You're the only place
 

 

So I’m calling out, I’m calling out

You’re the only one

 

It’s just darkness I’m living in

And you’re the only place my heart has ever been,

(Josh Groban - "You're the only place")

 

Hisoka non sapeva perché si trovava davanti quella porta a quell’ora della notte. Con le gocce di pioggia che grondavano dai suoi vestiti e dai suoi capelli, si sentiva davvero uno stupido. Con tutta probabilità Tsuzuki non avrebbe nemmeno sentito il campanello suonare; se lo immaginava, sprofondato in un sonno beato e pesante. Era un’immagine comica, forse… Lui, in quel momento, la trovava solo poco incoraggiante.

In effetti, non aveva nessun buon motivo per essere lì, nel mezzo della notte, a fissare una porta che non si sarebbe mai aperta, a meno che non avesse suonato il campanello ripetutamente.

Eppure si trovava proprio in quel luogo, bagnato fin nelle ossa. La notte di Natale, una festa che non aveva nessuna importanza particolare né per lui, né per nessuno, lì, in quel posto; ma avevano festeggiato, come se per loro fosse una ricorrenza particolare. Forse era solo una scusa per far baldoria, per non lavorare. Forse era una scusa per stare insieme e scambiarsi i regali. Forse. A lui era sfuggito il motivo di fondo.

Hisoka continuò a fissare la porta chiusa ancora ed ancora.

Aveva avuto un incubo, poco più di mezz’ora prima. Si era svegliato a causa di un tuono particolarmente rumoroso, che aveva fatto tremare i vetri della sua stanza, ma forse era già sveglio da prima. Si era seduto sul letto e, prima ancora di ricordare il suo sogno, aveva sentito il bisogno di vedere Tsuzuki.

Così si era vestito ed era uscito di casa, senza nemmeno prendere l’ombrello. Un gesto impulsivo, qualcosa che lui non avrebbe mai fatto, se fosse stato in sé. Ma in quei momenti sentiva ancora i postumi dell’incubo. Il cuore ancora gli batteva all’impazzata ed aveva ancora quel senso d’opprimente angoscia nel petto, sul cuore. Arrivato davanti casa di Tsuzuki si era fermato, la pioggia sembrava avergli schiarito i pensieri ed ora non sapeva più cosa fare, privato di quell’istinto che l’aveva guidato fino a quel momento. Lì aveva ricordato poco del suo incubo. Non era il solito sogno: non c’era Muraki, non era quell’incubo che l’aveva fatto agitare nella notte. Erano immagini confuse, di situazioni varie e mutevoli; non c’era un filo conduttore, l’unico punto in comune di tutti i vari frammenti di sogno era la presenza di Tsuzuki. Ma non era una presenza rassicurante, come di solito era. L’atmosfera del sogno non era calda ed affettuosa; c’era solo una grande angoscia, un’ansia inspiegabile e tanta solitudine. Non si era mai sentito così in presenza del suo partner di lavoro. Mai. Nemmeno una volta.

Il ragazzo, ricordando quelle terribili sensazioni, allungò una mano esitante verso il campanello, ma non poggiò il dito. Il braccio rimase sospeso a mezz’aria e lui pensò a quanto fosse stupido correre a casa di Tsuzuki, solo perché aveva avuto un incubo; come un bambino che si rifugia nel letto dei genitori dopo un brutto sogno, alla ricerca di coccole e sicurezza.

Voleva essere rassicurato, sì; sentiva quel desiderio forte, che lo spingeva a premere il bottone del campanello, ma dall’altra parte… Dall’altra parte il raziocinio, la sua parte logica, quella che non poteva, non doveva mai lasciarlo, gli diceva di tornare a casa, perché in quel modo non dimostrava altro che d’essere un ragazzino. Un ragazzino debole, insicuro, triste, solo… Lo era. Ma non voleva mostrarlo a nessuno. Nessuno doveva sapere che si spaventava anche per molto meno del ricordo di ciò che gli era stato fatto; nessuno doveva sospettare che avesse paure ingiustificate.

La sua parte razionale aveva vinto quel desiderio immaturo e sciocco.

