vicino.
Ma di cosa stava cercando di convincersi?
In quel momento c’era un’unica persona che avrebbe voluto avere vicino e,
per quanto gli volesse bene e gli fosse grato per tutto ciò che faceva per
lui, quella persona non era James. In fondo anche James c’era sempre stato
per lui, ma ora aveva bisogno di Sirius, di sapere che non ce l’aveva con
lui, di sapere che gli sarebbe stato vicino durante quella notte difficile.
Per quel momento, questo era quanto gli bastava per poter affrontare la
trasformazione con un po’ più di tranquillità.
Per le altre richieste, per le altre domande riguardo il suo comportamento
ambiguo e impudente di quella mattina, ci sarebbe stato tempo, ci sarebbe
stata la mattina, il sole ed una mente più lucida.
L’esile corpo di ragazza venne improvvisamente scosso da una fitta di
dolore. Remus si piegò su sé stesso, formando una sorta di palla umana,
mentre il suo corpo veniva attraversato dai ben conosciuti dolori della
trasformazione. Il dolore sembrava meno insostenibile del solito, violento,
certo, ma in qualche modo non era quello stesso dolore che solitamente lo
avrebbe fatto gridare. Si contorceva, gemeva e respirava con affanno, come
se l’aria non arrivasse ai polmoni (o non ne uscisse, per quel che riusciva
a capire in quel momento Remus); sentiva i muscoli tirare, le ossa
sembravano doversi spaccare in due da un momento all’altro; avvertiva, lungo
tutto il suo corpo, che la trasformazione stava avvenendo, ma era in qualche
modo diversa. Poi, fu come perdere conoscenza ed essere consapevole solo
degli odori, dei rumori. Fuori dalla porta proveniva un odore famigliare ed
il rumore di zoccoli che pestavano il pavimento era forte, intenso.
Il lupo, dal corpo più piccolo, più sottile, ululò un richiamo ed il cervo
entrò nella stanza con cautela, abbassando il muso e lo sguardo di fronte a
quello che sarebbe dovuto essere il capo – branco. Ma l’altra bestia sembrò
rivolgergli solo poche attenzioni, prima di iniziare a chiamare qualcosa,
qualcuno, con versi che sembravano più gemiti, che sembravano una preghiera,
una disperata richiesta, più che un comando, quell’imperioso ululato che di
solito accoglieva gli altri membri del branco e che metteva in chiaro chi
fosse il leader.
Il cervo lo guardava con una punta di interdizione e curiosità. Nonostante
James non avesse i pensieri molto lucidi, nella sua trasformazione in
Animagus, capiva bene che c’era qualcosa di diverso dal solito; e capiva
anche chi stesse chiamando Moony: cercava il maschio. Se Remus era diventato
una ragazza per colpa di quell’incidente, di conseguenza anche il lupo non
poteva che essere diventato una lei. In quanto tale, non aveva nessun
istinto di dominanza, non aveva bisogno di sentire i membri del branco
sottomessi a lei; ma aveva bisogno del compagno, del maschio. Il problema,
James se ne rendeva conto anche nella forma di Prongs, era che non c’era
nessun altro licantropo.
Moony improvvisamente rizzò le orecchie e la coda, rimanendo come in attesa.
Avvertiva un rumore all’interno della Stamberga ed un odore impercettibile,
per ora, ma conosciuto. Chiamò, con un’altra specie di gemito, un’altra
fievole richiesta. L’odore si faceva più forte, più chiaro; mentre il rumore
di zampe che si avvicinavano era sempre più vicino, sempre più distinto.
Padfoot arrivò alla porta della stanza e osservò brevemente prima Prongs,
poi Moony, subito prima di iniziare a mostrare la sua sottomissione a
quest’ultimo. Il lupo però fu più veloce, si avvicinò al cane, mostrandogli
le orecchie basse ed aspettando la sua reazione. Interdetto, Padfoot guardò
Prongs.
Il cervo si limitò a fare un gesto poco esplicativo con il muso, in
direzione del licantropo. Con cautela, quindi, il cane iniziò a girare
intorno al lupo, come Moony aveva fatto decine di volte con lui: lo studiava
per capirne la pericolosità, per capire se era del branco oppure no. In
realtà, Sirius, seppure con pensieri poco chiari e sfuggenti, tentava di
capire cosa fosse successo a Moony, perché non era aggressivo, perché non
mostrava la sua dominanza, ma piuttosto si sottometteva a lui.
Una femmina, capì dopo aver studiato Moony. Giunse alla stessa conclusione a
cui era giunto Prongs e capì perché il licantropo si era assoggettato a lui:
era un cane, quanto di più simile ad un lupo, e per di più un cane maschio.
Doveva in qualche modo averlo promosso da compagno di giochi a maschio
dominante: per un attimo, Sirius, nonché Padfoot, si sentirono talmente
eccitati per quella novità che il cane iniziò a scodinzolare felicemente,
iniziando a dare piccole spinte con il muso al licantropo. Una volta
appurato che Moony non era aggressivo, iniziò a saltargli addosso con dei
finti agguati, a spingerlo per terra, a correre e rincorrere.
