Déjà-vu

 

 

Sonnecchiava nel suo letto, avvolto nel lenzuolo come fosse un bozzolo protettivo; si sentiva tranquillo, forse stava sognando qualcosa di bello, o forse era solo una sensazione lontana, troppo confusa per poter essere definita sogno. Per la seconda volta nella sua vita, in quel posto, nel negozio di Pamela, aveva trovato tranquillità (nel senso lato della parola, in effetti, perché quel luogo non poteva certo definirsi tranquillo); per un attimo, tra i sorrisi e le risate, il pensiero di poter restare lì per sempre, di aver trovato una nuova casa, l’aveva sfiorato.

Ma poi era bastato il ricordo del castello, delle giornate passate insieme a Nebiros; gli era sembrato sciocco voler a tutti costi la libertà. In quel momento, col senno del poi, gli sembrava un capriccio inutile, che non aveva fatto altro che ferire Nebiros e rendere lui un mostro.

Valeva la pena sacrificare tutto quello che aveva in quel castello per la voglia improvvisa d’essere grande, autonomo?

Li ricordava, quei giorni; erano costantemente presenti nella sua mente, perché i suoi pensieri correvano sempre lì, dove c’era lui; ed i suoi sogni erano sempre impregnati di una nostalgia forte e di un altrettanto potente senso di colpa.

Aron ricordava le cose fatte insieme, tutte, anche quelle che allora aveva giudicato sciocche, insignificanti; ora assumevano un valore inestimabile, perché perse, forse per sempre. E ricordava anche quella sensazione, quella che provava anche in quel momento, inspiegabilmente. C’erano notti in cui si svegliava all’improvviso, o restava sospeso nel dormiveglia, avvertendo qualcosa intorno a lui che si muoveva; sapeva che si trattava di Nebiros, che era lui che si era svegliato e che gli avrebbe rimboccato le coperte. Sapeva che sarebbe restato sveglio, per un tempo indefinito, a guardarlo dormire, come se vegliasse su di lui.

Aron, a volte, nel sogno si chiedeva che cosa vedesse Nebiros, come vedesse quel ragazzino con gli occhi grandi che dormiva rannicchiato.

Se lo chiese anche in quel momento, nel dormiveglia, confuso da quella sensazione, dalla netta impressione d’essere carezzato da uno sguardo affettuoso, protettivo.

Un sogno?

Aprì gli occhi e davanti a sé vide una figura sfocata; nel buio della stanza, nascosto lì, da qualche parte, Aron pensò d’aver visto Nebiros.

Chiuse di nuovo gli occhi, poi li riaprì. La figura era sparita nel nulla e lui era tornato alla realtà. Si guardò intorno, confuso, perché non poteva essersi sbagliato, quella sensazione la conosceva bene. Eppure non c’era nessuno nella stanza.

Strinse le labbra strette, la fronte s’imbronciò. Solo un sogno, pensò, accoccolandosi di nuovo fra le coperte, solo un altro sogno.

Ancora.

 

 

 

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