Little kids
 

 

Honey era seduto davanti alla finestra, con il gomito poggiato sul davanzale e la mano che sosteneva la testa, e guardava il caldo paesaggio primaverile di fine Maggio. Ancora poco, pensava, e sarebbe arrivata l’estate. Nonostante il caldo, l’estate gli piaceva: poteva mangiare tutto il gelato che voleva, andare al mare, costruire castelli di sabbia insieme a Takashi e… Era stata d’estate la prima volta che aveva incontrato Takashi. O almeno, il ricordo di quell’estate di più di dieci anni prima era il primo ricordo che avesse di lui.

Se lo ricordava, eccome…

 

Mitsukuni era ancora un bambino piccolo e gli era ancora concesso di portarsi dietro il suo coniglio di peluche rosa ovunque andasse. Nessuno lo rimproverava se mangiava cose dolci e nessuno gli impediva di comportarsi liberamente, senza nessuna restrizione né rigidità, come ogni bambino avrebbe dovuto comportarsi.

Quell’anno la mamma aveva deciso di portare al mare lui e il piccolissimo Yasuchika: l’aria salmastra faceva bene ai bambini.

Appena Honey aveva visto il mare aveva iniziato ad agitarsi sul suo posto, alzandosi in piedi sul sedile della macchina, facendo volare in aria Usa-chan e facendo perdere la pazienza alla sua tata (la mamma era occupata a prendersi cura del fratellino). Chissà quali divertimenti si nascondevano sotto quel blu! Chissà quanti giochi si potevano fare con tutta quella sabbia!

Arrivati a casa, Mitsukuni avrebbe voluto andare subito in spiaggia per vedere il mare più da vicino, per schizzare l’acqua, per fare castelli di sabbia ed usare le sue formine; ma i grandi avevano altri progetti. Lo portarono nella residenza estiva degli Haninozuka (era una villa solo un po’ più piccola della loro casa, ma ad Honey sembrò enorme e misteriosa) e lì vennero accolti da altri adulti.

Mitsukuni, stretto al suo Usa-chan, guardava quelle persone con curiosità ed un po’ di timore. Ricordava vagamente i suoi zii ed a volte i loro modi di fare erano così buffi, che lo facevano ridere. Però non poteva ridere davanti a loro, così ogni volta, a forza di trattenere le risate, gli venivano i crampi alla pancia e la mamma non gli faceva mangiare il dolce.

In quel momento, perso nei suoi pensieri e tenendosi una mano sullo stomaco, si sentì tirare la mano. La zia, quando guardò in alto, gli fece un grosso sorriso e lo condusse nel salotto; Honey si lasciò trascinare docilmente, come ogni bambino, guardandosi intorno con circospezione. Era sicuro di essere stato lì anche altre volte, ma non riusciva a ricordare bene; gli sembrava tutto così nuovo, così diverso. Quando la porta del salone si aprì, il piccolo Haninozuka si ritrovò in una stanza che era grande come la sala da pranzo di casa sua, quella dove, quando il papà non c’era e la mamma non guardava, poteva correre fingendo di inseguire i cattivi (chi erano i cattivi dipendeva dal gioco del giorno: potevano essere ladri di dolci o sequestratori di peluches). Subito si sentì a suo agio in quell’ambiente luminoso. Lasciò la mano della zia e si lanciò in una corsa sfrenata dall’altra parte della stanza, dove c’erano delle grandi finestre: da lì si poteva vedere la spiaggia, ancora assolata. Mitsukuni rimase a guardare quello spettacolo con gli occhi che brillavano di contentezza ed entusiasmo. Sarebbe stato divertente correre sulla sabbia e poi tuffarsi in mare con i braccioli nuovi. Peccato che Usa-chan non poteva andare con lui, altrimenti si sarebbe bagnato ed ai coniglietti rosa, gli aveva detto la tata, non faceva bene l’acqua salata.

Stava guardando mestamente proprio il suo peluche, quando si accorse che c’era una presenza alle sue spalle. Con un sussulto si girò e si ritrovò davanti un bambino alto e magro che lo guardava… praticamente senza espressione.

Honey lo guardò in faccia; si ricordava vagamente anche di lui: quello era suo cugino Takashi ed aveva la sua stessa età. Non gli era particolarmente simpatico, però non poteva nemmeno dire che era antipatico. Takashi era un bambino molto silenzioso ed anche quando lui provava a coinvolgerlo nei suoi giochi finiva sempre che Mitsukuni era l’unico a giocare, mentre il cugino rimaneva a guardarlo in un angolo della stanza. Forse si annoiava o forse era lui che non era simpatico a Takashi, fatto sta che preferiva di gran lunga giocare con Usa-chan, piuttosto che con suo lui.

