A Christmas carrol... sort of!
 

 

Nel mondo dei morti, chiamato Meifu, esiste un’organizzazione che giudica i peccati dei defunti durante la vita precedente: si chiama Joucho, i dieci uffici giudiziari. Fra questi dieci uffici, l’Enma-cho è il primo ed è governato dal grande re Enma, il dio supremo dell’Inferno. Le sezione servizi speciali, detta convocazioni, nell’Enma-cho è conosciuta anche con il nome di sezione della morte. Come sezione specializzata in problemi relativi ai processi è in una posizione di grande importanza.[1]

Ma non è questo, ora, che a noi interessa.

Questa storia non parla di morti misteriose, di anime perdute.

Questa è una storia di Natale, nient’altro che un canto natalizio… L’ascolterete?

 

Nel Meifu il tempo sembrava trascorrere sempre uguale.

Tramite la finestra del proprio ufficio, ogni impiegato poteva vedere sempre lo stesso panorama: alberi fioriti ed il cielo terso, su cui regnava un caldo sole giallo. Pioveva raramente. Non nevicava mai.

In quel posto, sembrava esistere una sola stagione: la primavera.

Ed era piuttosto buffo, se ci pensate, visto che la primavera solitamente è simbolo della nascita, della vita, mentre il Meifu…bèh, è il mondo dei morti.

Era difficile, quindi, con quegli alberi in fiore ed il sole che scintillava con forza, calarsi nell’atmosfera natalizia che, di solito, uno avrebbe dovuto sentire il 24 dicembre.

Hisoka Kurosaki non ci aveva nemmeno provato a calarsi nello spirito natalizio, nonostante tutti i suoi colleghi, chi più, chi meno, sembravano più gentili; indubbiamente sentivano l’influenza del Natale, ma soprattutto risentivano del detto “A Natale siamo tutti più buoni.” Addirittura, nessuno aveva sgridato Tsuzuki per essere arrivato in ritardo quel giorno; e Tatsumi non aveva fatto nemmeno una smorfia quando parte dei finanziamenti destinati al loro ufficio era stata utilizzata per comprare un grande abete, con le dovute decorazioni.

Il che, a dirla tutta, inquietava molto il giovane Kurosaki.

Solo lui non avvertiva così tanto il Natale?

Vedeva tutti intorno a lui, che da quasi una settimana si affaccendavano dietro a regali e addobbi di vario genere (Terazuma era stato costretto ad indossare per tutta la settimana un ridicolo cappellino da Babbo Natale e non aveva nemmeno fatto un fiato a riguardo); ma lui niente. Aveva partecipato a tutti i regali per i colleghi, ma, in tutta sincerità, gli sembrava uno spreco di tempo, soldi ed energie. Ma se nemmeno Tatsumi se ne curava, voleva dire che quello era davvero un periodo particolare dell’anno.

Quella sera tutti, di comune accordo, smisero di lavorare prima ed iniziarono a scambiarsi i doni e a festeggiare con dolci e bevande; altro spreco di denaro che sembrava essere stato completamente ignorato dal segretario dell’ufficio.

Hisoka, quindi, se ne stava in disparte, osservando i suoi colleghi che sembravano divertirsi molto e bevendo una bibita assolutamente analcolica. Forse perché il Natale non era collegato a nessun ricordo particolarmente felice, forse perché il Natale lo aveva sempre passato in una camera buia, con le lacrime agli occhi, ma era un dato di fatto: nemmeno in quell’atmosfera allegra il ragazzo riusciva a sentirsi un po’ più leggero.

Al contrario, tutta quella gente gli stava facendo girare la testa. Troppa gente per lui non significava altro che un’overdose di emozioni.

Stava giusto per andare a fare un giro fuori, all’aperto, quando Tsuzuki gli si avvicinò, con la sua solita espressione allegra ed un pacchetto ben incartato fra le mani.

Hisoka lo guardò con un sopracciglio alzato, mentre l’altro shinigami scodinzolava felicemente e gli porgeva il pacchettino.

“Credevo di aver già ricevuto il mio regalo.” Disse, facendo riferimento alla sciarpa che i colleghi gli avevano regalato.

Il suo tono di voce era piuttosto infastidito e questo mise immediatamente sulla difensiva il suo partner, che subito indietreggiò di un passo, nascondendosi dietro il pacchetto e guardandolo con le orecchie da cane abbassate. “Ma questo è il mio regalo personale.” Guaì, facendosi coraggio e porgendo la scatolina al giovane che aveva di fronte.

