I diamanti non mi piacciono
 

 

Da quando erano stati appena capaci di camminare stabilmente, la stanza della mamma era diventata proibita. Takashi era un bambino obbediente e pertanto sua madre poteva stare ben sicura che non si sarebbe mai avventurato in camera sua; ma Mitsukuni era diverso: a lui piaceva guardarsi intorno, toccare qualsiasi cosa si trovasse sotto il naso ed esplorare posti nuovi, anche a scapito delle regole (ci sarebbero voluti ancora molti anni prima che capisse il significato di quella parola e di molte altre parole, come disciplina).

Quando Takashi venne condotto per mano nella stanza della zia, comunque, cercò di fare un po’ di resistenza per salvare suo cugino da possibili punizioni; ma Honey l’aveva guardato implorante, non poteva affrontare quell’avventura senza di lui, ed in fondo i grandi erano tutti impegnati a badare a Satoshi e Yasuchika, quindi non correvano rischio d’essere beccati. I due bambini, dunque, s’avventurarono in quel mondo nuovo: in verità, scoprirono con grande delusione di Honey, la stanza era pressoché spoglia, non fosse stato per un elegante armadio, una cassapanca dello stesso legno ed una specchiera sulla quale erano poggiati profumi e portagioie.

“Il tesoro!” Esultò il piccolo Mitsukuni, alzando le braccia in alto entusiasta, e prima ancora che Takashi potesse fermarlo, il bambino s’era già arrampicato sullo sgabello, mettendo mano a tutto ciò che aveva sotto il naso. L’altro gli si avvicinò con calma, sbirciando dall’orlo del tavolino, senza nemmeno doversi sforzare di mettersi in punta di piedi – per avere solo cinque anni era già molto alto.

Honey intanto aveva già svuotato il portagioie e guardava con gli occhi che brillavano il tesoro che conteneva: orecchini, bracciali, collane… Ma più di tutto, ciò che lo colpì fu un anello di diamanti: luccicava tantissimo e lui non poté fare a meno di allungare la mano e toccarlo. “Guarda, Takashiii!” Esclamò. “Guarda come brilla!”

Il cugino, al contrario, guardava con scarso interesse quell’oggetto: era solo una pietra su un pezzo di metallo, che cosa ci trovava di bello Mitsukuni?

Ma gli occhi di Honey erano larghi d’interesse e sembravano brillare tanto quanto quel diamante. Takashi, dunque, prese l’anello e lo mise nel palmo del cugino, che rise felice; poi lo fece scendere dallo sgabello e lo trascinò fuori dalla stanza

Solo qualche ora più tardi, ma signora Haninozuka si sedette davanti la sua specchiera, per prepararsi per la notte; sciolse i capelli, pettinandoli con cura, mise un olio profumato sulle braccia e la crema sulle mani. Infine, quando stava per andar via, si accorse che il portagioie era leggermente aperto. Incuriosita, sbirciò, giusto per controllare che ci fosse tutto: la collana c’era, i bracciali anche… Ma dov’era l’anello di diamanti?

Prima di accasciarsi a terra, riuscì a chiamare aiuto e nella casa scoppiò il panico; fra chi proponeva di chiamare la polizia e chi ancora si ostina a cercare sotto i mobili, Honey si fece avanti, sotto lo sguardo quasi terrorizzato del cugino. Prima che riuscisse ad attirare l’attenzione degli adulti, Takashi gli sfilò l’anello di mano e chiamò la zia.

“L’ho preso io.” Disse semplicemente, mantenendo un’espressione neutra che rimase intatta nonostante tutte le ramanzine che gli fecero genitori e zii.

Da allora non solo Honey non si azzardò più ad entrare nella stanza di sua madre, ma continuò a ripetere fermamente no, non mi piacciono i diamanti.

 

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