
Ti ricordo ancora
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Non avere nulla da fare è noioso: è talmente noioso che
provo noia al solo pensiero di non far niente. Però pare che questi sia
quello che devo fare, per questioni
di sicurezza. Certo, farmi morire di noia, ecco cosa vogliono… Se solo
ci fosse qualcuno con cui parlare…
E a giudicare dagli strilli di mia madre dall’ingresso,
qualcuno dev’essere arrivato.
“Toh, guarda chi si vede…” quest’idiota che ho davanti
sorride come se mi stesse facendo una visita di cortesia. “Che ci fai qui,
vecchio lupo?”
“Vengo a trovare te…”
“Bugiardo.”
“Perché dovrei mentirti?”
“Non lo so… Per non deludere le mie aspettative,
suppongo.” Lo squadro da capo a piedi mentre sorride ancora, divertito,
forse, dalla mia affermazione, che scommetto reputi molto sciocca.
“Mi prepari un tè?”
Scrollo le spalle e gli faccio cenno di seguirmi in
cucina. E’ scocciante non avere Molly che pensa a tutto, ma va bene anche
così, almeno c’è qualcosa da fare.
Se ne sta seduto in silenzio su quella sedia, a
sorseggiare il suo tè, da circa un quarto d’ora. Non parla, ma nemmeno io
parlo perché non mi sento in vena di conversare, nonostante mi sia lamentato
fino a poco fa. In fondo, so che l’unica cosa che potrei dirgli ora sarebbe
qualcosa che inizia con un ti ricordo
ancora…
Ricordi, che brutta cosa…
Me lo ricordo, lui da bambino…
Estate.
Un ragazzino di quasi dodici anni corre incontro ad un
altro. Il primo ha i capelli chiari, un sorriso gioioso sul viso e dei
pantaloncini corti; l’altro i capelli scuri, un sorriso divertito sul volto.
La prima cosa che quest’ultimo nota, quando l’altro si avvicina, sono le
gambe piene di lividi viola.
“Sei caduto?”
Il ragazzino con i pantaloncini corti guarda l’altro
perplesso, senza capire.
Quello gli indica le gambe. “Sei caduto?”
Il sorriso scompare: un’espressione triste si dipinge
sul suo volto, prima che questi annuisca.“Sono caduto…”
Se ne sta ancora seduto lì. Con lo sguardo perso nel
vuoto, assume quell’espressione che tanto detestavo da ragazzo: mi sembrava
troppo distante, mi sembrava di non poterlo raggiungere e quello che mi dava
più fastidio era che avevo la netta impressione che non volesse essere
raggiunto. Ma se da ragazzo gli sarei andato vicino, dandogli fastidio fino
a quando non mi avrebbe concesso la sua attenzione, adesso non lo farò: non
importa se sembra distante… Mi ricorda di quand’eravamo ragazzi quindi vale
la pena tenerselo così.
Inverno.
Un ragazzino di tredici anni si stringe nel maglione,
rannicchiandosi su una poltrona vicino al fuoco, nascondendo il capo dietro
un grosso volume polveroso. Accanto a lui, sul bracciolo della poltrona, c’è
una barretta di cioccolata, scartata a metà.
Un altro ragazzino della stessa età lo osserva di
soppiatto, nascosto in un angolo della grande sala; i capelli neri gli
coprono gli occhi, in modo che nessuno possa accorgersi di cosa stia
guardando così intensamente. Nessuno, tranne il ragazzino sulla poltrona.
Alza lo sguardo ed incontra quello del moro.
Si guardano per qualche momento. Poi un sorriso si
dipinge genuinamente sul suo volto. “Perché mi guardavi?”
“Non posso farlo?”
C’è un momento di silenzio e sorpresa e poi la voce
che risponde è incerta. “Penso tu possa farlo…”
“Allora la tua domanda è inutile.”
Mi faceva tenerezza, avvolto in quel maglione sgualcito,
con gli occhi che brillavano mentre fissava quel librone polveroso che aveva
trovato in chissà quale recondito angolo della biblioteca.
“Perché mi guardi e sorridi?”
“Non posso farlo?” Il mio sorriso si allarga, è così
semplice.
Lui scuote la testa, scostando il suo sguardo dal mio.
In realtà, devo ammettere, è sempre stato troppo facile:
mi lasciava correre qualsiasi cosa e non è difficile capire perché lo
facesse, ma perché continui a farlo anche ora… Immagino sia per abitudine.
Primavera.
