Il bianco e il nero
 

 

Il Bianco

 

Hisoka dormiva sulla poltrona; gli attimi di pausa dal lavoro erano sempre benaccetti e lui li impiegava spesso sedendosi in un posto comodo per leggere. Finiva sempre con l’addormentarsi e a Tsuzuki toccava mettergli una coperta addosso, per evitare che si ammalasse; spesso l’osservava e gli sembrava così piccolo e debole, appallottolato in quel modo, tanto che a volte Tsuzuki temeva che potesse rompersi al solo tocco di un dito.

Di solito, quando Hisoka si addormentava in quel modo, voleva dire che era davvero molto stanco e avrebbe fatto un lungo sonno profondo e senza sogni; Tsuzuki era tranquillo e lo lasciava da solo nella stanza, per non disturbarlo.

 

Hisoka però quella volta stava sognando di trovarsi in piedi, davanti ad un enorme albero di cui riusciva a distinguere a malapena di contorni. La luna era rossa e piena ed il cielo era scuro, ma il colore predominante era il bianco: un candore che sembrava irradiarsi da una figura che lo dominava, che lo avvolgeva, che lo soverchiava.

Non era spaventato, anche se sapeva che avrebbe dovuto esserlo; l’unica cosa che provava, messo davanti a quel bianco, era un forte senso di impotenza e debolezza, che gli fiaccava tutto il corpo. Gli sembrò quasi che quel candore lo volesse annientare.

Due braccia, ammantate di bianco, lo avvolsero, lo strinsero e lo stritolarono; Hisoka capì che era esattamente quello il loro obiettivo: fargli quanto più male possibile, farlo soffrire, farlo gridare di dolore. Lui non avrebbe voluto, ma l’urlo uscì comunque dalle sue labbra: ebbe l’impressione che in realtà quell’urlo se lo fosse solo immaginato, ma poi sentì una risata riecheggiare in quello spazio bianco, che sembrava così indefinitamente grande, eppure talmente piccolo da stritolarlo.

Hisoka allora ebbe paura, perché sapeva già cosa sarebbe successo: avrebbe visto il volto pallido del suo aguzzino, lo avrebbe odiato, avrebbe voluto vendicarsi, ma soprattutto lo avrebbe temuto; avrebbe pianto, si sarebbe dibattuto, avrebbe lottato per una libertà che non avrebbe mai ottenuto e tutto questo non avrebbe fatto altro che far ridere il suo persecutore, farlo divertire e farlo continuare.

Sapeva che stava provando dolore, sapeva che stava sanguinando, gridando e piangendo ed una voce continuava a ripetergli “Svegliati, svegliati, svegliati”, ma era inutile perché il sogno proseguì e lui vide il cappotto bianco, così simile ad un camice, macchiarsi del rosso del suo sangue.

C’era una cosa buona in questo, però: aveva smesso di dibattersi e di gridare, in quel momento piangeva silenziosamente e fissava con occhi vuoti il viso del suo assassino. Pelle pallida, occhi vitrei, capelli d’argento. Nella sua mente pensò: Mi vendicherò un giorno. Ma per quel momento era solo una bambola nelle sue mani…

 

Hisoka si svegliò all’improvviso, sopprimendo un urlo di terrore.

Si guardò intorno, stordito e vide la coperta bianca che lo avvolgeva. La allontanò da sé, senza fretta, ma con un’agitazione nel petto che gli sconquassava il cuore; era da tanto ormai che era vittima di quell’incubo, ma non riusciva ancora ad abituarsi, né a tranquillizzarsi appena sveglio.

Si guardò intorno, cercando nella stanza la presenza rassicurante di Tsuzuki; si sentì perso quando realizzò che nella camera c’era solo lui.

