
You're the only
place
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So
I’m calling out, I’m calling out
You’re the only one
It’s
just darkness I’m living in
And
you’re the only place my heart has ever been
Hisoka non sapeva perché si trovava davanti quella porta
a quell’ora della notte. Con le gocce di pioggia che grondavano dai suoi
vestiti e dai suoi capelli, si sentiva davvero uno stupido. Con tutta
probabilità Tsuzuki non avrebbe nemmeno sentito il campanello suonare; se lo
immaginava, sprofondato in un sonno beato e pesante. Era un’immagine comica,
forse… Lui, in quel momento, la trovava solo poco incoraggiante.
In effetti, non aveva nessun buon motivo per essere lì,
nel mezzo della notte, a fissare una porta che non si sarebbe mai aperta, a
meno che non avesse suonato il campanello ripetutamente.
Eppure si trovava proprio in quel luogo, bagnato fin
nelle ossa. La notte di Natale, una festa che non aveva nessuna importanza
particolare né per lui, né per nessuno, lì, in quel posto; ma avevano
festeggiato, come se per loro fosse una ricorrenza particolare. Forse era
solo una scusa per far baldoria, per non lavorare. Forse era una scusa per
stare insieme e scambiarsi i regali. Forse. A lui era sfuggito il motivo di
fondo.
Hisoka continuò a fissare la porta chiusa ancora ed
ancora.
Aveva avuto un incubo, poco più di mezz’ora prima. Si era
svegliato a causa di un tuono particolarmente rumoroso, che aveva fatto
tremare i vetri della sua stanza, ma forse era già sveglio da prima. Si era
seduto sul letto e, prima ancora di ricordare il suo sogno, aveva sentito il
bisogno di vedere Tsuzuki.
Così si era vestito ed era uscito di casa, senza nemmeno
prendere l’ombrello. Un gesto impulsivo, qualcosa che lui non avrebbe mai
fatto, se fosse stato in sé. Ma in quei momenti sentiva ancora i postumi
dell’incubo. Il cuore ancora gli batteva all’impazzata ed aveva ancora quel
senso d’opprimente angoscia nel petto, sul cuore. Arrivato davanti casa di
Tsuzuki si era fermato, la pioggia sembrava avergli schiarito i pensieri ed
ora non sapeva più cosa fare, privato di quell’istinto che l’aveva guidato
fino a quel momento. Lì aveva ricordato poco del suo incubo. Non era il
solito sogno: non c’era Muraki, non era quell’incubo che l’aveva fatto
agitare nella notte. Erano immagini confuse, di situazioni varie e mutevoli;
non c’era un filo conduttore, l’unico punto in comune di tutti i vari
frammenti di sogno era la presenza di Tsuzuki. Ma non era una presenza
rassicurante, come di solito era. L’atmosfera del sogno non era calda ed
affettuosa; c’era solo una grande angoscia, un’ansia inspiegabile e tanta
solitudine. Non si era mai sentito così in presenza del suo partner di
lavoro. Mai. Nemmeno una volta.
Il ragazzo, ricordando quelle terribili sensazioni,
allungò una mano esitante verso il campanello, ma non poggiò il dito. Il
braccio rimase sospeso a mezz’aria e lui pensò a quanto fosse stupido
correre a casa di Tsuzuki, solo perché aveva avuto un incubo; come un
bambino che si rifugia nel letto dei genitori dopo un brutto sogno, alla
ricerca di coccole e sicurezza.
Voleva essere rassicurato, sì; sentiva quel desiderio
forte, che lo spingeva a premere il bottone del campanello, ma dall’altra
parte… Dall’altra parte il raziocinio, la sua parte logica, quella che non
poteva, non doveva mai lasciarlo,
gli diceva di tornare a casa, perché in quel modo non dimostrava altro che
d’essere un ragazzino. Un ragazzino debole, insicuro, triste, solo… Lo era.
Ma non voleva mostrarlo a nessuno. Nessuno doveva sapere che si spaventava
anche per molto meno del ricordo di ciò che gli era stato fatto; nessuno
doveva sospettare che avesse paure ingiustificate.
La sua parte razionale aveva vinto quel desiderio
immaturo e sciocco.
