I'm calling you

"And you panic stricken, blooc will thicken up tonight" (You'll follow me down - Skunk Anansie)
 

 

Bugie

 

Preferisco essere un codardo che essere odiato da voi.

Hisoka continuava a ripensare a quelle parole e a sentirsi terribilmente inutile, non necessario; c’erano tante emozioni di Tsuzuki che poteva intuire, tante reazioni che sapeva prevedere senza rischio d’errore, ma c’erano anche tante altre cose che lui preferiva non rivelare, dei segreti che gli gravavano sulle spalle e di cui non voleva condividerne il peso con nessuno.

Ero scorretto, perché Hisoka non era riuscito a mantenere i suoi, di segreti, e si era sempre appoggiato al suo partner, anche se involontariamente; l’aveva fatto perché Tsuzuki era così insistente e petulante che… Sciocchezze: non era l’insistenza dell’altro shinigami che lo aveva spinto a trovare rifugio nel suo abbraccio, quando aveva ucciso Tsubaki-hime, come non era la sua petulanza a spingere Hisoka a pensare di poter contare su di lui, anche solo quando aveva bisogno di qualcuno che gli facesse passare gli incubi.

Era qualcosa di diverso: era la sua gentilezza, la sua disponibilità e la protezione che gli aveva fornito fin dall’inizio del loro rapporto di lavoro – e Hisoka non era più tanto sicuro che si trattasse solo di un legame lavorativo – che lo avevano sempre fatto sentire a suo agio, anche nei momenti in cui era fermamente convinto che niente e nessuno potesse riuscirci, nei momenti in cui non voleva nessuno intorno perché sicuro che nessuno potesse capirlo.

Tsuzuki, però, aveva questa capacità di farlo sentire accettato, in un certo senso a casa, semplicemente dicendo le parole giuste, ciò che Hisoka voleva sentirsi dire. Non l’avrebbe mai ammesso, ma a volte pensava, scioccamente, che fosse il suo partner a possedere qualche capacità empatica che gli permettesse di fare la cosa giusta al momento giusto; certo, doveva essere un potere piuttosto difettoso, visto che nove volte su dieci Tsuzuki non era mai serio e diceva solo scemenze.

Ma, pensava Hisoka, tutto quello, la sua allegria, il suo entusiasmo per il mondo, la sua fissa per i dolci ed i suoi sorrisi onnipresenti, erano solo bugie che nascondevano il suo segreto?

Non poteva, né tanto meno voleva, credere una cosa simile, perché avrebbe voluto dire che ciò che Tsuzuki mostrava, quella sua personalità così solare era solo frutto di un inganno, solo una maschera per nascondere il suo passato, il vero sé stesso.

Accucciato nella vasca da bagno, avvolto dall’acqua calda, tutti quei pensieri gli sembravano assurdi, soprattutto perché li faceva mentre l’oggetto dei suoi pensieri era proprio dall’altra parte della parete e chiacchierava come al solito, del tutto ignaro di quelle riflessioni. Peggio di così non può andare, si disse, avvicinando le ginocchia al petto e poggiandovi sopra il mento.

“Tsuzuki?”

La voce dell’altro gli sembrò neutra quando gli chiese cosa c’era. Avrebbe voluto dirgli parlami, ma aveva già fallito quella mattina e sapeva che non sarebbe mai riuscito a farlo aprire a lui. Ma, almeno, erano già sul fondo.

“Tra di noi le cose vanno malissimo.” Asserì con voce ferma, per un attimo con l’esatta intenzione di ferire l’altro; ed in effetti lo sentì quasi guaire tristemente. Fece un sospiro e, sbirciando alle sue spalle, verso la finestrella, aggiunse: “Ma almeno non possiamo peggiorare più di così.”

Già, si disse mentalmente, spero che si possa migliorare.

  

Compagni di squadra

 

Il fatto che Tatsumi-san li avesse raggiunti fin lì, proprio in quel momento, per Hisoka voleva dire due cose: la prima, che la situazione era abbastanza grave da non poter più sperare che se la cavassero solo loro due da soli; la seconda, che lui non poteva aiutare Tsuzuki.

Avrebbe voluto farlo, perché vederlo a pezzi in quel modo, mentre si prendeva tutte le colpe della morte di quella ragazza, nonostante l’unico colpevole fosse quel pazzo di Muraki, lo faceva star male; non solo perché riusciva ad avvertire chiaramente le sue sensazioni negative, come se fossero un vortice di tenebre che lo risucchiavano, ma perché… faceva male. Hisoka non sapeva spiegare in altro modo quella morsa allo stomaco che gli aveva fatto mancare il respiro quando aveva visto la reazione di Tsuzuki per la morte della ragazza; era un dolore che non aveva niente a che fare con le sensazioni provate dello shinigami più grande, ma che erano legate a Hisoka stesso. Non riusciva a reggere la vista di uno Tsuzuki così debole e disperato.