Ben presto i due si ritrovarono a scorrazzare per
tutta la Foresta Proibita, il cervo lasciato indietro chissà dove. Padfoot
era esaltato dal fatto
che Moony lo seguisse ovunque andasse ed ogni volta, piuttosto che mordergli
la collottola, gli leccava il muso con un affetto tutto femminile. Per tutta
la notte, il licantropo non fece che rincorrere il cane, seguirlo, dargli
piccoli buffetti con il muso e rotolarsi vicino a lui. Mai, davvero mai,
Sirius aveva visto un Moony così docile, così giocherellone; solitamente, il
gioco era più che altro un’ulteriore dimostrazione di autorità, il
rincorrersi era una specie di caccia e la docilità non era contemplata.
Anche perché, in quelle occasioni, il remissivo doveva essere Padfoot, non
Moony. In quel modo, passò velocemente la notte e per la prima volta Sirius
non dovette preoccuparsi di dove andasse Moony, non dovette preoccuparsi che
improvvisamente decidesse di prendere una strada che non doveva prendere, di
fare qualcosa di pericoloso per sé o per Prongs e Wormtail.
Quando la luna era ormai tramontata, verso l’alba, Remus era sdraiato a
terra, nascosto sotto un albero vicino la Stamberga, coperto da nulla, se
non dalla sua pelle. Sirius si era accovacciato accanto a lui e guardava i
suoi lineamenti delicati di ragazza. Non l’aveva mai detto apertamente, ma
si era capito fin dal primo momento: trovava quella ragazza estremamente
bella. Si rendeva conto che non lo era, davvero: era così magra, così
pallida. Ma aveva gli stessi occhi di Remus, la stessa forma delle labbra,
gli stessi lineamenti, sebbene più delicati, più femminei e a lui piaceva
molto. Nonostante fosse pienamente consapevole, ormai, che si trattasse
nient’altri che di Remus, quella ragazza gli piaceva; perché si muoveva con
eleganza nonostante quel corpo gli fosse del tutto sconosciuto, aveva uno
sguardo magnetico, senza nemmeno rendersene conto, quando sorrideva il volto
si illuminava ed amava il suo modo di gesticolare. Caratterialmente, poi,
non poteva dire nulla: Remus gli era sempre piaciuto, altrimenti non sarebbe
stato suo amico. L’unica cosa che lo infastidiva era la voce: a volte era
talmente delicata che avrebbe voluto tappare quella bocca, in qualche modo,
per evitare di sentirla. Sirius doveva ammetterlo, un po’ gli mancava la
voce grave e a volte un po’ roca di Remus, del Remus ragazzo. Ma
fondamentalmente, molto di quello che faceva e diceva la ragazza
corrispondeva esattamente a ciò che avrebbe fatto e detto il ragazzo. Non
c’era grossa differenza.
Con l’espressione assorta di chi è sprofondato completamente nei suoi
pensieri, Sirius spostò distrattamente una ciocca di capelli castani dalla
fronte della ragazza che riposava. L’aveva fatto innumerevoli volte quando,
la mattina dopo la trasformazione, Remus dormiva sul letto, sul pavimento,
ovunque, troppo stanco per curarsi del luogo, della posizione e soprattutto
dei capelli che gli ricadevano sugli occhi chiusi. Stavolta, però, la mano
di Sirius indugiò su quel volto; le dita sfiorarono i capelli, poi, con
delicatezza, le labbra sottili. Remus fece un piccolo mugugno, prima di
voltarsi nella sua direzione e raggomitolarsi accanto a lui, dove c’era più
calore. Sorpreso, Sirius ritrasse la mano, con il cuore che gli batteva
all’impazzata. Ma come? Sirius Black, il rubacuori, che si lasciava prendere
così alla sprovvista da una semplice ragazza?
Black fece un piccolo sorriso nel pensare che quella
era tutto, fuorché una semplice
ragazza. Quella era Remus e se l’avesse scoperto a fare una cosa del
genere, l’avrebbe rimproverato esattamente come aveva fatto il pomeriggio
del giorno prima. Al ricordo, l’espressione del ragazzo si incupì: non
capiva cosa ci fosse di male nel volerlo abbracciare. O meglio, forse poteva
capirlo dal punto di vista di Remus: in fondo era un ragazzo, le smancerie e
le coccole che piacciono alle ragazze a lui risultavano stucchevoli e
odiose. Lo capiva bene, perché anche Sirius, quando ne era vittima, doveva
fare un grande sforzo per non mandare a quel paese la povera malcapitata (o
forse sarebbe stato meglio dire, la ‘povera’ fortunata). Capiva
perfettamente perché Remus avesse reagito in quel modo.
Ma dal suo punto di vista, ogni occasione era buona per poter toccare quella
bellissima ragazza. In fondo, era anche un modo per dimostrare il suo
affetto per Remus, no?