Hisoka lasciò cadere il braccio lungo il fianco; riprese
improvvisamente coscienza delle gocce di pioggia che gli cadevano in testa,
sui vestiti, bagnandogli il viso e tracciando sulle sue guance righe di
false lacrime. Fissò per un ultimo momento la porta, come sperando che
quella si aprisse magicamente, e poi vi voltò le spalle. Fece un passo in
avanti, pensando a quanto era stato stupido, a quanto fosse debole, a come
l’avrebbero considerato i suoi colleghi se l’avessero scoperto in quel
posto, a quell’ora della notte…
“Hisoka?” Chiamò una voce alle sue spalle.
Il ragazzo si fermò. Non aveva nemmeno sentito la porta
aprirsi.
Si voltò indietro: la figura alta di Tsuzuki si stagliava
controluce sull’uscio della porta, spalancata. Quell’uomo non conosceva
mezze misure, pensò scioccamente, mentre abbassava il viso, cercando di
nascondere il rossore delle sue guance ed il suo sguardo mortificato.
“Mi chiedevo se avessi bisogno di me…” Chiese Tsuzuki,
con un sorriso rassicurante sulle labbra.
Hisoka non rispose. Si sentiva ancora più stupido ed
ancora più imbarazzato di prima, di quando fissava la porta chiusa.
“Entra, sei fradicio.”
Non era un invito. Suonava quasi come un ordine. Se fosse
stato un invito, Hisoka avrebbe potuto sentirsi offeso, considerandolo pena.
Un ordine poteva accettarlo, anche se veniva da Tsuzuki. Un ordine poteva
accettarlo, perché non poteva fare altro che obbedire.
Si trascinò dentro casa del compagno, fermandosi a pochi
passi dalla porta, sentendola chiudere. Aveva ancora il volto in fiamme per
l’imbarazzo e la testa restava bassa, come se Hisoka volasse nascondersi
sotto la sua frangia castana. Il rumore della pioggia ora era attutito, come
un debole richiamo.
“Ti porto un asciugamano e dei vestiti asciutti.” Disse
il padrone di casa, con un fare pragmatico che quasi non gli si addiceva.
Cos’era successo quella notte? Tsuzuki era quello impulsivo, quello sciocco
che si comportava come un cucciolo preoccupato; eppure… anche quello era
Tsuzuki, anche quell’aspetto, nonostante venisse fuori raramente, faceva
parte di quella miscela di buoni sentimenti e sicurezza che era Tsuzuki.
Qualcosa di soffice si posò sui suoi capelli bagnati ed
Hisoka sollevò finalmente il viso. Tsuzuki gli sorrise, mentre gli asciugava
i capelli con fare quasi materno. Irritato da quel gesto, il ragazzo scostò
le mani dell’altro, borbottando che poteva fare da solo. Tsuzuki lo guardò
per un momento con quegli occhi da cucciolo triste, per poi cantilenare il
suo nome con una voce lagnosa.
Quello era il solito Tsuzuki. Quello che Hisoka vedeva
ogni giorno e che fingeva (fingeva?) di non sopportare. In qualche modo
questo pensiero lo rincuorò: preferiva avere a che fare con uno Tsuzuki che
si comportava in modo sciocco, poiché sapeva come gestirlo, che avere a che
fare con uno Tsuzuki come quello di prima, perché lo metteva in imbarazzo ed
era tremendamente serio.
Poco dopo si ritrovarono in cucina, seduti a bere una
tazza di tè caldo, una scusa per Tsuzuki per mangiare dolci, anche a quella
tarda ora della notte, ed un’ottima consolazione per quella pioggia
continua. Troppo occupato a scegliere quale dolce mangiare prima, l’uomo
quasi non si accorse dello sguardo pensoso del ragazzo, i cui occhi erano
fissi sul compagno. Passò ancora qualche attimo prima che se ne rendesse
conto.
“Cosa?” Chiese perplesso, forchetta alla mano.
Hisoka continuò a fissarlo. “Non mi chiedi perché ero
fuori casa tua a quest’ora?” Lo interrogò, corrugando la fronte. Si era
aspettato quella domanda, che però non era arrivata. Quindi aveva indagato
lui stesso, per un motivo a lui del tutto sconosciuto; in fondo, ancora non
aveva una risposta adatta…
Tsuzuki si disinteressò completamente al suo dolce e
sembrò sgonfiarsi sul tavolo, assumendo un’aria mesta. “Me l’avresti detto?”
