Volevo solo che mi chiamassi per nome
 

 

I entered the room
Sat by your bed all through the night
I watched your daily fight
I hardly knew
(“A place nearby” Lene Marlin)

Harry guardò la porta chiusa, aspettando. Sapeva già quale era il verdetto finale, ma aspettava.

Un’attesa rassegnata è comunque un’attesa.

E lui aspettava che la porta si aprisse. La guardava e aspettava che il legno scuro si spostasse e la persona all’interno gli permettesse di entrare. Aspettava, guardando la porta.

“Harry…” Una voce alla sua sinistra lo chiamò. Non si voltò, continuò a guardare la porta, aspettando.

“Harry…” La voce provò di nuovo, accompagnando il suono ad un gesto. Una mano si posò sulla sua spalla e la strinse, ma lui continuò a guardare, aspettando. “Dì qualcosa…”

Harry voltò lentamente la testa verso la persona che gli stava accanto: Hermione aveva gli occhi rossi, stringeva le labbra che erano diventate una fessura sottile. “Sappiamo entrambi come andrà a finire…” Furono le uniche parole che riuscì a pronunciare, prima che la mano sulla spalla scivolasse via e la ragazza si voltasse, perdendosi in singhiozzi, tra le braccia dell’altro ragazzo. Ron aveva gli stessi occhi rossi di Hermione, le stesse la labbra serrate, ma non piangeva, perché voleva essere forte, voleva esserlo per lei.
Harry tornò a guardare la porta, aspettando.


Con un cigolio, finalmente la porta venne aperta. La figura che ne uscì era completamente diversa da quella che ne era entrata. I capelli erano lunghi e neri, segno del lutto prossimo, gli occhi grigi contornati di rosso, le labbra strette fra i denti, le lacrime invadevano le guance pallide come la morte. Dov’era la vecchia Nimphadora, quella con i capelli vivaci, l’espressione sbarazzina?“Vuole vederti…” La donna rivolse un sorriso fallito al ragazzo.

Harry si alzò, sapendo che l’attesa era finita.


Entrò nella stanza e chiuse la porta. La camera era piena di luce eppure risultava grigia, tetra, cupa… Forse per l’odore di morte che si sentiva, forse per l’odore di carne bruciata… o forse per la figura polverosa che era stesa sul letto. L’uomo gli sorrise e tentò di mettersi a sedere. “Non è nulla…” la sua voce era roca, rovinata.

Harry si avvicinò a lui e lo spinse indietro, con decisione.

Davvero…non è nulla…” Ripeté l’uomo, come una madre che non vuol far vedere a suo figlio le sue lacrime.

Harry si sedette accanto al letto e rimase a fissare il segno rosso che la mano d’argento aveva lasciato sul collo. L’uomo notò il suo sguardo fisso e si portò lentamente una mano al collo, nascondendo con i capelli, sempre più grigi, il volto sfigurato dal dolore. “Da piccolo mi piaceva l’argento…”

Harry sussultò e guardò l’altro in viso. “Giocavo con dei proiettili d’argento che mio padre teneva nel cassetto… Erano come delle biglie.” La voce era roca, irriconoscibile; l’uomo tossì, piano, poi alzò il viso. “Non ho potuto più giocare a biglie…”

Harry conosceva il significato di quelle parole. Si schiarì la voce, poi cambiò argomento, sapendo che il veleno in circolo nel corpo dell’uomo aveva iniziato a giocare brutti scherzi alla mente. “Perché Tonks aveva i capelli neri?”

L’uomo sorrise, un ghigno sul volto deturpato dal dolore, dalla sofferenza. “Sirius aveva i capelli lunghi e neri…” Allungò lentamente una mano verso la testa del ragazzo. Prese una ciocca di capelli e la sfregò tra le dita. “Più morbidi, più soffici…” Sorrise di nuovo, l’uomo, poi ritirò la mano, con lentezza esasperante. Harry avrebbe voluto dirgli che doveva essere più veloce, ma sapeva che quello era il massimo che l’uomo poteva fare. “James aveva i capelli castani e corti… Ribelli e indomabili…” I suoi occhi, velati dal dolore, si fissarono i quelli del ragazzo. “Lily aveva gli occhi verdi e brillanti…”

Harry abbassò la testa. Era impazzito, non aveva più possibilità di parlare con lui. Sentì rabbia nei confronti di Tonks, perché lei era rimasta troppo tempo con lui. L’aveva consumato.