Notò solo in quel momento che non solo la coperta che lo avvolgeva era bianca, ma che anche le pareti, le lenzuola del letto lo erano. Si rannicchiò sulla poltrona, piegando le ginocchia contro il petto e nascondendo il viso dietro di esse; l’agitazione del sogno, invece che sparire, con il risveglio non fece altro che incrementarsi. Hisoka ebbe l’impressione che il cuore gli stesse per scoppiare e che ogni suo respiro fosse talmente pesante ed affannato da riempire d’echi sinistri quella camera, così candida e vuota.

Avrebbe voluto uscire da lì, ma la porta era bianca ed aveva paura di avvicinarsi; sapeva bene che quel terrore era del tutto irrazionale e si odiò per temere una semplice stanza, ma non poteva evitarlo. Pensò per un attimo di chiudere gli occhi, ma quando lo fece se ne pentì immediatamente, perché con gli occhi chiusi non poteva vedere quello che gli stava intorno, non poteva proteggersi da tutto quel bianco che incombeva su di lui, che lo avvolgeva e che sembrava stritolarlo. Era tutto come nel suo sogno, tranne per la mancanza di Muraki.

Hisoka allora sospirò in sollievo; iniziò a ripetersi che era solo una stanza d’albergo e che tutto quel bianco non poteva fargli nulla, che le pareti, le lenzuola, la coperta non potevano nuocergli in nessun modo.

Eppure non smise di tremare, né si azzardò a stendere le gambe: rimase accartocciato su sé stesso, sperando che Tsuzuki tornasse presto…

 

Quando Tsuzuki rientrò in camera, Hisoka dormiva ancora. Lo shinigami più grande gli si avvicinò con un sorriso; il ragazzino si era rannicchiato sulla poltrona ed aveva fatto cadere la coperta a terra.

Solo da vicino, spostandogli i capelli dal viso, Tsuzuki si accorse dell’espressione irrequieta sul viso del ragazzo. Gli mise una mano sulla spalla e la sentì tremare come una foglia; allora si preoccupò e capì che se la coperta era a terra e lui era rannicchiato in quel modo era perché aveva avuto un incubo.

Si inginocchiò accanto alla poltrona, carezzando i capelli castani di Hisoka, sperando di tranquillizzarlo in quel modo, ma fu inutile, perché il tremore non cessò ed il ragazzino si raggomitolò ancora di più contro la poltrona, come se avesse voluto scomparire in essa. Tsuzuki non aveva la minima idea di cosa fare; si guardò intorno, come in cerca di ispirazione, di un’idea che lo potesse aiutare a calmare il sonno del ragazzo.

Un mugolio dal fagotto appallottolato accanto a lui attirò la sua attenzione; non doveva temporeggiare così, forse se lo avesse svegliato…

Gli carezzò di nuovo i capelli e, per un momento, il ragazzino smise di tremare. Sorpreso, Tsuzuki capì che forse la soluzione era proprio quella. Si spogliò del cappotto e si sedette nello spazio che Hisoka aveva lasciato libero. Lentamente, con attenzione, si tirò il ragazzo in braccio e lo avvolse nel suo cappotto, riprendendo a carezzargli i capelli.

Il tremore svanì e, dopo qualche minuto, l’espressione di Hisoka si rilassò; lo shinigami più piccolo si accoccolò contro la spalla dell’altro e, nel sonno, si lasciò sfuggire un placido sospiro.

 

Hisoka stava sognando di nuovo, ma sta volta era un bel sogno. Sembrava che qualcuno lo avesse strappato dalle mani pallide di Muraki e che lo stesse cullando ed accarezzando con affetto. Non si trovava in nessun luogo preciso, ma sapeva che lì era al sicuro.

E, chissà perché, era convinto che Tsuzuki fosse di nuovo in camera con lui.


Il Nero

|

 

Note: avrei voluto soffermarmi molto di più sugli incubi di Hisoka, ma poi sarei andata “fuori tema” e mi sarei concentrata troppo sul rapporto Muraki – Hisoka, invece che su quello che avevo richiesto. Sigh, mi dispiace per il dottore, che ha dovuto fare solo da comparsa…

 

Torna alla sezione Fanfictions

 

Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).