Lo scacciapensieri

 

Generalmente a Ted non dispiaceva mai andare a trovare la famiglia di Harry, di questo Remus ne era assolutamente certo; all’inizio, quando era solo un bambino, a suo figlio piaceva stare dal padrino, perché Harry trovava sempre un modo per farlo divertire, per giocare con lui – come Sirius non aveva mai potuto fare e questo, Remus sospettava, c’entrava in qualche modo con i modi affettuosi e giocosi di Harry nei confronti di Teddy.

Poi era nato James e l’equilibrio era un po’ cambiato: Ted aveva sette anni e gli risultava difficile capire che il suo padrino non aveva più così tanto tempo per giocare con lui. Quando nacquero Al e Lily, però, la confusione di Teddy sembrava essere scomparsa e lui, non senza mesi e mesi d’invidia, alla fine aveva imparato a trattare i tre piccoli Potter come se fossero stati i suoi fratellini.

C’era solo un particolare momento dell’anno durante il quale Ted non amava andare dai Potter, ovvero la festa della mamma. Remus intuiva facilmente il motivo che spingeva suo figlio a fare i capricci quando arrivava quel giorno dell’anno ed aveva anche compreso per quale motivo l’anno precedente – il primo di Ted ad Hogwarts – il ragazzino si fosse categoricamente rifiutato di tornare a casa. Quella volta, però, non gli era stato possibile fuggire e quindi, mentre James e Albus mostrava con orgoglio i loro regali a Ginny, il giovane Lupin era riuscito a sgattaiolare via dalla sala da pranzo, riuscendo a trovare rifugio in quell’angolo di cortile che aveva sempre amato e che era sempre stato il suo nascondiglio.

Gli sarebbe piaciuto avere una mamma a cui fare regali e, nonostante ci fosse sempre sua nonna che lo ricopriva d’amore e lo viziava come meglio poteva per supplire, almeno in parte, alla mancanza di una madre, Andromeda rimaneva pur sempre  solo sua nonna. A volte ci pensava a come sarebbe stata la sua vita se la mamma si fosse salvata durante l’ultima battaglia, come era capitato al papà; ma per quanto si sforzasse, le sue illusioni non riuscivano mai a farlo stare meglio, anzi, tutto il contrario: lo facevano stare ancora peggio.

“Ted?” Chiamò Remus, sbirciando il dodicenne dall’angolo della casa.

“Vai via.” Brontolò il ragazzino, tenendo testardamente la testa bassa e un’espressione imbronciata sul viso; come se questo non fosse bastato a far intuire il suo cattivo umore, i capelli neri neri sottolineavano il tutto. Ora: Remus conosceva bene suo figlio, sebbene Teddy stesse diventando sempre più taciturno, irritabile e pieno di segreti; pertanto sapeva bene che, nonostante quel vai via, Ted non voleva davvero che lui se ne andasse.

“Vuoi restare da solo?” Chiese comunque, indicando la porta sul retro, come per fargli capire che, ad un suo cenno affermativo, era pronto ad andarsene. Suo figlio lo guardò di sbieco, dal basso verso l’alto, poi sbuffò e scrollò le spalle, sbrigandosi a nascondere la testa fra le braccia. Incoraggiato, Remus gli si avvicinò, per un attimo indeciso sul da farsi: Ted non era più un bambino e le esternazioni d’affetto, come coccole e carezze, lo facevano solo innervosire. “Non vuoi tornare di là? James ha iniziato a chiedere che fine hai fatto.” Tentò, quindi, osservandolo con attenzione.

“Non voglio tornare di là.” Brontolò il ragazzino, imbronciandosi ancora di più; rimase in silenzio per qualche momento, ma Remus sapeva che stava solo pensando a come chiedergli quello che gli stava frullando nella testa. Quell’aspetto del carattere di Ted lo conosceva bene, perché anche lui, alla sua età, aveva sempre avuto la tendenza a riflettere a lungo prima di dire cosa aveva in mente, e la cosa lo faceva sorridere, perché nonostante fisicamente il bambino non gli somigliasse affatto, c’erano dei piccoli particolare che erano indubbiamente suoi, di Remus. “Perché mi hai fatto tornare, papà?” Gli chiese infine, guardandolo con gli occhi rossi.

