She's got Bette Davis eyes

 

Un uomo

 

Non era una donna qualunque; bastava osservare il modo in cui si sfilava le calze, con cura e perizia, come se in realtà non fosse minimamente interessata a suscitare nell’uomo che aveva davanti una qualche sorta di eccitazione, di stuzzicarne la curiosità, ma l’unica cosa importante fosse che le sue unghie, perfettamente curate, non restassero impigliate fra i fili di nylon.

Eppure si restava incantati, osservando le mani soffici, immaginandole calde, carezzevoli, mentre le dita affusolate lavoravano portando a termine quella specie di rito magico. Forse era una strega, capace di ammaliare con il semplice gioco delle sue mani; o forse una fata, che scioglieva il cuore di chiunque con un semplice sorriso (se pure fosse un sorriso di circostanza).

E poi, quando sollevava lo sguardo, i grandi occhi truccati guardavano con intensità ed erano capaci di far arrossire anche l’uomo più sfrontato, quello che vantava d’aver avuto migliaia di donne, perché nessuna era come lei. Si avvicinava con lentezza e bastava vedere il suo sorriso che non vacillava mai ed i piedi nudi che toccavano il pavimento, come se in verità lo sfiorassero appena, per sentirsi piccoli ed insignificanti. Ma mai, mai, ci si sentiva a disagio con lei.

 

Un amico

 

Non era una donna come le altre.

Lui lo sapeva, perché, se fosse stato diverso, avrebbe potuto vantare di conoscerla bene. Bastava guardare il modo amorevole con cui versava il tè, con le mani che stringevano gentilmente la brocca ed il viso sorridente di una persona che, in quel preciso momento, in quell’esatta situazione, era felice. S’incantava a guardarla, ogni tanto, svestendola dal suo ruolo d’amica e vedendola solo come una donna: una donna dalla bellezza strepitosa, l’indole decisa e lo sguardo intenso; una persona da stimare, nonostante schiocchi pregiudizi che lui non aveva mai avuto. Un’amica preziosa, una confidente fidata.

Gli bastava semplicemente guardarla, solo ascoltarla mentre parlava, per capire quanto di sé lei stessa celasse con maestria dietro gli abiti succinti, dietro il mascara ed il rossetto rosso; eppure qualcosa traspariva da quei grandi occhi che lo guardavano con intensità, con affetto e che lo accarezzavano con premura. Qualcosa s’intravedeva: una scintilla balenava nelle profondità di quello sguardo ammaliante eppure cristallino; un guizzo improvviso subito spariva, fuggiva, nascondendosi pudicamente dietro uno sguardo rassicurante.

Bastava quel bagliore inspiegabile, quel gioco a nascondersi, per farlo sentire in colpa di qualcosa che nemmeno lui conosceva; ma tutto passava con un sorriso.

 

Un bambino

 

Non conosceva molto del mondo, eppure poteva dire quasi con certezza che quella non era una donna come le altre.

Forse era bastato quel primo incontro, quelle parole gentili che gli aveva rivolto e quella carezza delicata sul suo viso per farglielo capire; nonostante fosse debole e ferito, aveva sentito il calore della sua mano, piccola, ma capace di trasmettergli un sensazione strana, un formicolio che era scivolato dal viso al petto.

Bastava, in quel momento, osservarla da lontano, per comprendere quanto fosse straordinaria: il suo modo di sorridere gli riscaldava il cuore (una sensazione strana, a dirla tutta, per un organismo artificiale come lui). Bastava che i suoi occhi, grandi e limpidi, lo guardassero con quella sfumatura strana, quel bagliore che lui non sapeva interpretare, ma che aveva qualcosa a che fare con quella cosa chiamata affetto.

Bastava, in quell’istante, vederla da vicino, essere guardato da quegli occhi, con stupore, con preoccupazione, per sapere di star facendo la cosa giusta; era sufficiente che lei lo chiamasse bambino, per rendersi conto d’esserlo davvero.

Bastava non averla accanto per farlo sentire perso, ma anche quella era solo una sensazione nebulosa e sconosciuta, che passava nel momento in cui lei gli sorrideva.

 

 

 

|

 

Note: con enorme sfortuna del Tessoro, questa ff è dedicata completamente a lei, per il nostro anniversario di matrimonio coniglioso. E' nata, cresciuta e pubblicata appositamente per lei e un po' mi dispiace: non sono sicura che valga qualcosa, questa storia, ma a mia difesa posso dire di non aver mai scritto nulla su Karen, di aver letto molto poco su di lei e di essermi soffermata sul suo personaggio molto superficialmente, quel tanto che bastava per considerarla perfetta nei panni della diva degli anni '40 - '50. In effetti non era nemmeno previsto che nascesse questa storia; ma di recente ho riascoltato la bellissima canzone Bette Davis eyes di Kim Carnes e mi è venuto naturale pensare a lei. Vederla da tre punti di vista differenti (quello di un cliente qualsiasi, quello di Aoki e quello di Nataku) mi è sembrata una buona idea e l'ho assecondata: con i primi due è stato abbastanza semplice, ma la terza parte, Un bambino, ho dovuta riscriverla tre volte per convincermi fosse decente. Non la ritengo all'altezza delle prime due, mi sembra molto banale, ma c'è anche da dire che il rapporto fra questi due personaggi meriterebbe un approfondimento maggiore, ma io non sono all'altezza di tale compito XD
In conclusione: Tesso', mi dispiace, ti becchi questo e mi dispiace non essere riuscita a fare di meglio. Tanti auguri!

 

Torna alla sezione Fanfictions

 

Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).