Domandò, guardandolo dal basso, il viso per metà nascosto fra le braccia
incrociate sul tavolo.
Il ragazzo lo guardò, poi, imbarazzato, scostò lo
sguardo, borbottando qualcosa di indecifrabile che forse aveva a che fare
con il fatto che Tsuzuki non aveva nemmeno provato a chiederglielo.
“Ok, allora…che ci facevi, a quest’ora della notte, fuori
casa mia, con una pioggia che avrebbe scoraggiato chiunque ad uscire?”
Chiese, guardando il ragazzo con espressione seria. Aveva sollevato il busto
ed ora era dritto sulle spalle, con il volto rigidamente rivolto verso di
lui; le braccia erano posate ordinatamente sul tavolo; quella postura era
così innaturale, così strana per uno come lui. Hisoka si sentì inibito di
fronte a quell’atteggiamento. Sbagliava oppure quella notte c’era qualcosa
di strano nel suo compagno?
Abbassò il capo, ragionando su quell’ultima
considerazione.
Tsuzuki prese quel gesto come un rifiuto di rispondere
alla sua domanda e sospirò melodrammaticamente. “Visto? Non mi vuoi
rispondere!” Piagnucolò, nascondendo di nuovo il volto fra le braccia
conserte, perdendo la postura rigida di poco prima.
Ora, che Hisoka fosse abituato a quei repentini
cambiamenti era assodato, ma lì si iniziava a rasentare la schizofrenia.
“Smettila di fare lo stupido! Un momento fa eri tutto
serio ed ora fai di nuovo le tue solite lagne…” Commentò irritato Hisoka,
dandogli uno schiaffo leggero sulla nuca.
“Che fai ora? Mi picchi anche?” Lamentò l’altro, come se
quel rimprovero non l’avesse nemmeno sentito.
Il ragazzo alzò gli occhi al cielo, iniziando a pensare
che avrebbe fatto molto meglio ad andarsene immediatamente; l’idea di andare
lì era stata davvero pessima, cos’altro poteva aspettarsi da uno come
quello? Rassicurazioni? No di certo, se si comportava in quella maniera
sciocca ed immatura.
“Se continui così vado via.” Disse, lapidario, già per
metà in piedi.
“Nooo, ti prego, dopo aver fatto tutta questa
strada per me, sotto questa pioggia, già vai via?!” Tsuzuki lo afferrò alla
vita, stringendolo forte. Era un gesto serio. L’esatto opposto di quelle
parole, di quell’espressione esasperatamente (se non addirittura
comicamente) addolorata.
“Lasciami!” Con uno spintone, Hisoka si liberò dalla
presa dell’altro. Era a disagio. Era angosciato. Ma non provava lo stesso
disagio e la stessa angoscia che aveva provato nel sogno; quelli erano
sentimenti molto negativi, gli facevano male. Quello che provava in quel
momento era qualcosa di diverso, che in realtà non riusciva a spiegare.
Tsuzuki lo guardava con la sua buffa espressione da
cagnolino maltrattato; il ragazzo si sentì in dovere di dire qualcosa. “Piu…piuttosto…
Come facevi a sapere che ero fuori dalla porta?”
L’uomo sembrò riacquistare tutta la sua verve e gli
sorrise smagliante. “Ho sentito il tuo profumo e…”
Prima che potesse finire la frase, venne colpito
violentemente dal compagno. Dopo esser rotolato a terra, lo guardò con gli
occhi gonfi di lacrime.
“Se hai voglia di scherzare me ne vado!” Minacciò Hisoka,
pur rimanendo fermo dov’era.
“Ma è vero!”
“Non essere stupido!”
“Mi hai chiamato ‘studipo’!”
“Perché lo sei!”
Quel breve diverbio sembrò ristabilire la calma, dopo
qualche attimo. Hisoka si sedette nuovamente al tavolo, bevendo il suo tè,
mentre Tsuzuki si rimetteva in piedi e metteva da parte la sua tazza. Dopo
un po’ di tempo, durante il quale nessuno dei due sembrava intenzionato a
riprendere la parola ed il rumore della pioggia la faceva da padrone, il più
grande prese a parlare.
