In my place 

 

Hisoka aveva sempre desiderato un luogo come quello.

Se ne ricordava vagamente, erano sensazioni troppo distanti nel tempo per essere comprese alla perfezione, ma ricordava comunque il senso di calore e di sicurezza che quel posto gli aveva sempre trasmesso.

Il ricordo probabilmente apparteneva alla sua infanzia, quand’era ancora piccolo ed i suoi genitori lo amavano ancora molto, circondandolo d’affetto, di sorrisi, di calore. Succedeva sempre quando piangeva, di notte, a causa di un brutto sogno; si rigirava nel letto, stringendo forte gli occhi, mentre le lacrime bagnavano il cuscino; ricordava, stranamente, il modo in cui i suoi piccoli pugni si stringevano attorno all’aria, come se stesse cercando un appiglio, qualcosa che lo rassicurasse.

A quel punto, prima che se ne accorgesse o capisse come, si ritrovava a sprofondare in un posto rassicurante: non era una brutta sensazione, tutto il contrario. Gli sembrava di essere finalmente nel posto dove doveva stare, protetto da qualcosa che non poteva vedere, ma che c’era e lo racchiudeva come un bozzolo di tranquillità ed amore. Calma e calore lo cullavano in sogni tranquilli, dove nulla sembrava potergli nuocere e tutto aveva un odore buono, di casa.

Il posto in cui si trovava in quel momento era diverso, ma il calore e la sicurezza che gli trasmetteva erano sempre quelli. Pensava di aver dimenticato quelle sensazioni lontane, di bambino; in quel momento si sentiva come se avesse avuto di nuovo tre anni.

Intorno a lui c’erano amore, quiete, calore e lui si sentiva sempre più tranquillo, aveva come l’impressione di sprofondare in un sogno, di nuovo nel guscio che da piccolo lo proteggeva.

Sospirò leggermente, lasciandosi finalmente andare ed immergendosi completamente in quella sensazione.

Aveva l’impressione che quello fosse proprio il suo posto.

 

Tsuzuki osservava il ragazzino che si era accoccolato vicino a lui, mentre dormiva. Lo aveva avvolto nel suo abbraccio, pensando che avesse freddo ed aveva visto la sua espressione distendersi.

Si aspettava di essere spinto via, o almeno di essere scansato; invece Hisoka si era raggomitolato meglio contro di lui, come se volesse farsi piccolo piccolo per incastrarsi alla perfezione nel suo abbraccio. La sua mano, muovendosi nel sonno, si era stretta alla sua maglia ed ora la teneva ben salda, come se non volesse mai lasciarla andare.

Tsuzuki sorrise, poggiando il capo sul cuscino ed osservando l’altro da quella prospettiva.

Sì, si disse prima di sprofondare nel sonno, quello era esattamente il posto dove doveva stare.

 

Fine

 

 

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