Un ragazzino di quattordici anni chiacchiera con un
altro, della sua età: ha gli occhi del colore dell’ambra ed un sorriso
serafico sulle labbra. “Quest’anno mia madre vuole regalarmi una vacanza…
Dice che me la merito, per i voti di quest’anno…E degli anni precedenti.”
“Una vacanza?” L’altro ha gli occhi chiari, il colore
è quello metallico del cielo coperto da nuvole di pioggia.
“Vado in colonia… E’ sul mare e pare sia davvero
bella.” Dita che giocherellano con un filo d’erba.“Verresti a trovarmi, se
potessi?” Uno sguardo di sbieco.
Il ragazzino moro incrocia le braccia dietro la testa.
“Volentieri…”
Un sorriso radioso.
“Ma sai che i miei non mi manderebbero mai.”
Il sorriso non si incrina minimamente.“Lo so, ma mi
basta sapere che verresti…”
Mi viene da chiedermi dove fosse quella fantomatica
colonia, visto che poi non ci è andato più per problemi economici, immagino,
quelli che ha sempre avuto e che continua ad avere. Non dovrei pensarlo, ma
con quei vestiti vecchi e sgualciti sembra proprio un senza tetto. E sapevo
che dopo averlo pensato mi sarei sentito in colpa.
“Pare che piova…” Dice, improvvisamente, guardando fuori
dalla finestra. Gli occhi sono assorti, fissi… A cosa pensi, Remus?
Un ragazzo di sedici anni fissa il paesaggio piovoso
fuori dalla finestra; accanto a lui, un suo coetaneo gli rivolge un’occhiata
fuggevole. Lui è alto, bello, elegante; l’altro è basso, mingherlino, quasi
buffo in quei vestiti rattoppati.
“Dovresti seguire la lezione!” Un pizzico sulla
coscia.
“Ehi!”
“Shhh!”
Mentre si massaggia la coscia, il moro guarda il
professore, che imperterrito continua la lezione. L’altro guarda lui,
intensamente. E, mentre lo guarda, prima che possa rendersene conto davvero,
allunga una mano verso il viso del ragazzo affianco, carezzandogli la
guancia.
“Remus…”
Panico nella voce.
E poi… una specie di baraonda.
Guarda ancora la pioggia; la guarda come se ne fosse
parte. Ed io non lo sopporto più, quindi mi avvicino, ma lui sembra non
accorgersene. Allora lo fisso, ma lui continua a guardare attraverso i vetri
bagnati della finestra, imperturbabile. Quindi allungo una mano e gli
accarezzo la guancia e finalmente si volta e mi guarda come se si fosse
appena svegliato da un sogno. “A cosa pensavi?” La mia domanda probabilmente
non avrà mai risposta: ogni volta che glielo chiedevo, lui mi rispondeva che
non stava pensando a niente e se insistevo, mi diceva che stava pensando
alle lezioni, a qualche libro assurdo o qualche sciocchezza del genere.
“Pensavo… a niente.”
Precisamente. “Oh, andiamo Remus! E’ impossibile che
qualcuno non pensi a niente!”
Lui sorride. “Non sei cambiato di una virgola: sapevo che
me l’avresti detto.”
Io lo guardo con gli occhi stretti. “Ed io sapevo che
avresti cambiato discorso…”
Ridacchia. E’ una risata roca e sommessa; non è diversa
dalla risata che aveva da ragazzo…
“Pensavo… o meglio, mi chiedevo perché mi guardavi.”
Alzo un sopracciglio, sorpreso. “Io…” Cosa gli dico? “Io…
stavo ricordando Hogwarts…”
“Oh…” Mi guarda un momento, poi abbassa gli
occhi, puntandoli sulla tazza vuota. Io aspetto, perché dirà di certo
qualcosa, ne sono sicuro, perché lo conosco bene. Si passa una mano fra i
capelli, sospira, poi mi guarda. “Quei tempi sono andati, Sirius… Andati per
sempre.”
E’ una frase così tipicamente da lui, che quasi me
l’aspettavo. Sospiro. “Lo so, sono solo ricordi…”
Lui annuisce. “Già… Solo ricordi.”
“Sirius?”
“Sì?”
“Non mi lascerai mai solo, vero?”
“Mai, Moony…”
“E se io dovessi morire?”
“…”
“Sirius?”
“E se invece morissi prima io?”
“Allora vorrà dire che morirò anche io…”
“Non essere stupido!”
“Allora…ti terrò nei miei ricordi, fino alla morte.”
“Va bene.”
“Ma tanto hai detto che non mi lascerai mai solo…”
Penso di non poter mantenere questa
promessa.
Ti prego solo di non infrangere la tua,
Remus…
Fine
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).