Lezioni di astronimia
 

 

 

“Papà, aspetta!” Disse il bambino, arrancando a fatica nella neve, bardato nel suo piumino, con tanto di sciarpa, guanti e capello di lana. L’uomo poco più avanti si voltò ad aspettarlo, sorridendo per il modo impacciato in cui il bambino si muoveva.

“Ce la fai? Vuoi che ti prenda in braccio?” Chiese, ma il piccolo scosse testardamente la testa, limitandosi a prendere la mano che il padre gli aveva teso. “Allora andiamo, siamo quasi a casa.”

S’incamminarono di nuovo lungo la strada innevata, infreddoliti dalla notte dicembrina; ai lati della via c’erano pochi alberi spogli e si vedevano a malapena, in lontananza, le luci delle case vicine. Abitavano in un posto un po’ isolato, in aperta campagna, ma era bello così perché, lontani da tutti i rumori e le luci della città, in quel posto si poteva vedere la neve intonsa d’inverno, si poteva vedere il verde della primavera e i tappeti di foglie in autunno… E poi in estate si potevano mangiare i frutti presi direttamente dall’albero (anche se il piccolo non ci arrivava e doveva sempre aspettare che qualcuno lo prendesse in braccio per raggiungere i rami degli alberi).

Il bimbo, sicuro della mano che lo guidava, alzò il visino verso l’alto, per guardare il suo papà, che era alto e quindi arrivava a prendere tutta la frutta che voleva. Il papà era sempre molto buono con lui (e non solo perché d’estate gli prendeva tutte le mele che voleva e perché lo faceva dormire con lui quando faceva i brutti sogni), ma a volte lo trattava come se fosse ancora piccolo e questo a lui non piaceva, perché si sentiva grande a cinque anni e mezzo. Il suo sguardo presto, però, venne catturato dal cielo senza luna che li sovrastava: era immenso e di  un blu scuro scuro, tanto che sembrava nero, nel quale si stagliavano migliaia e migliaia di puntini bianchi, più o meno luminosi, grandi, piccoli, vicini e lontani. Si fermò con il nasino all’insù, guardando attentamente tutte quelle stelle.

“Che c’è?” Gli chiese il padre, voltandosi a guardarlo e sorridendo nel vedere la meraviglia dipinta su quel volto paffuto e arrossato dal freddo. “Sono belle, vero?” Gli chiese, accucciandosi vicino a lui e sistemandogli meglio la sciarpa, che era scivolata via. Il piccolo non rispose, troppo intento a guardare in alto quel cielo che era così lontano e così grande…

“Papà! Prendimi in braccio!” Esclamò all’improvviso. L’uomo lo guardò un po’ perplesso ed il bambino gli si gettò al collo, tutto concitato. “Prendimi in braccio! Prendimi in braccio!” Continuò imperterrito, con gli occhi che brillavano emozionati; alla fine, preso in braccio e sollevato, si sentì un po’ più vicino a quel cielo che solo un momento prima gli sembrava così lontano. “Voglio diventare alto come te, papà! Così posso prendere tutte le stelle!” Esclamò pensieroso, ancora con il naso all’insù.

L’uomo rise, ma non gli disse che in realtà le stelle non si possono prendere con una mano e che non basta essere alti per toccarle.

“La nonna mi ha insegnato a riconoscere qualche stella, lo sai?” Fece il bambino poi, con una punta d’orgoglio nella voce.

“Davvero?” Lo assecondò il padre, tenendoselo stretto.

“Sì! Mi ha insegnato le stelle e pure le co… cost… co – stel – la – zio – ni. Costellazioni!” Concluse, prendendo fiato dopo lo sforzo.

“E me ne sai dire qualcuna?”

Il bambino annuì contento e, guardando il cielo per un po’, indicò dritto in alto. “Quella lì è la co… cost… quella di Andromeda.” Disse indicando un gruppo di stelle che gli stava proprio in testa. “La nonna mi ha detto anche c’è una… galassia che si chiama Andromeda.”

“Mhm…” Annuì il padre, guardando in alto con attenzione e sbirciando di tanto in tanto il viso del bambino, che era tutto orgoglioso ed emozionato.

“E poi vicino alla stellazione di Andromeda c’è quella di Perseo. La nonna mi ha anche detto che Andromeda era una ragazza innamorata di Perseo e che Perseo era un eroe antico che ha sconfitto un drago che voleva mangiarsi Andromeda.”

“E’ vero… E tu ti ricordi tutte queste cose?” Lo punzecchiò il papà, sorridendo.

Sisi! E mi ricordo anche che vicino a loro c’è un’altra stellazione che si chiama Cassiopa.” Disse concitato, perché voleva far bella figura.

“Cassiopea?” Gli suggerì l’uomo, nascondendo una risata.

“Sì, quella!” Annuì il piccolo, restando poi un momento a guardare il viso sorridente del papà mentre guardava il cielo. Gli piaceva quando papà sorrideva, perché gli veniva da ridere anche a lui.

All’improvviso, poi, iniziò a guardarsi intorno, come se si fosse appena ricordato di qualcosa; quando finalmente trovò quello che stava cercando, strattonò la giacca del padre ed indicò in un’altra direzione, tutto festante. “Guarda, papà! Eccola!” Esclamò, con le guance rosse di freddo e di emozione. “Quella lì è la stella più luminosa! La nonna mi ha parlato anche di quella lì: si chiama Sirius!”

L’uomo si voltò a guardare Sirio che brillava con forza in quella notte senza luna: con la sua luce distante e azzurrina rischiarava un po’ la notte altrimenti buia e creava delle lievi ombre sul volto del frugoletto.

“E’ bella, vero?” Gli chiese distrattamente, mentre lo stringeva un po’ più forte. Il piccolo si voltò a guardarlo, notando che l’espressione del papà era un po’ strana: sorrideva ancora, però sembrava anche un pochino triste. Gli cinse il collo con le braccia e poggiò la testa sulla sua spalla, guardando ancora quella stella che li illuminava. “E’ bella, però non la guardare se ti fa essere triste, papà.” Borbottò, stringendolo più forte.

Remus gli baciò la fronte e guardò un’ultima volta la stella, prima di incamminarsi di nuovo verso casa. “Non sono triste, Ted… So che Sirius ci guarda da lì…” Affermò, ma Ted non capì mai cosa significassero quelle parole.

 

 


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Note: questa storia è nata all'improvviso. Sono settimana che tento di scrivere qualcosa su mio amato Wolfstar, ma per quanto sia piena di idee non riesco a farmi piacere niente di quello che scrivo; poi all'improvviso, mi è venuta quest'idea. Forse perché qualche tempo fa mi sono affacciata alla finestra e mi sono chiesta ma è già tempo di vedere Sirio (che è una stella 'invernale', possiamo dire, quindi nei mesi estivi non si vede)? O forse perché l'altra sera mi sono messa a guardare, al tramonto, Venere e Giove (che sono talmente luminosi che si vedono nonostante gli ultimi raggi di sole). Non so, ma è venuta fuori questa cosa: un piccolo frammento di vita, di come le cose sarebbero potute andare se Remus fosse sopravvissuto. Spero d'essere riuscita a rendere almeno un po' tutto l'affetto che prova per Ted; e spero che non risulti banale l'ultimo riferimento a Sirius (beh, sapete, non posso farne a meno e poi si parlava di stelle...).

 

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