Hisoka lasciò cadere il braccio lungo il fianco; riprese improvvisamente coscienza delle gocce di pioggia che gli cadevano in testa, sui vestiti, bagnandogli il viso e tracciando sulle sue guance righe di false lacrime. Fissò per un ultimo momento la porta, come sperando che quella si aprisse magicamente, e poi vi voltò le spalle. Fece un passo in avanti, pensando a quanto era stato stupido, a quanto fosse debole, a come l’avrebbero considerato i suoi colleghi se l’avessero scoperto in quel posto, a quell’ora della notte…

“Hisoka?” Chiamò una voce alle sue spalle.

Il ragazzo si fermò. Non aveva nemmeno sentito la porta aprirsi.

Si voltò indietro: la figura alta di Tsuzuki si stagliava controluce sull’uscio della porta, spalancata. Quell’uomo non conosceva mezze misure, pensò scioccamente, mentre abbassava il viso, cercando di nascondere il rossore delle sue guance ed il suo sguardo mortificato.

“Mi chiedevo se avessi bisogno di me…” Chiese Tsuzuki, con un sorriso rassicurante sulle labbra.

Hisoka non rispose. Si sentiva ancora più stupido ed ancora più imbarazzato di prima, di quando fissava la porta chiusa.

“Entra, sei fradicio.”

Non era un invito. Suonava quasi come un ordine. Se fosse stato un invito, Hisoka avrebbe potuto sentirsi offeso, considerandolo pena. Un ordine poteva accettarlo, anche se veniva da Tsuzuki. Un ordine poteva accettarlo, perché non poteva fare altro che obbedire.

Si trascinò dentro casa del compagno, fermandosi a pochi passi dalla porta, sentendola chiudere. Aveva ancora il volto in fiamme per l’imbarazzo e la testa restava bassa, come se Hisoka volasse nascondersi sotto la sua frangia castana. Il rumore della pioggia ora era attutito, come un debole richiamo.

“Ti porto un asciugamano e dei vestiti asciutti.” Disse il padrone di casa, con un fare pragmatico che quasi non gli si addiceva. Cos’era successo quella notte? Tsuzuki era quello impulsivo, quello sciocco che si comportava come un cucciolo preoccupato; eppure… anche quello era Tsuzuki, anche quell’aspetto, nonostante venisse fuori raramente, faceva parte di quella miscela di buoni sentimenti e sicurezza che era Tsuzuki.

Qualcosa di soffice si posò sui suoi capelli bagnati ed Hisoka sollevò finalmente il viso. Tsuzuki gli sorrise, mentre gli asciugava i capelli con fare quasi materno. Irritato da quel gesto, il ragazzo scostò le mani dell’altro, borbottando che poteva fare da solo. Tsuzuki lo guardò per un momento con quegli occhi da cucciolo triste, per poi cantilenare il suo nome con una voce lagnosa.

Quello era il solito Tsuzuki. Quello che Hisoka vedeva ogni giorno e che fingeva (fingeva?) di non sopportare. In qualche modo questo pensiero lo rincuorò: preferiva avere a che fare con uno Tsuzuki che si comportava in modo sciocco, poiché sapeva come gestirlo, che avere a che fare con uno Tsuzuki come quello di prima, perché lo metteva in imbarazzo ed era tremendamente serio.

Poco dopo si ritrovarono in cucina, seduti a bere una tazza di tè caldo, una scusa per Tsuzuki per mangiare dolci, anche a quella tarda ora della notte, ed un’ottima consolazione per quella pioggia continua. Troppo occupato a scegliere quale dolce mangiare prima, l’uomo quasi non si accorse dello sguardo pensoso del ragazzo, i cui occhi erano fissi sul compagno. Passò ancora qualche attimo prima che se ne rendesse conto.

“Cosa?” Chiese perplesso, forchetta alla mano.

Hisoka continuò a fissarlo. “Non mi chiedi perché ero fuori casa tua a quest’ora?” Lo interrogò, corrugando la fronte. Si era aspettato quella domanda, che però non era arrivata. Quindi aveva indagato lui stesso, per un motivo a lui del tutto sconosciuto; in fondo, ancora non aveva una risposta adatta…

Tsuzuki si disinteressò completamente al suo dolce e sembrò sgonfiarsi sul tavolo, assumendo un’aria mesta. “Me l’avresti detto?” Domandò, guardandolo dal basso, il viso per metà nascosto fra le braccia incrociate sul tavolo.