“Perché Harry mi ha chiesto se saresti venuto, stavolta, o se come l’anno scorso saresti rimasto a scuola.”

“Beh, preferivo starmene a scuola.” Brontolò, guardandolo male.

“Lo immaginavo.” Gli rispose suo padre con un sospiro.

“Allora perché hai insistito tanto? Potevo rivedere Harry e Ginny anche durante le vacanze, ma tu… Tu devi sempre costringermi!” Esclamò Ted, stavolta evidentemente molto innervosito. “Se lo sapevi, per quale dannato motivo hai voluto che tornassi, eh? Lo fai apposta! Lo sai che…” Si morse il labbro, abbassando di nuovo lo sguardo.

Remus si strinse per un momento nelle spalle: aveva insistito perché sperava che la presenza di James e Albus potesse risollevargli l’umore, di solito sempre nero in quel periodo dell’anno, pranzo o non pranzo a casa dei Potter. Ma questo non poteva dirglielo, altrimenti la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare. “Mi dispiace, Ted. L’anno prossimo potrai fare quello che vuoi, davvero.” Disse infine, nel tono più conciliante che riuscisse a trovare.

“Beh, allora l’anno prossimo non tornerò nemmeno a Natale! Tanto è sempre la solita storia!” Gli occhi rossi erano diventati improvvisamente lucidi di lacrime e la cosa non piacque per niente né a Ted, che non voleva sembrare ancora un bambino lamentoso agli occhi del padre, né a Remus, che non aveva la minima intenzione di far piangere suo figlio. La verità era che da quando Ted aveva compreso l’enorme differenza fra la sua famiglia – composta da lui e suo padre – e la famiglia di James – che aveva anche una mamma – parlare si era rivelato sempre più difficile.

“Mi dispiace che ti manchi così tanto tua madre… Forse… avresti preferito che…?”

“No, non voglio un’altra madre.” Si affrettò a dire il ragazzino, asciugandosi gli occhi. “Mi sarebbe bastato conoscere la mia.”

“Lo capisco.”

“Però non fare quella faccia, papà!” Disse Ted, spingendo un po’ suo padre, con fare scherzoso. “Non è che è colpa tua, se non ho mai potuto conoscerla.”

Remus avrebbe volentieri dissentito, perché nonostante fosse più che felice d’avere avuto la possibilità di vivere e far crescere suo figlio, non riusciva ad impedirsi di pensare che se fosse stato più attento e protettivo nei confronti di Tonks probabilmente sarebbe sopravvissuta anche lei, e Ted non avrebbe mai avuto tutto quel malumore, quel giorno e tanti altri giorni prima. Avrebbe potuto dirgli tutto questo, ma non lo fece, perché il ragazzino gli aveva finalmente fatto un sorriso e a lui bastava così; non era giusto che mettesse sulle spalle di suo figlio i suoi sensi di colpa, Ted non li avrebbe capiti e comunque sarebbero stati solo un altro motivo di disagio fra di loro. Mai come in quel periodo Remus si stava rendendo conto di quanto sarebbe stato importante per suo figlio avere una madre.

“Vuoi restare un altro po’ da solo?” Gli domandò, mettendo da parte tutti quei pensieri inutili. Il dodicenne annuì e Remus gli arruffò i capelli, un po’ impacciato, ma Ted lo lasciò fare senza mostrare il suo disappunto. Quando il ragazzino si fu assicurato che suo padre fosse rientrato, si azzardò finalmente a tirare un sospiro sconsolato.

“Teddy?” Pigolò una voce lì accanto, e Ted lanciò un’occhiata al piccolo James che, per tutto quel tempo, era rimasto nascosto dietro un angolo della rimessa.

“Hai origliato?”