“In realtà, non riuscivo a dormire.” Disse, parlando
lentamente e a voce bassa, rispondendo a quella domanda che il compagno gli
aveva posto poco prima; il sottofondo della pioggia faceva scivolare le sue
parole nell’atmosfera calda della stanza, rendendole quasi concrete. Hisoka
non lo guardò, rimase con gli occhi bassi, rivolti verso il tavolo.
“Pensavo…” Tsuzuki sembrò sul punto di dire qualcosa, ma poi parve
ripensarci. “Quindi mi sono alzato dal letto e… a dire la verità, volevo
venire a vedere se stavi bene. Tutta quella gente, sta sera. Pensavo stessi
male.” Borbottò, incerto.
“Eravate solo voi. Ci sono abituato.” A differenza delle
sue parole, che erano state fredde e casuali, Hisoka si sentiva molto
lusingato da quel pensiero. Il fatto che Tsuzuki fosse preoccupato per lui
lo aveva sempre colpito, forse perché mai nessuno si era realmente
interessato alla sua salute, al suo stato d’animo. Tsuzuki invece lo faceva.
E lo faceva a volte in maniera goffa ed invadente, altre con discrezione,
senza far accorgere di niente a nessuno. Era una persona così
straordinariamente cangiante che era difficile da gestire; come i suoi occhi
che avevano quel particolare colore a cui le persone non sapevano bene che
nome dare: sfuggiva alla gente che gli stava intorno, così come agli
estranei. Era una caratteristica di Tsuzuki che Hisoka trovava fastidiosa;
avrebbe voluto capirlo a fondo, comprendere il perché di quei repentini
cambi di umore, i motivi che lo spingevano a comportarsi in quel modo
particolare, a dare tutto sé stesso nel suo lavoro e alle persone che
incontrava, senza però permettersi di appoggiarsi troppo a loro. E Hisoka
sapeva che non lo faceva perché era forte; aveva altri motivi, c’era
qualcos’altro a spingerlo a comportarsi in quel modo.
“Meno
male.” Mormorò Tsuzuki, giocherellando con la sua tazza, ancora piena.
Il ragazzo lo guardò velocemente, non riuscendo a
comprendere il suo stato d’animo: con il suo potere poteva solo avvertire un
groviglio intricato di emozioni, di sensazioni che variavano dalla
preoccupazione alla tristezza, arrivando a toccare la serenità, la
spensieratezza ed insieme l’angoscia e l’ansia.
Sconvolto da quel breve
incontro con le sensazioni del
compagno, Hisoka preferì concentrarsi su altro per evitare di venir
travolto. Non era semplice avere a che fare con Tsuzuki in quel senso;
quell’uomo non era mai in uno stato emozionale definito: c’era sempre un
sottofondo di qualcosa, che continuava a sfuggire al ragazzo e che, forse,
era lo stesso Tsuzuki a nascondere. A nascondergli.
Lo shinigami più giovane fece scorrere lo sguardo per
tutta la stanza. Era una cucina piccola, comune, un po’ in disordine, ma non
si aspettava nulla di diverso dal suo compagno. Piuttosto, qualcosa attirò
la sua attenzione: sulla porta del frigorifero spiccava una fotografia.
Lì per lì, Hisoka riconobbe sé stesso nel ragazzo che vi
era ritratto; ma fu solo una breve impressione. I capelli erano più scuri e,
nonostante l’enorme somiglianza, il ragazzo nella foto non era lui. Era
Hijiri.
Prima che potesse chiedersi cosa ci faceva una foto di
quel ragazzo in casa di Tsuzuki, si sentì assalire da una rabbia feroce,
incomprensibile. Avrebbe voluto alzarsi e strappare in mille pezzi la foto,
come se quel gesto potesse cancellare l’altro ragazzo dalle loro memorie.
Avrebbe voluto alzarsi ed aggredire il compagno, gridargli contro perché
teneva in casa quella fotografia. Poi la rabbia lasciò il posto alla
sorpresa: perché aveva reagito in quel modo? Perché aveva avuto l’impulso di
agire violentemente?
All’improvviso, tornarono l’angoscia ed il disagio
provati nel suo incubo. Si sentì soffocato da quelle sensazioni e gemette,
ancora fissando quella fotografia, incapace di distogliere lo sguardo.