Quando Tatsumi-san rientrò nella sua stanza lo rassicurò, dicendogli che il suo partner stava dormendo; il sedicenne lo guardò, sbirciando da sotto la frangia castana, e trovando quell’uomo dal potere terribile e dall’indole apparentemente spietata una persona tutto sommato confortante. Lui aveva il potere di calmare Tsuzuki e di aiutarlo, perché lo conosceva da molto più tempo e sapeva come trattarlo, di cosa aveva bisogno nei momenti in cui si faceva sopraffare dai sensi di colpa.

“Tatsumi-san… Penso che sia il caso che per domani Tsuzuki resti con te.” Disse, riuscendo a mantenere la voce ferma, anche se tremava di rabbia, perché non era capace di fare ciò che avrebbe voluto. “Io… non sono capace di aiutare Tsuzuki, mentre tu…” Alzò il viso sull’altro uomo, notando che lo fissava, aspettando di sentire la conclusione della frase, senza tradire nessuna emozione. Era di quello che Tsuzuki aveva bisogno: una persona sicura, a cui appoggiarsi senza dover temere di vacillare. “Tu lo conosci da più tempo e sai come trattarlo. Io non sono nemmeno stato capace di chiedergli come sta, non posso…”

“Kurosaki-kun.” Tatsumi lo interruppe, accompagnando la voce ad un gesto della mano. Hisoka lo guardò e non trovò più quell’espressione imperscrutabile, ma un piccolo sorriso e uno sguardo pieno d’incoraggiamento. “Il fatto che lo conosca da più tempo è del tutto irrilevante; ti ricordo che ho rinunciato ad essere il suo partner dopo pochi mesi. Sono sicuro che tu sei la persona più adatta per stare vicino a lui.”

Il ragazzino avrebbe voluto dire qualcosa per negare, ma Tatsumi-san sembrava essere sincero e questo lo bloccò.

“Per domani starò io con lui, ma se dovesse accadere di nuovo, dovrai essere tu ad occuparti di lui e sono certo che troverai il modo più giusto. E poi lui ne sarà felice.” Detto ciò, Tatsumi si congedò augurandogli la buonanotte ed uscendo dalla stanza. Hisoka, rimasto solo, guardò fuori dalla finestra, incerto.

Tatsumi-san si fidava di lui, poiché non era una persona che diceva qualcosa tanto per confortare; l’aveva detto perché credeva davvero che lui, un ragazzino, potesse aiutare Tsuzuki nel momento opportuno. Era esattamente ciò che il suo partner aveva fatto con Hisoka decine di volte, riuscendo sempre a confortarlo, riuscendo a superare la sua ostinazione ed il suo orgoglio.

Il sedicenne strinse i pugni e chiuse gli occhi stretti: doveva tentate, almeno questo glielo doveva.

 

Neve

 

L’aveva trovato seduto in mezzo ad una platea vuota, forse dormire o forse aveva solo perso i sensi, ma non si era fidato a lasciarlo andare in giro da solo. Proprio quando Tsuzuki sembrava essersi ripreso, ecco che quel mostro si ripresentava a tormentarlo e questo innervosiva Hisoka più di quanto lo spaventasse: Muraki sembrava sapere sempre dove si trovassero ed aveva la raccapricciante capacità di dire le parole giuste per far sentir male Tsuzuki. Era qualcosa che Hisoka non sopportava, perché non sapeva come proteggere sé stesso da quell’uomo, figurarsi se riusciva anche solo ad immaginare un modo per proteggere gli altri; del resto era già successo con Tsubaki-hime ed era finita in modo orribile.

Quando aveva visto Tsuzuki entrare in un bar ed ubriacarsi, aveva deciso che non poteva davvero lasciarlo a sé stesso in quello stato; anche se non sapeva bene cosa fare e sicuramente avrebbe incontrato una situazione difficile, doveva stargli accanto.

“Allora è così che sperperi i soldi di Tatsumi-san?” Gli chiese, sedendosi accanto a lui, senza guardarlo.

“Hisoka! Fammi compagnia, su, su, bevi con me!” Tsuzuki gli sorrise, euforico e chiaramente brillo, mentre si slanciava quasi ad abbracciarlo.

