Perfect 

 

Ali

 

Subaru sapeva che Kamui era cambiato. All’inizio non era riuscito a capire che cosa di suo fratello non lo convincesse: si trattava di atteggiamenti appena accennati, di piccoli gesti che si adattavano perfettamente alla personalità impulsiva e tendenzialmente scontrosa di Kamui, ma che erano del tutto nuovi.

Subaru non si spiegava quel comportamento; inizialmente credeva semplicemente che suo fratello si fosse fatto più attento e ancora più protettivo nei suoi confronti, eppure c’era qualcosa che ancora gli sfuggiva. Kamui era diverso, diverso da com’era sempre stato, eppure era sempre Kamui: Subaru rimaneva l’unico capace di capirlo completamente e, viceversa, Kamui restava l’unico capace di intendere perfettamente gli stati d’animo di Subaru anche semplicemente dandogli un’occhiata.

Ma Kamui era… diverso.

Era riuscito a comprendere effettivamente cosa non quadrasse solo una sera: Kamui credeva che Subaru non fosse nella stanza e lui l’aveva sentito borbottare sommessamente qualcosa.

“Chissà se stanno bene.”

All’inizio Subaru non aveva capito a chi si riferisse; pensandoci su, però, aveva afferrato cosa intendesse Kamui, a chi si riferisse. Loro erano il gruppo di persone che avevano accolto suo fratello durante il suo lungo sonno a Tokyo; loro dovevano aver avuto un ruolo molto importante nella vita di Kamui durante quei tre anni.

Tre anni durante i quali Subaru era stato praticamente assente dalla vita di suo fratello; tre anni dei quali Subaru non conosceva che la conclusione, che includeva quasi esclusivamente la sua entrata in scena e, al contempo, la loro uscita di scena. Subaru aveva capito che per Kamui sarebbe stato difficile lasciare quelle persone, lo sapeva per esperienza personale che legarsi a delle persone che poi, inevitabilmente, si sarebbe dovuto abbandonare alle proprie spalle non era una bella sensazione.

Non che credesse che Kamui fosse invulnerabile di fronte a questo genere di sensazioni; solo che suo fratello se n’era sempre tirato fuori, ben consapevole che avrebbe sofferto, se si fosse legato a qualcuno.

Però Subaru sapeva anche che Kamui non sarebbe mai riuscito a restare completamente solo per tre lunghi anni. Non era nella natura di suo fratello, che pure sembrava un tipo tendente alla solitudine; questo era vero per un verso, ma non per l’altro. Kamui amava i suoi spazi, amava il silenzio, ma non era davvero nella sua personalità isolarsi dagli altri. La sua era una forma di protezione, uno stare in guardia costante, ma questo non voleva affatto dire che a Kamui non piacesse stare in compagnia.

Subaru lo sapeva: Kamui aveva sempre mostrato quel lato affettuoso ed anche un po’ ingenuo solo con lui, ma l’aveva più volte visto provare ad approcciarsi a determinate persone (quelle che gli sembravano più aperte, più gentili e più disponibili) con quel suo comportamento naturale.

Ed ora ci era riuscito: tre anni senza di lui l’avevano aiutato a sconfiggere quella sorta di timidezza, quella sua paura di soffrire, d’essere abbandonato.

Subaru sorrise pensoso, mentre guardava Kamui che gli dormiva accanto: suo fratello aveva finalmente spiegato le ali e lo poteva vedere volare in alto, un po’ più sicuro, un po’ più sé stesso.

 


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