Quel verso attirò l’attenzione di Tsuzuki che guardò il
ragazzo e poi, seguendo il suo sguardo, la foto sul frigorifero. Sorpreso ed
un po’ imbarazzato, fece una piccola risata nervosa. “E’ Hijiri.”
Sottolineò. “Me l’ha data perché ha detto che così non mi dimenticherò di
lui.” Aggiunse, dando spiegazioni che, seppure non richieste, erano in
qualche modo necessarie.
Lo sguardo di Hisoka, però, era ancora fisso sulla foto.
Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel ragazzo. Erano così simili.
Simili, sì, non uguali. “A lui piacevi.” Affermò,
distrattamente, constatando un’ovvietà.
“Beh, anche lui mi piaceva.” Replicò con naturalezza
Tsuzuki. Un veloce sguardo da parte del compagno gli fece capire che aveva
frainteso quello che intendeva. Dopo un momento, arrossì vistosamente. Poi
rise di gusto. “Ma non intendevo in quel senso.”
“Ma a lui piacevi in quel senso.” Sillabò Hisoka, incrociando le braccia al petto e
stringendosi in sé stesso. Quella sgradevole sensazione non se ne andava.
Sembrava non averne la minima intenzione e lui iniziava a star male, a star
male sul serio; di quel male di cui ancora non era riuscito a comprendere
l’identità.
“Per me è un caro amico. Niente di più.” Disse Tsuzuki,
guardandolo e sorridendogli con dolcezza, come se volesse rassicurarlo.
Il ragazzo si irritò; ma, sotto sotto, era proprio quello
che voleva sentir dire. “Come se la cosa mi riguardasse.” Borbottò,
fingendosi piccato, guardando da un’altra parte.
“Vi assomigliate molto, vero?”
Quella domanda, venuta dal nulla, sembrò trovare un’eco
nella pioggia che fuori continuava a scendere copiosamente. Tsuzuki lo
guardava, con quel sorriso accondiscendente e lui ricambiò lo sguardo,
stupito. Guardò di nuovo la fotografia: sì, erano simili d’aspetto. Se non
lo fossero stati non sarebbero mai riusciti a liberarsi della maledizione
che perseguitava Hijiri. Ma erano simili solo fisicamente. Per il resto,
erano completamente differenti. In qualche modo, Hisoka pensava che l’altro
ragazzo fosse come lui, sì, ma migliore. Non aveva i suoi modi scorbutici,
né tanto meno la sua freddezza; non aveva indugi a mostrare l’affetto che
provava per Tsuzuki. Meglio correggere: il
grande affetto che provava per
Tsuzuki. Perché era evidente che era stato letteralmente conquistato dal
modo di fare dello shinigami più grande; subito, era stato chiaro che lo
ammiravo, lo stimava… Lo cercava, si preoccupava per lui, tentava di
prendersi cura di lui come poteva.
Anche Hisoka era stato conquistato dal modo di fare del
compagno. Ma non riusciva a dimostrare nulla; non riusciva a stargli vicino
come avrebbe voluto e continuava a comportarsi in quel modo infantile,
allontanandolo, invece di avvicinarlo.
Erano simili, sì, ma completamente diversi.
“No, forse no.” Mormorò Tsuzuki sorprendendolo.
“Fisicamente vi assomigliate tanto, è vero. Però…però avete dei caratteri
completamente differenti.” Aggiunse, fissando prima il ragazzo davanti a
lui, poi quello ritratto nella fotografia.
Hisoka rimase sorpreso. Ed in qualche modo fu
terrorizzato da quelle parole. Avrebbe voluto dire:
lo preferisci a me perché è accondiscendente e ti dimostra tutto il suo
affetto. Era quello che pensava ed era sicuro che quelli fossero i
sentimenti del compagno.
Tsuzuki sembrò confermare quel pensiero. “Hijiri è
estroverso, affettuoso. Tu sei l’esatto opposto.” Disse, sorridendogli
ancora.
Il ragazzo fu immensamente offeso da quelle parole. Si
sentì improvvisamente triste e di nuovo oppresso da quell’angoscia pesante,
di cui sembrava non riuscire a liberarsi da quando aveva avuto quell’incubo.