Improvvisamente la mamma lo chiamò e lui, dopo aver lanciato un’altra occhiata al cugino, le si avvicinò, accorgendosi che l’altro lo stava seguendo. Quando fu accanto a sua madre, vide Takashi mettersi esattamente di fronte a lui, accanto alla sua di mamma. Non capendo perché facesse in quel modo, Honey strabuzzò gli occhi, ma sua madre attirò la sua attenzione con una domanda.

“Ti ricordi di Takashi, vero?” Chiese la donna con voce gentile.

Il bimbo annuì senza staccare gli occhi dal cugino.

“Quest’estate potrai giocare con lui, così non ti sentirai solo.” Gli disse con un sorriso la zia.

“Ma io non sono solo. Con me c’è sempre Usa-chan!” Affermò con convinzione, stringendo forte il suo peluche rosa. Per un motivo a lui ignoto, le due donne ridacchiarono. Mitsukuni le guardò con perplessità: che cosa aveva mai detto di così divertente?

Guardando Takashi, però, si rassicurò; se nemmeno lui stava ridendo, allora voleva dire che la mamma e la zia stavano ridendo per qualcosa che non aveva niente a che fare con lui.

“Allora vuol dire che giocherete tutti e tre insieme, va bene, Mitsukuni?” Disse la mamma, dopo avergli accarezzato dolcemente i capelli.

Honey la guardò e poi si voltò verso suo cugino. Lo stava ancora guardando fisso fisso, senza nessuna espressione; però sembrava che fosse anche interessato al suo coniglietto rosa. Mitsukuni gli sorrise. “Va bene per te, Takashi? Giocheremo tutti insieme!”

Il bambino di fronte a lui lo guardò ancora un momento, prima di annuire con forza.

 

Nel pomeriggio, dato che nessuno riusciva più a trattenere Mitsukuni dentro casa, scesero finalmente in spiaggia: era immensa e tutta per loro. Appena Honey mise piede sulla sabbia iniziò a saltellare per quanto scottava; però era felice e rideva, nonostante avesse dovuto lasciare Usa-chan nella sua camera da letto. In quel momenti, in effetti, non ci stava nemmeno pensando al peluche che gli aveva regalato sua nonna e per cui provava un attaccamento spropositato. La tata lo prese in braccio (o almeno ci provò) e gli infilò i sandali, rimettendolo poi a terra e lasciando che corresse liberamente verso il mare. Arrivato davanti a quella distesa di blu, il piccolo Haninozuka si mise a giocare con le onde, avanzando verso l’acqua quando le increspature retrocedevano e tirandosi subito indietro appena quelle si facevano avanti. Pensò, in quel momento, che non si era mai divertito così tanto, nonostante più volte l’acqua gli bagnasse i piedi. Il gioco durò ancora qualche minuto prima che il bambino si ritrovasse completamente zuppo, così non ci pensò due volte e, presi i braccioli, si tuffò in acqua, incurante delle raccomandazioni di rimanere vicino alla riva.

Sguazzando nel mare e schizzando acqua ovunque, i fumi del primo entusiasmo si spensero velocemente e dopo un po’ Honey si era già stancato del mare e dei braccioli. Fermandosi in ginocchio sul bagnasciuga, si accorse solo allora che suo cugino era seduto poco più avanti, sulla sabbia asciutta e guardava il mare, con la sua solita non-espressione, alla quale ormai si era abituato anche Mitsukuni.

“Non vieni a fare il bagno?” Gridò il piccolo Haninozuka, nonostante l’altro fosse poco distante da lui. Takashi non gli rispose, ma almeno lo guardò.

Honey gli sorrise, schizzando l’acqua in aria. “In due è più divertente!” Esclamò con entusiasmo. Almeno in due avrebbero potuto inventare un gioco, oppure schizzarsi, oppure fare le gare di nuoto (anche se in effetti lui non sapeva nuotare), oppure fare qualsiasi altra cosa; sarebbe stato comunque divertente. “Vieni!” Lo chiamò, infine, dato che l’altro era ancora immobile sulla sabbia asciutta.