Il ragazzo lo guardò, poi, imbarazzato, scostò lo sguardo, borbottando qualcosa di indecifrabile che forse aveva a che fare con il fatto che Tsuzuki non aveva nemmeno provato a chiederglielo.

“Ok, allora…che ci facevi, a quest’ora della notte, fuori casa mia, con una pioggia che avrebbe scoraggiato chiunque ad uscire?” Chiese, guardando il ragazzo con espressione seria. Aveva sollevato il busto ed ora era dritto sulle spalle, con il volto rigidamente rivolto verso di lui; le braccia erano posate ordinatamente sul tavolo; quella postura era così innaturale, così strana per uno come lui. Hisoka si sentì inibito di fronte a quell’atteggiamento. Sbagliava oppure quella notte c’era qualcosa di strano nel suo compagno?

Abbassò il capo, ragionando su quell’ultima considerazione.

Tsuzuki prese quel gesto come un rifiuto di rispondere alla sua domanda e sospirò melodrammaticamente. “Visto? Non mi vuoi rispondere!” Piagnucolò, nascondendo di nuovo il volto fra le braccia conserte, perdendo la postura rigida di poco prima.

Ora, che Hisoka fosse abituato a quei repentini cambiamenti era assodato, ma lì si iniziava a rasentare la schizofrenia.

“Smettila di fare lo stupido! Un momento fa eri tutto serio ed ora fai di nuovo le tue solite lagne…” Commentò irritato Hisoka, dandogli uno schiaffo leggero sulla nuca.

“Che fai ora? Mi picchi anche?” Lamentò l’altro, come se quel rimprovero non l’avesse nemmeno sentito.

Il ragazzo alzò gli occhi al cielo, iniziando a pensare che avrebbe fatto molto meglio ad andarsene immediatamente; l’idea di andare lì era stata davvero pessima, cos’altro poteva aspettarsi da uno come quello? Rassicurazioni? No di certo, se si comportava in quella maniera sciocca ed immatura.

“Se continui così vado via.” Disse, lapidario, già per metà in piedi.

Nooo, ti prego, dopo aver fatto tutta questa strada per me, sotto questa pioggia, già vai via?!” Tsuzuki lo afferrò alla vita, stringendolo forte. Era un gesto serio. L’esatto opposto di quelle parole, di quell’espressione esasperatamente (se non addirittura comicamente) addolorata.

“Lasciami!” Con uno spintone, Hisoka si liberò dalla presa dell’altro. Era a disagio. Era angosciato. Ma non provava lo stesso disagio e la stessa angoscia che aveva provato nel sogno; quelli erano sentimenti molto negativi, gli facevano male. Quello che provava in quel momento era qualcosa di diverso, che in realtà non riusciva a spiegare.

Tsuzuki lo guardava con la sua buffa espressione da cagnolino maltrattato; il ragazzo si sentì in dovere di dire qualcosa. “Piu…piuttosto… Come facevi a sapere che ero fuori dalla porta?”

L’uomo sembrò riacquistare tutta la sua verve e gli sorrise smagliante. “Ho sentito il tuo profumo e…”

Prima che potesse finire la frase, venne colpito violentemente dal compagno. Dopo esser rotolato a terra, lo guardò con gli occhi gonfi di lacrime.

“Se hai voglia di scherzare me ne vado!” Minacciò Hisoka, pur rimanendo fermo dov’era.

“Ma è vero!”

“Non essere stupido!”

“Mi hai chiamato ‘studipo’!”

“Perché lo sei!”

Quel breve diverbio sembrò ristabilire la calma, dopo qualche attimo. Hisoka si sedette nuovamente al tavolo, bevendo il suo tè, mentre Tsuzuki si rimetteva in piedi e metteva da parte la sua tazza. Dopo un po’ di tempo, durante il quale nessuno dei due sembrava intenzionato a riprendere la parola ed il rumore della pioggia la faceva da padrone, il più grande prese a parlare.