Il ragazzo lo squadrò da capo a piedi per qualche momento, poi, con una scrollata di spalle afferrò il regalo e lo scartò, mentre Tsuzuki ricominciava a scodinzolare, aspettando la reazione di Hisoka nel vedere ciò che gli aveva regalato.

Lo shinigami più giovane, una volta aperto il pacchetto, rimase a fissarne il contenuto con un’espressione indecifrabile.

Nel pacchettino era contenuto un ciondolo di forma ovale su cui era scritto Forza.

Hisoka inclinò la testa da un lato, continuando a fissare il ciondolo; come se fosse uno specchio, Tsuzuki inclinò a sua volta la testa, aspettando che il suo partner dicesse qualcosa. Quando, però, la sua attesa sembrò vana, finse un colpo di tosse e si arrischiò a chiedere: “Allora? Ti piace?”

Il ragazzo gli lanciò una breve occhiata, prima di tornare a guardare il ciondolo e ciò che vi era scritto su.

“No.” Rispose poco dopo, in tono neutro, senza aggiungere altro.

Per un attimo aspettò che l’altro iniziasse a piagnucolare, come suo solito o come minimo a lamentarsi della sua cattiveria. Ma nulla di tutto ciò accadde.

Hisoka alzò lo sguardo, con un sopracciglio alzato: Tsuzuki gli sorrideva semplicemente, anche se era evidente la sua delusione.

“Grazie per la sincerità…” Mormorò, prima di voltare le spalle ed andarsene, mescolandosi agli altri che ancora festeggiavano, ignari di tutto.

Il ragazzo, rimasto a fissare il punto in cui fino a poco prima c’era il suo compagno, sbatté le palpebre un paio di volte, come per schiarirsi le idee. Dov’erano le lamentele per la sua spietata sincerità? Dov’erano le lacrime per i Hisokaaa! Sei cattivo?

C’erano due risposte possibili a questo: o Tsuzuki era talmente ubriaco che si era dimenticato di montare su tutto quel teatrino, oppure ci era rimasto davvero male.

Nella convinzione che quella seconda ipotesi fosse la più verosimile al momento, Hisoka lasciò andare un sospiro ed uscì dall’edificio, per prendere quella famosa boccata d’aria di cui necessitava poco prima e di cui ora aveva davvero un bisogno impellente.

Mentalmente si diede un calcio, dicendosi che alla fine era solo capace di ferire Tsuzuki, in un modo o in un altro. Guardò il ciondolo che stringeva in una mano e pensò che tutto sommato il suo compagno non aveva fatto altro che regalargli qualcosa. Mentire non era una sua prerogativa, ma, se non altro, avrebbe potuto spiegargli perché quel regalo non gli piaceva. Quel ciondolo non lo rappresentava, assolutamente.

Forse avrebbe dovuto scusarsi con lui; era stato davvero scortese, ma ormai Tsuzuki lo sapeva che non avrebbe cavato nulla di buono da lui.

Alle sue spalle, Hisoka avvertì il rumore di passi che si avvicinavano. Sospirò, sapendo che la scenetta di poco prima non era passata completamente inosservata e ben consapevole che qualcuno stava per rimproverarlo.

“Kurosaki.”

La voce di Tatsumi, stranamente, non era fredda come il giovane si aspettava. Era piuttosto preoccupata.

Il ragazzo si voltò verso l’uomo che l’aveva appena raggiunto e si sorprese nel vederlo sorridere. Probabilmente l’aria natalizia doveva aver seriamente danneggiato Tatsumi, perché era evidente che c’era qualcosa in lui che proprio non andava.

Ma questo, naturalmente, Hisoka evitò accuratamente di dirlo allo shinigami: quello era pur sempre Tatsumi e per quanto il Natale potesse averlo rimbambito c’era sempre da stare sul chi va là.

“Sì?” Chiese il giovane Kurosaki, mettendo il ciondolo in tasca ed aspettando che l’uomo di fronte a lui gli parlasse.

“Tsuzuki teneva molto a farti quel regalo. Ci ha pensato a lungo, prima di decidersi.” Disse Tatsumi, facendo un vago gesto della mano verso la tasca in cui l’oggetto era stato nascosto.

“Forse non ci ha pensato abbastanza.” Mormorò il giovane, guardando distrattamente il cielo notturno e rabbrividendo leggermente quando una debole folata di vento gli passò attraverso i vestiti.

L’altro shinigami fece un sospiro, sistemandosi meglio gli occhiali sul naso. “Se ti ha fatto quel regalo c’è un motivo, Kurosaki.”