Honey dovette aspettare ancora qualche minuto prima di ricevere dal cugino un qualche segno di vita; proprio quando stava per voltargli le spalle con delusione, Takashi si mise in piedi e lo raggiunse. Rimase in piedi accanto a lui, guardando dall’alto e sembrando aspettare che Mitsukuni gli dicesse cosa fare. Il piccolo Haninozuka gli sorrise e si mise in piedi, rendendosi conto improvvisamente di quanto l’altro fosse più alto di lui. Gli prese una mano e, continuando a sorridere, lo trascinò in acqua, costringendolo ad andare giù con la testa. Quando Takashi riemerse i capelli gli erano finiti davanti agli occhi ed Honey rise per i suoi buffi tentativi di liberarsi dalla fastidiosa frangia; troppo preso dalle sue risate, non si accorse che il cugino, dopo averlo preso per la caviglia, lo stava tirando in acqua, se non quando si ritrovò con la bocca piena di acqua salata.

Honey riemerse tossicchiando e si accorse solo dopo qualche attimo, in cui si preoccupò esclusivamente di riprendere fiato, che la zia stava rimproverando in modo molto severo Takashi. Perplesso, Mitsukuni osservò prima l’espressione arrabbiata della donna e poi quella impassibile del cugino; non capiva proprio cosa fosse successo di tanto grave, stavano solo giocando e poi, se proprio la zia doveva rimproverare qualcuno, quello doveva essere lui, dato che era stato il primo ad iniziare quel gioco. Ciò nonostante non lo fece presente; Takashi non sembrava minimamente colpito da quelle parole, ma forse si sbagliava…

Quando la zia si fu allontanata, lanciando di nuovo un’occhiata ammonitrice a suo figlio, Honey si avvicinò al cugino e, borbottando, gli chiese scusa.

Per tutta risposta, Takashi si voltò a guardarlo, con la solita non-espressione di poco prima; si guardarono per un momento lunghissimo, durante il quale Haninozuka si sentì spaesato come mai gli era successo. Ma poi il cugino, pur mantenendo un’espressione imperturbabile, gli posò la mano sulla testa e gli diede due leggere carezze, come si fa con i cani, per poi tornare guardare il mare.

Ancora più spaesato di prima, Honey guardò l’altro: era tanto strano suo cugino, sembrava sempre che si annoiasse o che non gli importasse di niente, però… era buffo e divertente. Con un sorrisone largo sulle labbra, Mitsukuni tornò all’attacco ed i due bambini giocarono e giocarono per tutto il pomeriggio, tirandosi in acqua, schizzandosi, fingendo di lottare.

Fu una giornata estremamente stancante per tutti i due, pensò Honey una volta a letto, accoccolato accanto al suo Usa-chan. Mentre il sonno si impadroniva di lui, ragionò sul comportamento del cugino: dopo il rimprovero della zia non si era più azzardato a fare cose troppo azzardate. Forse allora, c’era rimasto più male di quanto aveva inizialmente pensato Honey. Prima di addormentarsi di sasso, il bambino si ripromise di stare più attento a non mettere nei guai Takashi.

 

La mattina seguente arrivò quasi in un lampo. Mitsukuni si ritrovò esattamente dall’altra sponda del letto (ed era un letto molto largo) rispetto a dove la sera prima si era appallottolato. Le tende erano tirate ed il sole entrava dalla grande finestra illuminando tutta la stanza e suo cugino.

Ancora un po’ rintontito a causa del sonno, Honey si stropicciò gli occhi e poi guardò Takashi che, seduto su una sedia, sembrava aspettare proprio il suo risveglio. Senza chiedere cosa ci facesse lì (la sera prima aveva sentito i grandi dire qualcosa riguardo al fatto che da quel giorno in poi Takashi avrebbe badato a lui), sbadigliò e fece un sorriso assonnato. “’Giorno, Takashiii.” Salutò, con voce impastata dal sonno, mentre un altro sbadiglio nasceva proprio dall’ultima sillaba, creando quel buffo suono di ‘i’ prolungata.

“Mrno…” Borbottò l’altro ed Honey lo prese come una risposta al suo saluto.

“Oggi è una bella giornata come ieri, eh?” Chiese Haninozuka, sempre sorridendo e guardando fuori dalla finestra. Il piccolo Morinozuka non rispose; Mitsukuni lo prese come un assenso. “Andiamo al mare anche oggi, così ci divertiamo come ieri, vero?”

Di nuovo nessuna risposta. Honey si voltò verso il cugino e vide che annuiva con vigore. Grattandosi la testa, osservò distrattamente la non-espressione dell’altro e si chiese se sorridesse mai quel bambino. Poi però si dimenticò di tutto, quando vide la colazione che lo aspettava sul tavolo.