“Harry…” La voce roca dell’uomo gli infilzò le orecchie. “…So che non sei né James né Lily, come sapevo che Nimpha non era Sirius…”

Il ragazzo alzò di nuovo lo sguardo.  Lo spettro di un sorriso sul volto stanco.

E per la prima volta lo vide.

L’aveva sempre guardato come un alunno guarda adorante il suo insegnante preferito, come un giovane guarda ammirato la dignità di un adulto distrutto e violentato dalla vita. Non aveva mai visto quell’uomo stanco e polveroso che ora lo stava guardando. Nei suoi occhi c’era il dolore di chi cercava solo la solitudine, c’era la stanchezza per il presente e la sofferenza per il passato. Non c’era più speranza per il futuro, perché quell’uomo sapeva che non c’era futuro per lui.

Vide per la prima volta il ragazzo che suo padre aveva conosciuto. Sotto gli strati di polvere c’era ancora il ricordo sbiadito di un ragazzo che come lui sognava un domani grandioso; c’era quel ragazzo a cui era stata strappata troppo presto la speranza, a cui avevano negato amore e amicizia, solo perché nato in un momento sbagliato. Sotto la polvere che si era accumulata anno dopo anno sulle spalle curve di un uomo solo, c’era ancora il ragazzo che gridava la sua solitudine, il suo dolore e piangeva per i begli anni andati per sempre.

Il sorriso sincero e stanco, lo sguardo intenso, quello l’uomo che veniva dal passato. Lo vedeva in bianco e nero, come un vecchio film e vedeva strati e strati di polvere su quella figura malata, stesa sul letto di morte. Si accorse per la prima volta di quanto quell’uomo significasse per lui, di quanto poteva dargli, di quanti ricordi di suo padre, di sua madre, di Sirius potesse dargli; si accorse all’improvviso che quell’uomo c’era sempre stato per lui, per ascoltarlo, per rispondere alle sue domande di ragazzo che cresce e che deve affrontare una battaglia spietata. Lui c’era sempre stato per asciugare le lacrime che non volevano scendere. Era sempre stato lì a dargli affetto, ma lui non se n’era mai accorto perché quell’uomo era silenzioso come la notte senza luna, rimaneva in un angolo vicino al fuoco e veniva fuori solo quando lui lo chiamava.

Ed Harry, ora, non voleva che se ne andasse. Afferrò la mano polverosa e la strinse forte, il panico negli occhi.

“Era ora che me ne andassi anche io, Harry…” L’uomo sorrise, un sorriso che sapeva di muffa e di vecchio. “Loro mi aspettano. E tu sei coraggioso abbastanza per affrontare il mondo. Hai gli amici migliori che si possa desiderare… Sei fortunato come lo sono stato io ad aver incontrato le persone giuste.”

“Ma tu…”

L’uomo tossì, con più violenza. Si portò una mano alla bocca, la mano si riempì di sangue. Harry lo sostenne con le braccia, mentre si piegava in avanti. Nei suoi colpi di tosse, negli schizzi di sangue sul lenzuolo, il ragazzo sentiva lo stesso bruciore al petto che l’uomo doveva provare.

“Starò bene…” Riuscì a mormorare, prima di tornare a stendersi, chiudendo gli occhi. “Sono solo stanco.”

“Non dormire!” Occhi lucidi, rossi, le labbra serrate. Ora capiva cosa provavano Ron ed Hermione. Ma era più forte, più devastante.