Hisoka gli lanciò un’occhiata dall’angolo dell’occhio, poi tornò a fissare il cielo. “E se io ho detto che non mi piace c’è un motivo.”

“Quale?”

Il ragazzo mise la mano in tasca e strinse la presa sul ciondolo. “Non penso che forza sia qualcosa che rispecchi ciò che sono. Non penso che rientri fra le mie qualità.” Ammise, abbassando gli occhi verdi a terra.

“Evidentemente lui non la pensa allo stesso modo.” Gli disse semplicemente Tatsumi, incrociando le braccia al petto e scrutandolo da dietro le lenti dei suoi occhiali.

“Allora vuol dire che non ha capito nulla di me…” Sibilò Hisoka, stringendo convulsamente la presa intorno al ciondolo nella sua mano. Forza, come poteva Tsuzuki pensare che la forza fosse qualcosa da collegare a lui, che si sentiva sempre così debole, così poco all’altezza della situazione se paragonato al suo compagno?

“O forse significa che Tsuzuki ti capisce meglio di quanto tu capisca te stesso.”

Quelle parole lo spiazzarono. Alzò velocemente lo sguardo sull’uomo che gli stava di fronte: lo scrutò con i suoi occhi verdi, ma l’espressione di Tatsumi era imperturbabile ed indecifrabile. Hisoka si chiese, ancora una volta, come facesse quell’uomo a conoscere così bene Tsuzuki, a riuscirne a spiegare ogni gesto, ogni azione. E, ancora una volta, si rispose allo stesso modo di sempre: lui ed il suo attuale compagno erano stati partner per diverso tempo e si conoscevano abbastanza, indubbiamente più di quanto Hisoka conoscesse Tsuzuki.

Era naturale, quindi, che Tatsumi fosse in grado di spiegare in maniera abbastanza semplice i comportamenti di Tsuzuki.

Arrivato a quel punto, Hisoka si domandava sempre perché allora lo avesse abbandonato. E lì, ricordava quella conversazione che aveva avuto con l’uomo che aveva di fronte, tempo prima, in cui, in maniera implicita, Tatsumi gli aveva affidato Tsuzuki, con un sorriso malinconico sulle labbra e gli occhi che rispecchiavano perfettamente il suo stato interiore. Hisoka non aveva avuto bisogno della sua empatia per comprendere che Tatsumi provava infiniti sensi di colpa per non essere stato in grado di badare a Tsuzuki, per averlo abbandonato come avevano fatto tutti gli altri.

Spinto da un non ben preciso istinto, il giovane shinigami lo guardò dritto negli occhi, con espressione seria.

“Tu lo ami?”

Dal suo tono di voce era evidente che la sua era una domanda che aveva bisogno di una conferma, non di una risposta.

Ma non arrivò nessuna conferma.

Tatsumi gli fece un sorriso ed evitò il suo sguardo, puntandolo altrove. “Tutti quanti amiamo Tsuzuki, per un motivo o per un altro.” Disse, parlando a bassa voce, ma con chiarezza.

“Ma tu?” Insistette il più giovane, continuando a guardarlo e cercando quella conferma di cui, stranamente, aveva bisogno.

L’uomo di fronte a lui fece un sospiro. Abbassò lo sguardo, aggiustandosi gli occhiali e poi puntò i suoi occhi azzurri in quelli verdi dell’altro. “Penso che la mia risposta sia uguale alla tua.” Affermò, con tono indecifrabile e l’espressione composta che Hisoka conosceva bene.

Ma in quel momento, tutto questo passò in secondo piano. Il ragazzo rimase a guardare l’uomo che si allontanava, mentre nella sua testa continuava a vorticare quell’ultima frase dal significato ben preciso e molto chiaro.

Hisoka abbassò lo sguardo, cacciando dalla tasca la mano ed il ciondolo, fissandolo.

Forza… Il regalo di Tsuzuki.

***

“Tsuzuki.” Chiamò una voce alle spalle dello shinigami.

Questi si voltò perplesso verso quella voce ed i suoi occhi di quel particolare colore violetto si allargarono in sorpresa. “Hisoka…” Sorrise gentilmente al ragazzo, prima di tornare a camminare lungo il corridoio deserto, di ritorno dal bagno.

“Aspetta, stupido!” Gli gridò il giovane, piantando i piedi al pavimento e stringendo i pugni. Quando Tsuzuki si voltò a guardarlo, gli lanciò un’occhiata decisa, prima di mostrargli il ciondolo.

