Tokyo - Waiting
 

Paura

 

E se non tornasse?

La domanda che aveva tentato per mesi e mesi di dimenticare era di nuovo lì a tormentarlo. La vita di un vampiro poteva durare moltissimo e due anni potevano essere niente per lui; ma Subaru ancora non tornava e, per quanto l’attesa per Kamui fosse stata breve fino a quel momento, la sua assenza rendeva tutto molto diverso. Era come se senza Subaru il tempo si fosse dilatato… o forse dipendeva dal fatto che, vivendo con degli esseri umani, il suo punto di vista era comprensibilmente mutato.

Ma per quanto ancora avrebbe dovuto attendere?

Qualche settimana? Pochi mesi? Molti anni? Per sempre?

Sempre era un termine che Kamui aveva spesso usato con leggerezza, con la consapevolezza di avere un tempo “infinito” davanti a sé; il tempo non lo spaventava, se c’era suo fratello con lui. Ora era tutto diverso: sarebbe stato un “per sempre senza Subaru” e il pensiero, che prima era stato solo passeggero, scacciato via del ricordo della promessa che suo fratello gli aveva fatto, ora aveva assunto sfumature inquietanti e terribili, fino a raggiungere la forma concreta di un nodo all’altezza dello stomaco, un peso sul petto. Kamui era diventato nervoso ed intrattabile, più del solito: si aggirava nel rifugio come una bestia in gabbia, sfogando il suo nervosismo con le uscite per cacciare ed una violenza a cui gli altri non erano abituati.

Quel giorno aveva deciso di non rientrare: sentiva l’ansia crescere quando era vicino all’acqua e non sopportava il fatto di non capire cosa stesse accadendo in quel luogo e, soprattutto, dentro di lui. Si era raggomitolato in una delle tante rovine, tremante, ovviamente non per il freddo, nonostante la pioggia acida rendesse l’atmosfera umida ed insopportabilmente pesante. Con il mantello stretto attorno, come un bozzolo di protezione, continuava a pensare alla possibilità, non troppo remota, di dover restare lì ad attendere per sempre. Questo voleva dire di essere sostanzialmente solo: gli umani con cui stava vivendo sarebbero morti prima di lui e chissà se gli altri che sarebbero venuti dopo avrebbero accettato la sua diversità. Gli esseri umani cercano la vita eterna per loro stessi, ma in un altro essere è un’anomalia inaccettabile, una mostruosità. Per quanto Kamui ripetesse che il giudizio degli essere umani non gli importava, non poteva impedire all’ansia di crescere.

Aveva paura, ma era troppo orgoglioso per ammetterlo con sé stesso. Se Subaru l’avesse visto così debole ed indifeso non l’avrebbe biasimato: l’avrebbe rassicurato e confortato con parole affettuose. Subaru però non era lì e chissà per quanto ancora non ci sarebbe stato…

Il suo timore più profondo, ciò che lo aveva sempre terrorizzato sembrava avere improvvisamente preso forma in quel luogo ed era così ingiusto, così ingiusto che lui fosse rimasto solo, vulnerabile, senza l’appoggio di suo fratello, senza il suo affetto incondizionato, la sua comprensione, la mano che stringeva le sue nei momenti difficili.

Se Kamui fosse stato più forte, davvero forte, le cose sarebbero state diverse e, in quel momento, non se ne sarebbe stato in quell’angolino a tremare di paura, pensando con terrore alla sua solitudine.

Qualcosa si posò sulla sua spalla; non aveva sentito che qualcuno si stava avvicinando e la sorpresa lo fece balzare in piedi, a fronteggiare il nuovo arrivato, con gli artigli pronti a scattare. Vide per un momento la sua sorpresa riflessa sul volto di Fuma. Solo un momento.

“Pensavo fossi qualcuno che si era perso.” Disse il ragazzo, assumendo tutto a un tratto un’espressione che Kamui poté definire solo strana. “E forse non mi sbagliavo.”

“Sciocchezze! Non mi sono perso!” Ribatté il vampiro, incrociando le braccia, stranamente sentendosi più disteso e rilassato; non sapeva spiegarsi perché, ma con quell’umano tutto sembrava più facile: i suoi timori sembravano sparire ed il loro battibeccare diventava un’occupazione totalizzante.

Fuma fece un sorriso ed evitò di far notare a quel testardo orgoglioso che aveva il volto rigato di lacrime.

 

Attesa | Sangue

 


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