Old broken camera

Rumore di passi
lungo il corridoio. Silenzio. “Hai un buco dietro la giacca.”
“Davvero?”
Un cenno con la
testa. “Davvero.”
“L’ennesimo…”
Una mano sul
braccio, uno sguardo gentile. “Se vuoi posso rattopparlo io…” Le guance che
si colorano di rosso. “Voglio dire: so che sei impegnato e non hai tempo.”
“Ti ringrazio
molto.”
Voleva rattopparmi una
giacca già piena di toppe… In realtà, avrei potuto farlo io, quella sera non
avevo nulla da fare, ma lei è stata così insistente che non ho potuto fare a
meno di dirle di sì. Quella sera ho chiuso la porta della mia camera ed ho
rovistato in una scatola di cartone, che odorava di vecchio, di polvere;
odorava di angoli bui, di pareti che ti stritolano, odorava di costrizione.
C’erano tante foto al
suo interno; così tante foto che non sono riuscito a controllare l’impulso
di guardarle e le ho guardate tutte. C’erano quelle del nostro primo anno ad
Hogwarts in cui avevamo le facce paffute di bambini, ma eravamo già noi, noi
quattro.
Quelle del secondo e
terzo anno erano mischiate; le ho riordinate, riconoscendo i due anni senza
grandi problemi: durante il secondo Sirius aveva i capelli corti.
Le foto del quarto anno
erano molte e ce n’era una dove James saltava sulle spalle di Sirius;
ricordavo ancora chiaramente quando l’avevo scattata.
Quelle del quinto anno
erano molte di meno poiché a causa degli esami di fine anno e del fatto che
fossero finalmente riusciti a trasformarsi in Animagi, avevamo meno tempo
per scattare foto.
Le foto del sesto e
settimo anno erano ancora meno: eravamo cresciuti, ma eravamo ancora
ingenui. Peter guardava lontano, in quella foto di fine sesto anno.
C’erano anche delle
foto più recenti: la maggior parte ritraevano l’ippogrifo che Sirius teneva
nella soffitta, ma ce n’erano alcune che ritraevano me o Harry durante le
vacanze di Natale. Sirius si annoiava, quindi aveva ripreso l’hobby di
fotografare tutto quello che destava un minimo interesse in lui.
Poi, nella scatola di
cartone ho trovato la macchina fotografica; l’ho presa in mano ed ho pensato
a quante cose aveva visto quell’oggetto, a quante foto aveva scattato grazie
a Sirius, che la riponeva poi in un angolino buio della sua casa a Grimmauld
Place, fra le pareti che lo stritolavano e…
*Tump*
La macchina fotografica
era ai miei piedi, distrutta.
Occhi tristi. “Mi
dispiace…” Lo sguardo che si abbassa, la vergogna sulle guance. “Non volevo,
mi sono distratta e…”
“Non fa niente.”
Lo sguardo che si
alza veloce, con rabbia e vergogna. “Non è vero che non fa niente!”
“Davvero, non
importa.”
La testa che
viene scossa con veemenza. “Sì che importa. Era la tua giacca migliore ed io
l’ho rovinata.”
“Era
vecchia e piena di buchi. Era ora che la buttassi…”
Occhi disperati.
“Ma…”
“Ne
comprerò una nuova.”
Il silenzio della
consapevolezza.
Con quali soldi? Con
quali soldi l’avrei comprata?
Non era una stupida,
l’avrebbe capito che era solo un modo qualsiasi per non farla preoccupare.
Quella mattina sono
uscito con un sacchetto nero fra le mani; mi sono avvicinato al primo bidone
della spazzatura e, senza pensarci oltre, ho buttato il sacchetto nero lì
dentro. La macchina fotografica non si poteva aggiustare; Sirius ci sarebbe
rimasto male, forse si sarebbe arrabbiato con me, ma Sirius non c’era, non
potevo né vedere la sua espressione cupa nell’apprendere che la sua macchina
fotografica si era rotta, né potevo sentire la sua voce rassegnata che mi
diceva: “Tanto era vecchia e non funzionava più.”
Mi sono seduto su una
panchina e un cane nero si è avvicinato a me; il mio cuore ha perso un
battito. Quando ho notato la chiazza bianca che aveva sulla fronte non
sapevo se sentirmi deluso o rincuorato: non era Padfoot. Non lo era, quindi
potevo accarezzarlo liberamente, senza sentirmi uno stupido, senza che
Padfoot si tirasse indietro, latrandomi contro infastidito e poi guardandosi
intorno, per esser certo che nessuno ci avesse visti. Il cane si è
allontanato dopo qualche momento ed io mi sono sentito solo.
Solo.
Ho pensato che non era
giusto che il cane mi lasciasse solo; ho pensato che non era giusto che
Padfoot mi avesse lasciato solo.
Solo.
Un sorriso
luminoso. “Ho una cosa per te!”
“Per me?”
Un sorriso
allegro. “Per te!”
“Ti
ringrazio.”
Un pacchetto,
avvolto da carta blu. “Aprila.”
“Ma…”
Mani che battono
allegramente. “E’ una giacca nuova tutta per te!”
“Non
dovevi.”
Una testa che
annuisce, sorridente. “Certo che dovevo!”
“Grazie
davvero.”
Occhi che si
allargano, una mano sul mio braccio. “Non l’ho fatto per carità!”
“Non
preoccuparti, lo so che non l’hai fatto per questo.”
Le guance che si
colorano di un bel rosso porpora.
“Allora? Come mi
sta?”
Occhi luminosi,
un lieve rossore sulle guance. “Benissimo.”
“Grazie,
Tonks.”
Un sorriso
rapito. “Prego, Remus…”
La giacca nuova era
comoda ed era bella, di un bel verde scuro; doveva essere molto costosa e
presto scoprii quanto costava: si era dimenticata di togliere l’etichetta.
Ho sorriso davanti a quella mancanza: mi ha ricordato di quando James e
Sirius mi regalarono un mantello nuovo, dopo che il mio era finito in mille
pezzi per colpa di uno scherzo; si erano dimenticati di togliere
l’etichetta… C’è una foto, nella scatola polverosa, che mi ritrae mentre
apro il loro regalo.
Quella sera siamo
usciti all’aperto e abbiamo parlato tanto: di come era strano essere rimasto
l’ultimo di un gruppo così affiatato, di come mi sentivo male all’idea
costante di non rappresentare nulla per Harry, se non un ex professore; di
come Harry soffrisse per la mancanza di Sirius, di come io non avrei mai
potuto prendere il posto di Sirius; di come mi mancasse Sirius e la sua
macchina fotografica, ma questo l’ho solo pensato.
I miei occhi erano
velati quando mi sono accorto che lei piangeva; anche lei mi aveva detto
quanto soffrisse per la morte di Sirius, di quanto gli mancasse la sua
presenza per casa.
L’ho abbracciata e non
mi sono più sentito tanto solo: lei provava ciò che provavo io. Forse in
maniera diversa, ma anche lei sentiva la mancanza di quella faccia scura
ogni volta che si tornava da una missione: Sirius non era importante solo
per me.
Questo mi ha fatto
sentire meno solo.
Tutto questo grazie a
lei o forse no: tutto questo a causa del mio attaccarmi a qualcuno, come un
naufrago in un mare in tempesta, alla ricerca di un po’ di sollievo dalla
solitudine.
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Tea House Moon
© Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni,
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