“No, basta alcool per te.” Disse perentorio Hisoka, ordinando un caffè viennese per sé. Fuori, stranamente, cadeva la neve, silenziosa e abbondante, nonostante le previsioni avessero previsto tempo sereno per quella serata; il ragazzo pensò che l’atmosfera era adatta alla situazione e sospirò, mentre Tsuzuki poggiava la testa fra le braccia e guardava fuori, senza realmente vedere ciò che c’era al di là del vetro: aveva l’espressione distante di chi sta ricordando qualcosa con intensità ed i suoi occhi, lucidi a causa della sbronza, erano tristi, nonostante un sorriso gli piegasse le labbra.

“Hisoka… Lui mi ha detto che non sono umano.” Sussurrò appena lo shinigami più grande.

Hisoka s’irrigidì sulla sedia, stringendo la sua tazza e guardandolo incerto.

“Mi ha detto che il mio DNA è diverso.” Continuò a borbottare, con la voce impastata e lo sguardo fisso. “Diverso da quello degli umani.”

Hisoka stava ancora elaborando quell’informazione, quando Tsuzuki si alzò si scatto dalla sedia e corse fuori dal locale, sconvolto. Il ragazzino non fece in tempo nemmeno a chiamarlo, che quello era già lontano; si precipitò dietro di lui, cercandolo freneticamente lungo la strada. Lo intravide che s’infilava in un vicolo, e lo seguì, chiamandolo, dandogli dell’idiota anche, tant’era preso dall’ansia di vederselo sparire davanti agli occhi proprio quando era così fragile.

Quando riuscì a raggiungerlo, Tsuzuki aveva preso in mano un pezzo di legno appuntito. Cosa vuoi fare, stupido?, avrebbe voluto gridargli, ma rimase paralizzato dalla paura, mentre lo ascoltava delirare sui suoi occhi, sul fatto che non li volesse, il tutto mentre affondava il legno nell’occhio destro. Il sangue schizzò e Hisoka corse a fermare il secondo colpo, togliendo il pezzo di legno delle mani dell’altro; stava per rimproverarlo, in preda al panico, quando venne travolto dai ricordi di Tsuzuki e delle sue emozioni.

Lo vide da bambino correre inseguito da altri ragazzini che gli lanciavano pietre ed insulti; lo vide rannicchiato al buio, da solo, a piangere disperato. Volevo essere come loro, ripeteva la voce dello Tsuzuki adulto, io volevo stare con gli umani.

Hisoka riaprì gli occhi, scrollandosi di dosso quelle sensazioni estranee e guardando il suo partner: l’occhio colpito ormai non sanguinava più e continuava a guarire, mentre le lacrime bagnavano il volto dello shinigami; un’espressione che Hisoka non aveva mai visto su quel viso lo sfigurava ed il ragazzino si accorse di quanto fosse fragile in quel momento Tsuzuki. Una creatura così debole non può che essere umana, pensò, cadendo sulle ginocchia davanti a lui e asciugandogli le lacrime, ancora incerto sul da farsi.

“Tsuzuki…” Provò a chiamarlo, ma lui continuava a piangere. “Tsuzuki, sei un idiota!” Gli gridò, sempre più spaventato, prendendolo per il colletto della camicia e scuotendolo. L’altro finalmente lo guardò come se fosse sorpreso di trovarselo davanti, e solo allora Hisoka riuscì a calmarsi, almeno un po’. “Tu sei umano, Tsuzuki. Te lo garantisco.”

“Hisoka…”

Se una creatura così fragile non è umana, cos’altro potrebbe essere?, si domandò, mentre poggiava la fronte su quella dell’altro.

“Sei umano, lo sei sempre stato.” Gli mormorò, asciugandogli le lacrime. “Quindi non piangere.”

Tsuzuki non disse nulla, lasciando che gli cancellasse le tracce di pianto dal viso e che continuasse a ripetergli di non piangere; il ragazzo, incoraggiato dal fatto che avesse smesso di versare lacrime, aprì gli occhi, guardando il viso dall’espressione infinitamente triste che aveva di fronte e rendendosi conto che non voleva vederlo in quello stato, ma non sapeva cosa fare per impedirlo. Cos’avrebbe fatto Tsuzuki nella situazione inversa? Cosa aveva fatto tutte le volte che era stato lui a piangere come se volesse esaurire tutte le sue lacrime?

