Crescere altrove
 

 

 

C'era una volta un ragazzo

chiamato pazzo

e diceva sto meglio in un pozzo

che su un piedistallo.

 

10 Marzo 1994 

Remus si avvolse meglio nel mantello, stringendo la tazza di tè caldo tra le mani e fissando il camino. Gli sembrava quasi strano essersi ritrovato lì ad Hogwarts un’altra volta, per il suo compleanno.

Nonostante Albus avesse proposto di festeggiare insieme agli altri insegnati, lui aveva rifiutato gentilmente, anche perché l’ultima luna piena era stata appena due giorni prima e non si era ancora del tutto ripreso. E poi pensava di non avere più motivo di festeggiare nulla; i compleanni avevano senso in passato, quando c’erano gli amici a festeggiare e quando crescere sembrava un gioco divertente, un azzardo che tutti loro potevano e dovevano affrontare con tutta la spregiudicatezza dell’essere giovani.

Con il passare del tempo (e dei compleanni), crescere per Remus aveva significato accettare il suo passato come tale, un archivio di ricordi preziosi e belli, che non dovevano essere guastati da tutto ciò che era venuto dopo; crescere aveva significato capire che, nonostante tutto, il Sirius malandrino ed il Sirius traditore erano la stessa persona, ma gli era difficile legare qualche ricordo spiacevole al primo.

In quella serata, che sarebbe stata una sera qualsiasi, se solo improvvisamente Remus non avesse sentito il peso dei suoi trentaquattro anni cadergli addosso, tutto insieme, forse per colpa della stanchezza post trasformazione, forse a causa di quel piccolo pensiero che gli grattava il cervello, come una tarma fa nel legno vecchio di una sedia a dondolo; in quella serata, dunque, lui pensò che crescere aveva significato fare i conti con tutto quello che da lì dentro, da Hogwarts, sembrava lontano, un futuro che si poteva continuare a rimandare all’infinito. Crescere era stato tutto sommato semplice e naturale, perché il tempo, si sa, aiuta sempre le persone pazienti.

E pensava, lui, a quel ragazzino che, impacciato e insicuro, aveva messo piede lì dentro, incontrando un mondo nuovo; pensava a tutti gli anni che erano passati e continuava a chiedersi chi fosse quel ragazzo che sorrideva sempre con calma, che sembrava non starci, in quel gruppo di scalmanati, che sembrava non calzare al fianco di Sirius, che era tutt’altro che calmo, che era caos allo stato puro.

Quante cose sono cambiate, aveva pensato e poi aveva riso divertito, perché sembrava un vecchio romantico che guarda indietro e si rivede ragazzo, con meno rughe e più forza. Forse lo era davvero, un vecchio romantico, nonostante trentaquattro anni non sono nulla.

Si avvicinò un po’ di più al calore del fuoco nel caminetto, sorseggiando dalla tazza ancora bollente; il pensiero, quel pensiero strano, ancora gli formicolava nella testa, dandogli un po’ di fastidio, perché era stanco, e facendogli salire un inspiegabile groppo alla gola.

Crescere voleva dire sapersi chiedere e se avessi sbagliato tutto?

 

Un ultimo sguardo commosso all'arredamento

e chi si è visto, s'è visto.

 

Giugno 1994 

Appena qualche mese prima quella domanda sembrava buffa, quasi insensata, pensò Remus, mentre sistemava le ultime cose nelle valige; però sentiva chiaramente che aveva il diritto d’esserci. Era come un sesto senso, qualcosa che gli suggeriva l’istinto, piano piano, perché tendeva sempre a metterlo a tacere, il suo istinto.

Crescere in fondo voleva dire anche questo, ovvero accettare di essersi sbagliati, perdonarsi per non aver indagato come si avrebbe dovuto fare; non era facile, soprattutto fare la seconda cosa. Perché Remus non ci aveva pensato due volte a darsi dello stupido, ad ammettere subito, appena tutto gli era stato chiaro, d’essersi sbagliato. Con arrendevolezza infantile e il cuore che, dopo tanti anni, si faceva un po’ più leggero, perché amare è qualcosa di impegnativo, ma amare chi ti ha tradito lo è ancora di più.

Perdonarsi, Remus lo aveva sempre trovato un po’ ostico; ma aveva accettato il perdono di Sirius, almeno quello.

Crescere, alla fine, era solo una parola, perché quel giorno, l’ultimo giorno di lavoro dopo aver dato le dimissioni ed aver salutato Harry, fu un giorno felice, nonostante Remus avesse perso l’opportunità di fare un lavoro che gli piaceva, la sicurezza di un guadagno sicuro e di una casa da poter definire tale; quel giorno si sentì quasi un ragazzino, quel ragazzino ignaro di cosa volesse davvero dire la parola futuro, ancora pronto a sognare, ancora pronto a misurarsi col mondo, perché vicino aveva di nuovo un amico.

Si guardò intorno ancora una volta, poi chiuse la porta dello studio con un sorriso e s’incamminò verso l’uscita, come aveva fatto anni prima: con l’eccitazione di un bambino davanti a qualcosa di nuovo, ma, ad accompagnarlo, la consapevolezza di un adulto che sapeva già come affrontare il mondo.

 

Ho deciso

di perdermi nel mondo,

anche se sprofondo.

Lascio che le cose

mi portino altrove,

non importa dove,

non importa dove.

  


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Note: scritta per il Meme di Marzo del Tessoro, con il prompt 05. "Crescere" della lista tre - Compleanno.
I brani in corsivo, sulla destra, sono estratti dalla canzone "Altrove" di Morgan, che ho sentito per la prima volta lunedì, cantata da Noemi (X-factor... Sì, ormai sono assuefatta anch'io ai reality, va bene? XD) e che ha un testo pazzesco, semplicemente adattissimo all'occasione ♥ almeno secondo me. Mi è venuto come un flash mentre mi rileggevo il testo, velato di un lieve cinismo di sottofondo, con una componente di leggerezza, da definire quasi follia, ed ho pensato a quel licantropo dall'indole calma e pacata, che possiede un lieve cinismo, utile soprattutto a leggere la sua vita. Remus è un po' in quella canzone, se vogliamo per l'arrendevolezza a lasciare che le cose lo portino altrove, non importa dove, se vogliamo perché sta meglio in un pozzo che su un piedistallo. Ho pensato a lui, forse perché volevo pensarci e basta; forse perché, come un po' tutte le ragazze che scrivono su di lui, sono un po' innamorata di Remus; forse perché volevo utilizzare questa canzone a tutti i costi. Chissà.

 

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