“Scusami tanto se sono fatto così.” Ringhiò tra i denti, non riuscendo ad
impedirselo. La sua voce era aggressiva, graffiante. Non voleva essere
arrabbiato, non voleva che l’altro scambiasse la sua tristezza per rabbia.
Non era irritato, era solo molto amareggiato per quelle parole.
“No, no! Non volevo dirlo in senso negativo, scusami.”
Asserì Tsuzuki, agitando le mani davanti a sé. Poi, notando lo sguardo
curioso, ma afflitto del compagno, sorrise rassicurante. “Hai i tuoi motivi
per essere come sei e comunque… non ti cambierei per nulla al mondo.”
Hisoka lo guardò sorpreso. Sollevò un sopracciglio,
scetticamente. “Vuoi dire che… che se potessi scegliere…” Si bloccò. Era una
domanda così sciocca…
“Non sceglierei Hijiri.” Rispose Tsuzuki. Si era alzato
dalla sua sedia e gli si era avvicinato. Per un motivo inspiegabile (forse),
il cuore del ragazzo iniziò a battere molto velocemente. Sentiva che pompava
forte e per un momento ebbe l’ingenua paura che potesse scoppiare nel suo
petto. La mano del suo compagno si posò delicatamente sulla sua guancia, in
una lieve carezza, appena uno sfiorarsi di pelle. “Sceglierei te.”
Hisoka fece per allontanare la mano dell’altro, ma quelle
parole lo bloccarono. Sorprendendo sé stesso, afferrò il polso dell’altro e
lo strinse forte. Per un momento, non seppe cosa dire. Poi, quasi
sorridendo, chiese: “Perché? Sei masochista?”
Tsuzuki ridacchiò. Poi lo fissò seriamente negli occhi,
senza che il sorriso lasciasse le sue labbra. Si abbassò verso di lui e
mormorò: “Forse.” Un attimo dopo, gli sfiorò le labbra con le proprie.
Il ragazzo chiuse inconsciamente gli occhi. L’angoscia
era magicamente scomparsa. Rimaneva quella strana sensazione di sottofondo,
che ancora non si spiegava… O meglio, che forse iniziava a capire. Piano,
lentamente, grazie a quel bacio.
“Perché sei venuto qui?” Chiese la voce vicina di
Tsuzuki, mentre lui ancora teneva gli occhi chiusi, godendo degli ultimi
rimasugli di quel contatto. Arrossendo, Hisoka aprì gli occhi, abbassandoli
subito dopo.
“Perché… penso di aver avuto un incubo.”
“Muraki?” Chiese preoccupato il compagno,
facendogli una carezza sui capelli.
Lui scosse la testa. Alzò il viso e puntò gli occhi in
quelli dell’altro. “Non importa.” Disse, in un mormorio basso. “Ora non
importa più.” Sussurrò, chiudendo di nuovo gli occhi e allungando il viso
verso quella mano, ancora poggiata sui suoi capelli.
Quella, scivolando lentamente verso la sua guancia, la
carezzò amorevolmente.
Angoscia, disagio, preoccupazioni… Le stupide paure che
l’avevano terrorizzato nel sogno e quella sciocca gelosia nei confronti di
Hijiri erano spariti.
“Ora non importa più.” Ripeté, sapendo che era vero. Che
d’ora in poi, non avrebbe più avuto bisogno di altre rassicurazioni se non
di quella carezza calda sulla sua guancia.
Fine
Note: (risalgono all’11 Gennaio 2007) Come l’anno scorso, di questo periodo mi viene una specie di nostalgia per Yami (ma soprattutto per Hisoka…non ho nessun altro di abbastanza docile da torturare!). La colpa sta volta è di un giochino pescato da internet in cui Tsuzuki va a lavorare in un ristorante per comprarsi un osso di gomma (ok, ovviamente sto parlando di Tsuzuki versione cagnolino XD); puntualmente, perdo i clienti perché sono troppo lenta e quella faccia da schiaffi di Hisoka mi guarda con rimprovero. Colpa sua. Forse alla fine Hisoka è un po’ OOC; lo stesso non posso dire di Tsuzuki…per me quell’uomo è schizofrenico XD quindi ci sta perfettamente il suo comportamento in questa ff.
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).