“Sono stanco, Harry…”

E il ragazzo pensò che era sempre stato stanco, ma che aveva sempre continuato a lottare; perché ora non poteva farlo più? Afferrò le spalle e le scosse. “Lupin, per favore! Non voglio rimanere solo!! L’unica persona che mi lega ai miei genitori, a Sirius…sei tu!” Gridò, scuotendo l’uomo e avendo l’impressione di sollevare tanta polvere.

Passò un momento, un secondo che racchiudeva dentro di sé gli anni di un’era. Poi gli occhi si aprirono con lentezza, le labbra si piegarono nel sorriso triste che innumerevoli volte avevano forzato. La mano polverosa si posò lenta su quella che stringeva la sua spalla destra. Un respiro pesante, un rantolo, il sangue che scivolò sinuosamente fuori dalle labbra violacee. “Avrei solo voluto che…” Gli occhi si chiusero, la mano polverosa si strinse un po’ di più.
“Ti prego…” Harry pianse. Gli occhi non reggevano più le lacrime. Gocce salate scendevano lungo le guance pallide.

L’uomo aprì di nuovo gli occhi, stavolta erano vuoti, distanti… Potevano già vedere James, Lily e Sirius che gli sorridevano. E sorrise anche lui. “Volevo solo che mi chiamassi per nome, Harry…”
L’ultimo sospiro, tutto per lui.
L’ultima parola, solo per lui.

Il respiro cessò, gli occhi rimasero aperti a fissare la visione dei suoi amici che lo richiamavano a loro, la mano rimase gelida e bianca su quella del ragazzo ed il sorriso vero sulle labbra che sapevano di morte.

“Remus…” Il ragazzo mormorò il nome che mai aveva osato pronunciare, perché mai aveva visto Remus prima di allora. Aveva visto il professore, aveva visto la bestia; l’uomo stanco che continuava a combattere; l’amante disperato che piangeva un amore interrotto; la persona gentile che non rifiutava mai nulla… Poi, alla fine, aveva visto il ragazzo, quello che era stato e che come lui sognava un mondo migliore in cui poter vivere sereno con i propri amici, trovando l’amore e coronandolo.
 
Quella notte aveva visto il ragazzo che suo padre aveva conosciuto, che Sirius aveva amato.

Quella notte, Harry vide morire l’ultima persona che rappresentava un’epoca felice, fatta di scherzi, risate, mappe, mantelli che rendevano invisibili, amicizia e amore.

Quella notte, Remus Lupin morì.

 

 


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Note: ho scritto questa storia almeno due anni fa, dopo l'uscita del VI libro. Allora non vedevo altra soluzione per Remus che la morte (cosa che poi la Rowling ha esaudito... Almeno questo XD); avevo sempre pensato che la mano d'argento di Peter avesse precisamente lo scopo di essere utilizzata contro l'ultimo Malandrino (cielo, fa molto L'ultimo dei Mohicani)... Ma pazienza, ho toppato sul modo in cui Remus sarebbe morto. A parte questo, nel periodo in cui ho scritto questa storia ero molto interessata al rapporto fra Harry e Moony (che nessuno legga questo in senso slash, vi prego! Vomito al pensiero!): cos'era  Remus, per Harry? Un ex professore e nient'altro? E come viveva Remus la 'maschera' che Harry gli aveva imposto?
Penso che a Remus sarebbe piaciuto avere più tempo per conoscere Harry, per parlare con lui come faceva Sirius; e penso che anche ad Harry sarebbe piaciuto, perché Remus è una persona intelligente e interessante, insomma: una persona che piace. Beh, spero di essere riuscita a rendere, in questo frammento di dialogo rubato al tempo, quello che ho sempre considerato un rapporto mancato, un confronto che la Rowling non è riuscita a sviluppare come sarebbe stato giusto. Quindi decido la storia da Remus, perché ho pianto comunque quando è morto; ad Harry, perché ha fatto una bella lavata di capo a Moony, in quel capitolo del VII libro; e al loro rapporto mancato, quello che, purtroppo, non leggeremo mai e che ci mancherà sempre.

 

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