No,
quella era la scusa. Sirius sospirò, poi decise che forse era ora di
riportare Remus alla Stamberga, prima che si prendesse un raffreddore e che
Madama Pomfrey si presentasse per portarlo in infermeria.
Prima, però, il ragazzo guardò le due dita che avevano accarezzato le labbra
di Remus. Quasi d’istinto se le portò alla bocca e le posò sulle sue labbra.
Da dove veniva fuori tutto questo sentimentalismo?
Chiese a sé stesso, incapace però di ritirare la mano.
Da dove viene fuori tutta questa
mielosità? In effetti, c’era da dare di stomaco.
Con un altro sospiro, Sirius si alzò, prendendo poi in braccio la ragazza
(non prima di aver buttato un’occhiata al suo seno, da bravo cavaliere) e la
riportò alla Stamberga. Di James non c’era nessuna traccia lì, ma
evidentemente doveva essere tornato in dormitorio quando lo avevano lasciato
indietro. Del resto, Padfoot gli aveva fatto capire che per quella notte
poteva benissimo cavarsela da solo. E così, effettivamente, era stato.
Sistemò Remus sul letto polveroso, coprendolo con il mantello e rimanendo
per un attimo ancora a guardarlo: continuava a dormire placidamente, stanco,
ma sereno. In fondo, quella nottata era passata con tranquillità e a Sirius
sembrava che la trasformazione fosse stata meno dolorosa del solito. Decise
che poi avrebbe chiesto al diretto interessato e fece per andarsene quando
una voce dolce ed impastata dal sonno lo chiamò.
“Sirius…”
Era solo un sussurro, ma tanto bastava per attirare di nuovo la sua
attenzione sulla ragazza stesa sul letto. Il ragazzo si voltò e sorrise a
Remus, che lo guardava assonnato e stanco. “Come ti senti?” Chiese,
sedendosi accanto a lui.
Remus si stropicciò gli occhi. “Stanco… Cosa ci fai qui?”
Sirius aggrottò la fronte. “Come? Ti ho fatto compagnia, come al solito,
no?” Perché Remus gli aveva fatto quella domanda? E come mai gli era
sembrato così sorpreso di vederlo?
“Pensavo…” Borbottò Remus, nascondendo metà del volto dietro il mantello.
“Che non saresti venuto, dopo quello che ti ho detto l’altro giorno.”
Gli occhi ambrati di Remus si fissarono esitanti in quelli grigi di Sirius,
che alzò le spalle e fece una smorfia. “Perché non sarei dovuto venire?
Questo era più importante di quella stupida discussione. E poi sapevo
quant’eri preoccupato per questa notte.”
“Già… com’è andata?” Chiese, improvvisamente preoccupato, Remus.
Sirius gli sorrise rassicurante e gli scompigliò i capelli. “Benissimo, sei
stato più docile del solito. Vorrei che fosse sempre così semplice.” Si
pentì un attimo dopo di quello che aveva detto, quando vide lo sguardo
risentito di Remus. “Beh, voglio dire… anche per te è stato più facile, no?
Dico, la trasformazione.”
Lo sguardo di Remus cambiò e lui annuì. “Sì, in effetti non è stata così
dolorosa da urlare. Forse…” Ipotizzò, assumendo un’espressione pensosa. “Le
donne hanno più resistenza al dolore?”
Sirius alzò le spalle. “E chi lo sa?” Poi ridacchiò. “Non sono mai stato una
donna. Ops…”
“Sei un grande cretino, Sirius.” Mormorò Remus, non potendo però evitare di
sorridere per l’espressione corrucciata e colpevole dell’amico.
“Ecco, quello lo sono sempre stato.” Rispose Sirius con una risata. I
problemi e le discussione del giorno prima completamente dimenticati.
Capitolo IV | Capitolo VI
|
Nota:
questo capitolo non
doveva essere proprio così. Inizialmente avevo deciso che per questa volta,
invece della solita trasformazione, a Remus sarebbero toccate le
mestruazioni (una volta al mese, ogni 28 giorni… dai, come potevo non
pensarci?); ma poi ho cambiato idea, perché va bene che ero ancora nella
fase facciamo i dispetti a Remus, ma questo mi sembrava eccessivo. Il
ciclo non lo consiglio a nessuno, men che meno ad un uomo. Quindi Moony in
versione lupa era l’unica soluzione ed anche la più logica. Mi è piaciuto
molto scrivere il dialogo finale, perché qui sembra che Remus dimentichi la
sua momentanea condizione e torni ad essere quello di sempre. Gli faccio i
dispetti, ma tutto sommato gli voglio bene…
In più, vorrei aggiungere che questo capitolo è
stato dedicato a Fly, in illo tempore, e glielo dedico anche stavolta… Si
deve portare il fardello fino alla fine XD
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Fanfictions

Tea House Moon
© Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni,
le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E'
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