“In realtà, non riuscivo a dormire.” Disse, parlando lentamente e a voce bassa, rispondendo a quella domanda che il compagno gli aveva posto poco prima; il sottofondo della pioggia faceva scivolare le sue parole nell’atmosfera calda della stanza, rendendole quasi concrete. Hisoka non lo guardò, rimase con gli occhi bassi, rivolti verso il tavolo. “Pensavo…” Tsuzuki sembrò sul punto di dire qualcosa, ma poi parve ripensarci. “Quindi mi sono alzato dal letto e… a dire la verità, volevo venire a vedere se stavi bene. Tutta quella gente, sta sera. Pensavo stessi male.” Borbottò, incerto.

“Eravate solo voi. Ci sono abituato.” A differenza delle sue parole, che erano state fredde e casuali, Hisoka si sentiva molto lusingato da quel pensiero. Il fatto che Tsuzuki fosse preoccupato per lui lo aveva sempre colpito, forse perché mai nessuno si era realmente interessato alla sua salute, al suo stato d’animo. Tsuzuki invece lo faceva. E lo faceva a volte in maniera goffa ed invadente, altre con discrezione, senza far accorgere di niente a nessuno. Era una persona così straordinariamente cangiante che era difficile da gestire; come i suoi occhi che avevano quel particolare colore a cui le persone non sapevano bene che nome dare: sfuggiva alla gente che gli stava intorno, così come agli estranei. Era una caratteristica di Tsuzuki che Hisoka trovava fastidiosa; avrebbe voluto capirlo a fondo, comprendere il perché di quei repentini cambi di umore, i motivi che lo spingevano a comportarsi in quel modo particolare, a dare tutto sé stesso nel suo lavoro e alle persone che incontrava, senza però permettersi di appoggiarsi troppo a loro. E Hisoka sapeva che non lo faceva perché era forte; aveva altri motivi, c’era qualcos’altro a spingerlo a comportarsi in quel modo.

 “Meno male.” Mormorò Tsuzuki, giocherellando con la sua tazza, ancora piena.

Il ragazzo lo guardò velocemente, non riuscendo a comprendere il suo stato d’animo: con il suo potere poteva solo avvertire un groviglio intricato di emozioni, di sensazioni che variavano dalla preoccupazione alla tristezza, arrivando a toccare la serenità, la spensieratezza ed insieme l’angoscia e l’ansia.

Sconvolto da quel breve incontro con le sensazioni del compagno, Hisoka preferì concentrarsi su altro per evitare di venir travolto. Non era semplice avere a che fare con Tsuzuki in quel senso; quell’uomo non era mai in uno stato emozionale definito: c’era sempre un sottofondo di qualcosa, che continuava a sfuggire al ragazzo e che, forse, era lo stesso Tsuzuki a nascondere. A nascondergli.

Lo shinigami più giovane fece scorrere lo sguardo per tutta la stanza. Era una cucina piccola, comune, un po’ in disordine, ma non si aspettava nulla di diverso dal suo compagno. Piuttosto, qualcosa attirò la sua attenzione: sulla porta del frigorifero spiccava una fotografia.

Lì per lì, Hisoka riconobbe sé stesso nel ragazzo che vi era ritratto; ma fu solo una breve impressione. I capelli erano più scuri e, nonostante l’enorme somiglianza, il ragazzo nella foto non era lui. Era Hijiri.

Prima che potesse chiedersi cosa ci faceva una foto di quel ragazzo in casa di Tsuzuki, si sentì assalire da una rabbia feroce, incomprensibile. Avrebbe voluto alzarsi e strappare in mille pezzi la foto, come se quel gesto potesse cancellare l’altro ragazzo dalle loro memorie. Avrebbe voluto alzarsi ed aggredire il compagno, gridargli contro perché teneva in casa quella fotografia. Poi la rabbia lasciò il posto alla sorpresa: perché aveva reagito in quel modo? Perché aveva avuto l’impulso di agire violentemente?

All’improvviso, tornarono l’angoscia ed il disagio provati nel suo incubo. Si sentì soffocato da quelle sensazioni e gemette, ancora fissando quella fotografia, incapace di distogliere lo sguardo.