Si fiondò su di essa e la mandò giù velocissimamente; una volta che la pancia fu piena si distese sulla sedia, soddisfatto, commentando quanto fossero buoni i dolci. Improvvisamente si sentì tirare la mano e venne trascinato in bagno da Takashi, che, non appena furono davanti al lavandino, gli mise in mano lo spazzolino da denti. Honey, dopo un po’ di perplessità iniziale, rise; aveva preso davvero seriamente il compito che gli adulti gli avevano dato!

“Va bene, Takashi, mi lavo i denti… ma dopo andiamo in spiaggia, vero?” Chiese, mentre guardava l’altro attraverso lo specchio. Solo quando vide l’altro annuire, mise il dentifricio sullo spazzolino e si lavò i denti.

 

Il resto della giornata passò come il pomeriggio precedente, fra finte lotte in acqua e la costruzione di un castello di sabbia: Takashi ammassava la sabbia, modellandola secondo le direttive del cugino, mentre Honey decorava le torri con sassi e conchiglie. Il piccolo Mitsukuni si disse che non aveva mai fatto un castello di sabbia così bello, nemmeno quand’erano la mamma o la tata ad aiutarlo e sicuramente con loro si divertiva di meno: finivano sempre per voler fare a modo loro, invece Takashi faceva tutto quello che lui gli diceva di fare. E, con il passare dei giorni, si rese conto che questo comportamento di suo cugino non si limitava alla costruzione di castelli di sabbia, ma che era generalizzato: a parte quando lo obbligava a lavarsi i denti o quando lo portava, trascinandolo, a letto perché era tardi, Takashi lasciava sempre che Honey decidesse cosa fare. A Mitsukuni andava bene così, del resto a chi non piaceva avere campo libero?, ma ogni tanto si domandava se suo cugino non si annoiasse a fare sempre i giochi che decideva lui. Ben presto però si dimenticava di tutte quelle preoccupazioni e tornava a dedicarsi a qualsiasi cosa stesse facendo.

Era evidente che stare con Takashi gli piaceva, forse non solo per il fatto che facesse tutto quello che voleva, ma anche perché era divertente e lo aiutava sempre quand’era in difficoltà. Per esempio, era successo che uno dei braccioli nuovi si fosse bucato, Mitsukuni poi non sapeva nuotare, né stare a galla, ma Takashi l’aveva ripescato e portato dove si toccava. Poi, un giorno in cui faceva tanto caldo, il gelato di Honey si era squagliato e lui gli aveva dato il suo. Oppure l’aveva saltato da un cane che gli stava ringhiando contro. E poi c’erano tante altre cose che erano successo, ma il piccolo Haninozuka non le ricordava tutte; però sapeva che Takashi era sempre stato con lui a proteggerlo, a giocare con lui e a divertirsi con lui.

 

Un giorno particolarmente calda, in cui il sole picchiava forte, Takashi si fece tutto rosso ed il pomeriggio stette male. Honey si aggirava fuori dalla stanza del cugino, annoiato ed anche un po’ preoccupato; i grandi non lo facevano entrare nella camera, perché l’altro stava dormendo, ma lui voleva vederlo.

Non c’era un motivo vero e proprio: erano sempre stati insieme, per tutti quei giorni, e lui si era abituato alla sua presenza silenziosa. Aveva imparato che Takashi non era timido, però si esprimeva in altri modi; Honey aveva capito come fare a conoscere i suoi stati d’animo, semplicemente guardandolo: quand’era contento faceva le cose con particolare forza ed entusiasmo, quando era triste, invece, faceva le cose distrattamente; quando aveva fame il suo stomaco parlava per lui e quando aveva sonno… sorrideva addirittura!

Chissà in quel momento come stava, si chiese Mitsukuni fissando la porta della stanza; ormai fuori era buio ed il corridoio era vuoto. Dopo cena, infatti, gli adulti lo avevano subito mandato al letto, ma lui non ci era andato. Forse poteva approfittare di quel momento per intrufolarsi nella camera del cugino e vedere se stava bene. Proprio mentre pensava questo, dalla fine del corridoio si iniziarono a sentire dei passi: preso dal panico, Honey si nascose dietro le tende della finestra, sperando di non venir scoperto.