“No!” S’affrettò a rispondere il bambino; anche se non aveva la minima idea di cosa volesse dire quella parola, sembrava una cosa brutta da fare. “Devo andarmene? Sei arrabbiato con me?” Domandò, rosso in viso, mentre nascondeva le mani dietro la schiena.

Teddy lo guardò per un attimo, poi alzò le spalle con fare noncurante; il bambino però continuò a guardarlo in attesa di una risposta e lui alzò gli occhi al cielo. “Non sono arrabbiato con te, James.” Gli spiegò, facendogli cenno d’avvicinarsi.

“Nemmeno con il tuo papà?” Gli domandò il piccolo Potter, mentre si accovacciava fra le sue gambe, guardandolo da sotto in su.

Ted strinse un attimo le labbra, meditando sulla risposta giusta. “No. Non sono arrabbiato con lui, anche se fa delle cose che non mi piacciono, a volte.”

James annuì, fingendo di capire. In realtà a lui Remus piaceva, perché faceva sempre delle magie che suo padre non faceva mai e soprattutto perché non lo trattava mai come un bambino; quando Remus gli parlava, James si sentiva importante, importantissimo. “Non gli vuoi più bene?” Domandò quindi, preoccupato che, in tal caso, anche lui dovesse cambiare atteggiamento nei confronti dell’adulto.

“Sì che gliene voglio. Però oggi non doveva costringermi a venire qui.” Si lasciò sfuggire Teddy; guardò preoccupato James e notò con orrore che il bambino aveva capito perfettamente quelle parole.

“Perché no? Non volevi venire? Non ci vuoi più bene, Teddy?” Si precipitò a piagnucolare il piccolo. “Non vuoi più bene nemmeno a me?”

“Nono! Ti voglio bene, James. Voglio bene anche a tuo padre e a tua madre, e anche ad Al e Lily.”

“Puoi anche non voler bene ad Al…” Brontolò il bambino, incrociando le braccia, improvvisamente dimentico della sua paura iniziale. “Però perché non volevi venire qui, allora?” Domandò, senza capire: se Teddy voleva bene ai suoi, allora doveva anche essere contento di vederli, no?

“Perché è la festa della mamma ed io non ho una mamma a cui fare regali.”

James inclinò la testa. “Però hai fatto un regalo a tua nonna…”

“Ma è mia nonna, appunto! Non è la stessa cosa, James!” Esclamò Teddy, incrociando le braccia, infastidito dal fatto che quel bambino fosse quasi più bravo di suo padre a farlo scoppiare. Ma almeno James non lo faceva sentire un bimbo lamentoso…

“Adesso sei arrabbiato con me?” Pigolò il piccolo Potter, con una vocina triste triste.

Ted sospirò. “No.”

“Lo so che non hai la mamma… Per questo puoi fare i regali alla mia, la prossima volta.” Offrì il bambino, guardandolo speranzoso. “A lei fa piacere e così tu non dirai più di non voler venire da noi.”

Il dodicenne ridacchiò per quell’offerta assurda: solo a James poteva venire un’idea del genere e la cosa gli fece dimenticare per un momento il suo malumore. Alzò le spalle ed annuì. “Ok, Jamie.”

“Ok?” Chiese il piccolo, con gli occhi che brillavano.

“Sì, grazie.” Disse, scompigliandogli i capelli; James lanciò un grido di vittoria e lo abbracciò di slancio.
Nella cucina Remus si allontanò dalla finestra, sorridendo: aveva fatto bene a portarsi dietro James quand’era andato a parlare con suo figlio, perché alla fine quel piccolo scapestrato riusciva sempre ad averla vinta su qualsiasi malumore di Ted.

 


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Note: Finalmente mi decido a metterla anche qui. Poverina, era finita sola soletta sul mio lj perché non mi andava di smanettare con l'archivio e alla fine... Eccola qui. In tutta la sua plagitudine (ebbene sì: come ha detto il Tessoro, qui ho plagiato me stessa XDD perché sì, questa ff non è solo l'AU di "My family", ma ne è quasi il plagio XD solo che lì non c'era Remus XD). Beh, spero che nonostante tutto sia almeno carina di leggere v_v

 

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