Quel verso attirò l’attenzione di Tsuzuki che guardò il ragazzo e poi, seguendo il suo sguardo, la foto sul frigorifero. Sorpreso ed un po’ imbarazzato, fece una piccola risata nervosa. “E’ Hijiri.” Sottolineò. “Me l’ha data perché ha detto che così non mi dimenticherò di lui.” Aggiunse, dando spiegazioni che, seppure non richieste, erano in qualche modo necessarie.

Lo sguardo di Hisoka, però, era ancora fisso sulla foto. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quel ragazzo. Erano così simili.

Simili, sì, non uguali. “A lui piacevi.” Affermò, distrattamente, constatando un’ovvietà.

“Beh, anche lui mi piaceva.” Replicò con naturalezza Tsuzuki. Un veloce sguardo da parte del compagno gli fece capire che aveva frainteso quello che intendeva. Dopo un momento, arrossì vistosamente. Poi rise di gusto. “Ma non intendevo in quel senso.”

“Ma a lui piacevi in quel senso.” Sillabò Hisoka, incrociando le braccia al petto e stringendosi in sé stesso. Quella sgradevole sensazione non se ne andava. Sembrava non averne la minima intenzione e lui iniziava a star male, a star male sul serio; di quel male di cui ancora non era riuscito a comprendere l’identità.

“Per me è un caro amico. Niente di più.” Disse Tsuzuki, guardandolo e sorridendogli con dolcezza, come se volesse rassicurarlo.

Il ragazzo si irritò; ma, sotto sotto, era proprio quello che voleva sentir dire. “Come se la cosa mi riguardasse.” Borbottò, fingendosi piccato, guardando da un’altra parte.

“Vi assomigliate molto, vero?”

Quella domanda, venuta dal nulla, sembrò trovare un’eco nella pioggia che fuori continuava a scendere copiosamente. Tsuzuki lo guardava, con quel sorriso accondiscendente e lui ricambiò lo sguardo, stupito. Guardò di nuovo la fotografia: sì, erano simili d’aspetto. Se non lo fossero stati non sarebbero mai riusciti a liberarsi della maledizione che perseguitava Hijiri. Ma erano simili solo fisicamente. Per il resto, erano completamente differenti. In qualche modo, Hisoka pensava che l’altro ragazzo fosse come lui, sì, ma migliore. Non aveva i suoi modi scorbutici, né tanto meno la sua freddezza; non aveva indugi a mostrare l’affetto che provava per Tsuzuki. Meglio correggere: il grande affetto che provava per Tsuzuki. Perché era evidente che era stato letteralmente conquistato dal modo di fare dello shinigami più grande; subito, era stato chiaro che lo ammiravo, lo stimava… Lo cercava, si preoccupava per lui, tentava di prendersi cura di lui come poteva.

Anche Hisoka era stato conquistato dal modo di fare del compagno. Ma non riusciva a dimostrare nulla; non riusciva a stargli vicino come avrebbe voluto e continuava a comportarsi in quel modo infantile, allontanandolo, invece di avvicinarlo.

Erano simili, sì, ma completamente diversi.

“No, forse no.” Mormorò Tsuzuki sorprendendolo. “Fisicamente vi assomigliate tanto, è vero. Però…però avete dei caratteri completamente differenti.” Aggiunse, fissando prima il ragazzo davanti a lui, poi quello ritratto nella fotografia.

Hisoka rimase sorpreso. Ed in qualche modo fu terrorizzato da quelle parole. Avrebbe voluto dire: lo preferisci a me perché è accondiscendente e ti dimostra tutto il suo affetto. Era quello che pensava ed era sicuro che quelli fossero i sentimenti del compagno.

Tsuzuki sembrò confermare quel pensiero. “Hijiri è estroverso, affettuoso. Tu sei l’esatto opposto.” Disse, sorridendogli ancora.

