
Giorno di pioggia
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Il cielo era scuro, carico di nuvole nere come la pece;
fuori l’unico rumore che sembrava esistere era il grondare della pioggia,
come se venisse giù dal cielo a secchiate. Pioveva a dirotto ormai da quella
mattina. Era strano, dato che i giorni precedenti erano stati luminosi,
addirittura caldi per gli standard primaverili, ma quel giorno pioveva come
se tutta l’acqua contenuta nelle nuvole volesse esaurirsi in un’unica volta.
Takashi, nel suo severo completo nero, si aggirava per
l’enorme dimora degli Haninozuka, vagando talvolta nei corridoi vuoti e
silenziosi, impregnati di austerità, talvolta nelle stanza affollate di
ospiti, di odori pungenti, di sospiri e di parole sussurrate. Ma non era
ancora riuscito a trovare Mitsukuni.
L’aveva cercato ormai ovunque, ma l’altro ragazzo non era
rintracciabile da nessuna parte.
Nonostante la sua espressione imperturbabile, Takashi era
in pensiero per suo cugino: la morte della nonna era avvenuta in maniera
graduale, dando tempo a tutta la famiglia di capire che in poco tempo si
sarebbe spenta. Ma evidentemente quel lasso di tempo che era stato
necessario alla malattia (una semplice influenza) di degenerare non era
bastato a Mitsukuni per rassegnarsi all’idea di doversi separare dalla
donna.
Eppure, quando la nonna se n’era andata, lui non aveva
fatto una piega: si era comportato esattamente come ci si sarebbe aspettato
dal giovane rampollo di una famiglia rigorosa ed importante come quella
degli Haninozuka. Non una lacrima era stata versata dal giorno della morte
della donna; non un lamento si era levato: Mitsukuni aveva mantenuto
un’espressione grave e fredda fino a quel giorno. Nemmeno di notte sembrava
lamentarsi: si coricava a letto e Takashi non faceva in tempo a spegnergli
la luce che trovava l’altro già addormentato profondamente.
Ma, nonostante Mitsukuni si fosse dimostrato eccellente a
mascherare il suo dolore, Mori sapeva che non poteva reggere ancora per
molto. Non era nella sua indole, per quanto si sforzasse di essere come la
sua famiglia richiedeva di essere; era una persona troppo emotiva, per
riuscire fino in fondo a racchiudere il dolore della perdita dentro di sé e
lasciare che pian piano si spegnesse.
Takashi lo cercava, quindi, proprio consapevole di quel
fatto. Fino a quel momento non aveva mai lasciato il suo fianco, standogli
vicino silenziosamente come al solito. Ma un attimo di distrazione era
bastata a far sgattaiolare via suo cugino; era preoccupato che potesse
crollare proprio in quel momento di solitudine, senza nessuno a dargli forza
o almeno a stargli vicino.
Passando velocemente accanto ad una porta rimasta aperta,
per scrupolo Takashi guardò verso il cortile: la pioggia era intensa e
violenta, batteva con veemenza sulle piante verso, sul vialetto che si
snodava fra di esse, sulle pietre e su una piccola figurina nera, immobile
proprio al centro di quel diluvio.
Afferrato un ombrello al volo, Mori si precipitò
all’aperto; man mano che si avvicinava al cugino, la sua andatura andò
rallentando gradualmente, fino a quando non si fermò davanti all’altro.
Mitsukuni si teneva stretto al petto il suo peluche rosa, quel coniglietto
che la nonna gli aveva cucito quand’era ancora un bambino. Chissà da quale
scatolone polveroso l’aveva recuperato…
Il capo era chino ed i capelli, grondanti di pioggia, gli
si erano appiccicati in testa ed impedivano a Takashi di vedere il viso
dell’altro. Il ragazzo più alto fece un passo avanti, cercando di coprire
con l’ombrello la figura minuta davanti a lui.
“Mitsukuni.” Lo chiamò, ricevendo come risposta un
flebile sì?
“Piove.” Disse, avvicinando ulteriormente l’ombrello
all’altro ragazzo, che però fece un passo indietro, tornando sotto la
pioggia. Takashi lo guardò con perplessità.
I due rimasero in silenzio per un lasso di tempo
indeterminato: intorno a loro sembrava esistere solo quel mondo umido di
pioggia, pregno dell’odore della terra bagnata e soffocato dal rumore
dell’acqua che si abbatteva impietosa su ogni cosa, anche su di loro.
“La pioggia…” Disse improvvisamente Mitsukuni, sollevando
un po’ il volto e rivelando un piccolo ed amaro sorriso. “… è bella, vero,
Takashi?”
L’altro ragazzo abbassò lo sguardo sul viso del cugino:
era bagnato, come tutto il resto del corpo, ma c’erano gocce di pioggia che
scendevano dagli zigomi, lasciando morbide scie bagnate lungo le guance per
poi cadere giù dal mento.
“Mhm.” Rispose Takashi, lasciando cadere l’ombrello a
terra. Mise una mano fra i capelli zuppi del cugino, tirandoglieli indietro
in una carezza appena accennata; in quel modo riuscì a vedere gli occhi
rossi e gonfi dell’altro. “E’ bella.” Mormorò, mentre Mitsukuni abbassava
nuovamente il capo, cercando di nascondersi di nuovo.
Il ragazzo più piccolo strinse più forte il peluche
contro di sé e le sue spalle, dopo qualche altro attimo di esitazione,
iniziarono ad essere scosse da leggeri e silenziosi singhiozzi.
Intanto la pioggia continuava imperterrita a cadere
intorno a loro, nascondendo i suoni, confondendo le forme.
Mascherando le lacrime.
Note: scritta il giorno prima di un esame, non poteva essere niente di allegro dunque XD inoltre, cosa più importante: della nonna di Honey non si sa assolutamente nulla...quindi questa storia può essere considerata "un'ipotesi in più su" ^^
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