Disegnandoti un sorriso sul viso
 

 

 

Da che Takashi ricordasse suo cugino aveva sempre toccato qualsiasi cosa; era normale, del resto, per un bambino piccolo, dato che la prima conoscenza del mondo e delle cose che stanno intorno a noi viene proprio dalla sensazione tattile. Ma il fatto che ancora a sette anni Mitsukuni provasse l’impulso di toccare qualsiasi cosa gli capitasse a tiro probabilmente era indice di un approccio molto fisico al mondo e ai rapporti umani.
Non che a Takashi sembrasse strano: conosceva suo cugino da sempre, da quando aveva aperto per la prima volta gli occhi al mondo, quindi dava per scontata qualsiasi azione di Mitsukuni. Anche quando gli si sedeva di fronte ed iniziava a toccargli la faccia, pinzandogli le guance, tirando la pelle, un po’ su, un po’ di lato, disegnando e modellando il suo viso nella smorfia che più gli piaceva, Takashi lo lasciava fare, perché non era fastidioso e poi era normale.
Quello che non sapeva, però, era che Honey faceva tutto quello per cercare di far sorridere il cugino, che aveva sempre quell’espressione seria seria che lui non capiva; gli tirava le guance, cercando di alzargli gli angoli della bocca e gli sollevava le sopracciglia. A fine opera, Mitsukuni rideva, battendo le mani e Takashi, di riflesso, faceva un piccolo sorriso composto; Honey credeva fosse perché gli aveva modellato la faccia, ma in verità suo cugino sorrideva perché lui era felice. Bastava così poco, in fondo.

 

 

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