Il ragazzo fu immensamente offeso da quelle parole. Si sentì improvvisamente triste e di nuovo oppresso da quell’angoscia pesante, di cui sembrava non riuscire a liberarsi da quando aveva avuto quell’incubo. “Scusami tanto se sono fatto così.” Ringhiò tra i denti, non riuscendo ad impedirselo. La sua voce era aggressiva, graffiante. Non voleva essere arrabbiato, non voleva che l’altro scambiasse la sua tristezza per rabbia. Non era irritato, era solo molto amareggiato per quelle parole.

“No, no! Non volevo dirlo in senso negativo, scusami.” Asserì Tsuzuki, agitando le mani davanti a sé. Poi, notando lo sguardo curioso, ma afflitto del compagno, sorrise rassicurante. “Hai i tuoi motivi per essere come sei e comunque… non ti cambierei per nulla al mondo.”

Hisoka lo guardò sorpreso. Sollevò un sopracciglio, scetticamente. “Vuoi dire che… che se potessi scegliere…” Si bloccò. Era una domanda così sciocca…

“Non sceglierei Hijiri.” Rispose Tsuzuki. Si era alzato dalla sua sedia e gli si era avvicinato. Per un motivo inspiegabile (forse), il cuore del ragazzo iniziò a battere molto velocemente. Sentiva che pompava forte e per un momento ebbe l’ingenua paura che potesse scoppiare nel suo petto. La mano del suo compagno si posò delicatamente sulla sua guancia, in una lieve carezza, appena uno sfiorarsi di pelle. “Sceglierei te.”

Hisoka fece per allontanare la mano dell’altro, ma quelle parole lo bloccarono. Sorprendendo sé stesso, afferrò il polso dell’altro e lo strinse forte. Per un momento, non seppe cosa dire. Poi, quasi sorridendo, chiese: “Perché? Sei masochista?”

Tsuzuki ridacchiò. Poi lo fissò seriamente negli occhi, senza che il sorriso lasciasse le sue labbra. Si abbassò verso di lui e mormorò: “Forse.” Un attimo dopo, gli sfiorò le labbra con le proprie.

Il ragazzo chiuse inconsciamente gli occhi. L’angoscia era magicamente scomparsa. Rimaneva quella strana sensazione di sottofondo, che ancora non si spiegava… O meglio, che forse iniziava a capire. Piano, lentamente, grazie a quel bacio.

“Perché sei venuto qui?” Chiese la voce vicina di Tsuzuki, mentre lui ancora teneva gli occhi chiusi, godendo degli ultimi rimasugli di quel contatto. Arrossendo, Hisoka aprì gli occhi, abbassandoli subito dopo.

Perché… penso di aver avuto un incubo.”

Muraki?” Chiese preoccupato il compagno, facendogli una carezza sui capelli.

Lui scosse la testa. Alzò il viso e puntò gli occhi in quelli dell’altro. “Non importa.” Disse, in un mormorio basso. “Ora non importa più.” Sussurrò, chiudendo di nuovo gli occhi e allungando il viso verso quella mano, ancora poggiata sui suoi capelli.

Quella, scivolando lentamente verso la sua guancia, la carezzò amorevolmente.

Angoscia, disagio, preoccupazioni… Le stupide paure che l’avevano terrorizzato nel sogno e quella sciocca gelosia nei confronti di Hijiri erano spariti.

“Ora non importa più.” Ripeté, sapendo che era vero. Che d’ora in poi, non avrebbe più avuto bisogno di altre rassicurazioni se non di quella carezza calda sulla sua guancia.

 

Fine

 

 

 

 

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Note: (risalgono all’11 Gennaio 2007) Come l’anno scorso, di questo periodo mi viene una specie di nostalgia per Yami (ma soprattutto per Hisoka…non ho nessun altro di abbastanza docile da torturare!). La colpa sta volta è di un giochino pescato da internet in cui Tsuzuki va a lavorare in un ristorante per comprarsi un osso di gomma (ok, ovviamente sto parlando di Tsuzuki versione cagnolino XD); puntualmente, perdo i clienti perché sono troppo lenta e quella faccia da schiaffi di Hisoka mi guarda con rimprovero. Colpa sua. Forse alla fine Hisoka è un po’ OOC; lo stesso non posso dire di Tsuzuki…per me quell’uomo è schizofrenico XD quindi ci sta perfettamente il suo comportamento in questa ff.

 

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