“Perché?”

Il compagno alzò le sopracciglia. “Perché cosa?” Chiese, perplesso.

“Perché Forza?”

Tsuzuki lo guardò per qualche momento, ancora perplesso, come se stesse cercando di afferrare il significato recondito di quella domanda, come se stesse cercando di capire se ci fosse un tranello dietro. Poi, improvvisamente, la sua espressione si addolcì e le sue labbra si piegarono in un sorriso enigmatico, ma per niente fastidioso.

“Pensavo che non ti piacesse proprio perché ne avevi capito il significato.”

“Infatti…” Ammise Hisoka, abbassando lo sguardo. “Io non sono forte. Non penso di esserlo.”

Una strana risata si levò da parte dell’altro shinigami ed il ragazzo alzò lo sguardo verso il compagno, guardandolo piuttosto contrariato. “Cos’hai da ridere, scemo?” Ringhiò, incrociando le braccia al petto.

Tsuzuki gli fece un sorriso e poi sospirò. “Ne sei davvero convinto?” Gli chiese, lasciandolo senza parole per un attimo, ma non dandogli comunque tempo di rispondere. “Eppure, sei tu che mi hai salvato. Sei tu che mi hai dato forza per ricominciare. E se tu non avessi forza, non me ne avresti mai data. Tu sei la mia forza”

“Ma…io…” Hisoka scosse la testa, guardandolo perplesso. “Ho solo fatto quello che tu avevi già fatto per me…Io…” Mormorò, mentre la sua voce scemava man mano che Tsuzuki si avvicinava.

Lo shinigami più grande gli sorrise nuovamente e gli mise una mano sulla testa, nel gesto che solitamente gli rivolgeva e che, di norma, lo mandava su tutte le furie. Ma non quella sera.

“Allora mettiamola così: la forza dell’uno deriva da quella dell’altro.” Disse con decisione Tsuzuki. “E’ per questo che stiamo bene insieme: l’uno aiuta l’altro ad alzarsi quando cade.”

Ma l’altro ancora non sembrava convinto. Anzi, era ancora sicuro che la forza di cui il compagno stava tanto parlando non fosse che frutto della sua immaginazione. Hisoka abbassò lo sguardo, solo per rialzarlo un momento dopo, quando Tsuzuki ricominciò a parlare.

“Ti sto dicendo che se non fosse stato per te ora non sarei qui e che se riesco ancora ad andare avanti è solo perché ci sei tu. Ti sto dicendo che sei importante per me.”

I due shinigami si scambiarono una lunga occhiata e quella sembrò dissipare tutti i dubbi di Hisoka. Le parole del compagno gli avevano scaldato il cuore, l’avevano fatto sentire importante sul serio. Le sue labbra si piegarono impercettibilmente verso l’altro, in una specie di sorriso, mentre la mano sulla sua testa scivolava via e si posava sulla sua, quella che ancora stringeva il ciondolo.

“Anche se non la pensi così, Hisoka, ti prego, tienilo. Per me è importante.” Mormorò Tsuzuki, facendo una leggera pressione sulla sua mano. Poi, con un’ultima occhiata, si voltò e riprese a camminare.

Dopo qualche momento, Hisoka lo raggiunse, mani nelle tasche ed espressione seria.

“E comunque, dovresti sempre accompagnare i tuoi regali con un bigliettino…altrimenti come pensi che la gente capisca?” Lo rimbrottò, ma senza una reale intenzione di rimproverarlo.

Tsuzuki non poté fare a meno di sorridere, quando vide il ciondolo che pendeva dal collo del suo giovane compagno.

***

Il Natale forse non si respirava nell’aria, ma Hisoka Kurosaki si sentiva più leggero, mentre guardava gli alberi in fiore fuori dalla finestra e giocherellava distrattamente con il suo ciondolo. Tutto sommato, pensò, non c’era bisogno della neve e di chissà cosa per sentire il Natale.

Bastava un pensiero che lo facesse sentire importante.

Bastava un sorriso che lo facesse sentire amato.

In una parola, bastava Tsuzuki.

Fine

 



[1]Questa presentazione è ripresa direttamente dal primo volume di “Yami no Matsuei” ^^

 

 

 

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Note: mettiamo le mani avanti: questa ff è stata scritta a Dicembre del 2005. Non la ripudio, anche se è troppo Hisoka-centrica per i miei gusti.; a Natale mi viene nostalgia di questi personaggi e mi escono cose stupide come questa, che, oltre a non aver senso, è anche abbastanza sciocca.

 

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