Era divertente, tutto sommato, stare nascosti: era come giocare a nascondino, si sentiva tutto trepidante ed agitato tanto che gli scappava da ridere. Prontamente, si infilò l’orecchio di Usa-chan n bocca e sbirciò oltre la tenda, appena in tempo per vedere sua zia entrare nella stanza di Takashi. La sentì mormorare qualcosa dalla porta e poi, dopo essere uscita, chiuderla, incamminandosi nella direzione da cui era venuta. Quando la donna fu scomparsi oltre le scale ed i passi si furono acquietati, Mitsukuni tirò un sospiro di sollievo, tirandosi fuori dalla tenda e guardandosi intorno nel corridoio: quella era la sua buona occasione, non c’era nessuno e probabilmente nessuno dei grandi si sarebbe fatto vivo prima di tanto tempo.

Al tre, Honey si lanciò nella stanza del cugino, chiudendo la porta subito dopo essere entrato; corse velocemente verso il letto e si intrufolò sotto le coperte, per nascondersi nel caso in cui qualcuno l’avesse sentito. Per un momento, dimenticò anche il motivo per cui era entrato nella stanza e si mise a ridacchiare con Usa-chan, pensando che ce l’aveva fatta e che era stato proprio bravo a non farsi scoprire. Sotto il lenzuolo, però, il motivo si presentò a guardarlo con una faccia stranamente curiosa.

Mitsukuni fece un piccolo sussulto quando si ritrovò davanti la faccia tutta rossa di Takashi; allora si ricordò perché era stato tutto il pomeriggio fuori da quella stanza: non di certo per giocare a nascondino con gli adulti!

Mettendosi in ginocchio sul letto, posò una piccola mano fresca sul volto bollente del cugino. “Ti fa male?” Chiese con curiosità, quando Takashi sospirò.

Questi scosse leggermente la testa, un po’ intontito da quell’eccessivo calore e dal sonno.

“Non è stato divertente stare da soli, vero?” Domandò ancora Honey, mentre si stendeva vicino al cugino, mettendo l’altra mano sulla fronte dell’altro. Takashi, dopo aver scosso la testa, chiuse gli occhi e premette il viso contro le mani fresche del cugino; stranamente quelle manine erano le uniche cose che fino ad allora gli stavano dando un po’ di refrigerio: avevano provato con le pezze d’acqua fredda, ma si riscaldavano subito, avevano provato con il ghiaccio, ma lo faceva solo tremare. Le mani di Mitsukuni però non erano né troppo fredde né si riscaldavano troppo facilmente.

“Allora,” iniziò a dire Honey, con voce già piena di sonno, “stiamo sempre insieme, va bene, Takashiii?” Un altro sbadiglio gli fece storpiare il nome del cugino. Gli occhi ormai faticavano a stare aperti, per vedere la reazione di Takashi.

Mitsukuni li chiuse, accoccolandosi meglio contro l’altro, poggiando la sua fronte fresca contro quella rossa e febbricitante del cugino, che lo strinse a sé come se fosse stato un peluche, alla ricerca di maggior refrigerio.

“Va bene.” Mormorò poi Takashi. “Sempre insieme.”

Stranamente, mentre sorrideva, ad Honey sembrò che anche l’altro stesse sorridendo…

 

“Mitsukuni.”

La voce profonda di Takashi lo distolse dai suoi pensieri. Mitsukuni si voltò verso di lui, sorridendo, mentre teneva stretto a sé Usa-chan. Guardando quel ragazzo tanto più alto di lui, con un’espressione che incuteva timore ai più, Honey pensò che tutto sommato non era cambiato nemmeno una virgola rispetto a quand’era bambino. Si comportava esattamente come allora, soprattutto con lui.

“Mhm?” Fece Mori, dato che l’altro lo fissava ridacchiando.

“Niente, niente, Takashi.” Disse Mitsukuni, saltando in piedi e stiracchiandosi. “Andiamo?”

“Mhm.”

“Takashi?”

“Mh?”

“Sempre insieme?” Chiese, senza voltarsi.

Mori lasciò passare un attimo prima di rispondere con un ennesimo mhm affermativo.

Honey sorrise e, chissà perché, era convinto che anche Takashi stesse sorridendo…

 

Fine

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Note: Tengo a sottolineare il flashback è dal punto di vista di Honey bambino, quindi non è dettagliato, né tanto meno approfondito; ho cercato di immedesimarmi il più possibile, cercando il modo migliore per rendere il punto di vista di un bambino di sei anni. Ma chi se lo ricorda come ragionavo a sei anni? XD quindi non assicuro il risultato…

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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).