Timidamente Hisoka passò le braccia intorno al collo dell’altro e lo attirò a sé, in un abbraccio leggero e insicuro; Tsuzuki però non fece nulla e lui quasi si tirò indietro, temendo d’aver fatto la cosa sbagliata, quando le braccia dell’altro shinigami gli cinsero la vita, ricambiando l’abbraccio debolmente. Hisoka lo sentì singhiozzare ancora un po’ e gli accarezzò i capelli, poi, finalmente, le lacrime sparirono.

 

Rosso

 

Guardò il suo avversario dritto negli occhi, stringendo la spada fin quasi a farsi male sui palmi: non poteva né voleva perdere, non proprio quando era riuscito a trovare un modo per far crollare i muri di Tsuzuki, non proprio quando si era reso conto che lui rappresentava più di un collega di lavoro.

“Avanti! Cosa aspetti?!” Lo incitò l’avversario, sorridendo deciso, sicuro che anche stavolta l’attacco del ragazzino sarebbe andato a vuoto ed il suo l’avrebbe preso in pieno. Lo aveva già colpito ripetute volte, non risparmiandogli nemmeno una ferita; il suo sangue aveva inzuppato i suoi vestiti, rendendoli pesanti, rossi e scomodi, ma Hisoka continuava imperterrito a tenere ben salda la spada, nonostante gli insistenti richiami di Tatsumi e Watari. Poteva colpirlo tutte le volte che voleva, poteva anche piantargli la lama nel petto, ma lui non si sarebbe arreso: alla fine sarebbe riuscito a salvare Tsuzuki.

Hisoka si lanciò in avanti, gli occhi lucidi per il dolore ed il cuore che gli batteva impazzito nel petto, per l’ansia di dover fare in fretta, il più presto possibile, per poter arrivare dal suo partner e salvarlo. La lama lo colpi sul fianco e lui perse per un attimo la lucidità, accecato dal dolore; quando si ritrovò di spalle al suo avversario, strinse i denti, ansimando per la sofferenza e sentendo altro sangue che gli scivolava lungo la pelle: rosso su bianco. Si voltò furioso, con le lacrime agli occhi per la rabbia: possibile che fosse così debole? Tsuzuki non avrebbe mai permesso a nessuno di trattenerlo così a lungo se lui fosse stato in pericolo.

“Avanti! Non abbiamo ancora finito!” Gridò all’altro uomo, che ancora gli dava le spalle.

“No, abbiamo finito, invece.” Gli disse il proprietario del Kokakurou, rilassando i muscoli ed abbassando la spada.

“No! Non ancora!” Gridò ostinato il ragazzino. “Devo batterti! Devo salvare Tsuzuki!” La sua famiglia.

L’uomo si voltò, mostrando un piccola ferita sul viso, sorridendogli. “Allora vai, ragazzino.” Gli disse semplicemente, lasciando cadere a terra i due pass per entrare nel laboratorio di Muraki.

 

Troppo

 

Le fiamme avvolgevano l’intero edificio e Hisoka osservava atterrito la scena davanti ai suoi occhi, del tutto incapace di capire cosa dovesse fare in quel momento per salvare Tsuzuki.

Tatsumi-san sembrava deciso a lasciarlo morire, come se non gli importasse davvero di lui, come se rispettare la sua scelta di suicidarsi fosse la cosa migliore da fare e Hisoka non capiva perché; non sapeva se lasciare che le fiamme consumassero Tsuzuki fosse la cosa giusta solo perché quello era ciò che Tsuzuki desiderava in quel momento. Ma sapeva che lui non poteva accettare una cosa del genere.

Perdendo Tsuzuki, Hisoka era convinto che avrebbe perso tutto ciò che con fatica aveva conquistato nella sua vita da shinigami: una casa, degli amici, una famiglia… Cose che non aveva mai avuto, troppo preziose per permettere a quello stupido di portargliele via solo perché in quel momento i sensi di colpa per il suo passato e le morti delle due studentesse avevano risvegliato erano più forti di qualsiasi altra cosa, anche del suo istinto di sopravvivenza.

“Non lo lascerò morire.” Sussurrò, guardando senza più incertezze l’incendio che si consumava davanti a loro.

Tatsumi scosse la testa. “Non vuole essere salvato, Kurosaki-kun. Non puoi salvarlo…” Disse, abbassando mestamente lo sguardo.

“Allora morirò con lui!” Esclamò il ragazzino voltandosi verso di lui, solo per un attimo, prima di buttarsi nel rogo, incurante dei richiami di Watari.

Il calore era insopportabile e le fiamme gli vorticavano intorno, guizzando verso di lui e bruciacchiandogli i vestiti; si guardò intorno, cercando disperatamente Tsuzuki, e lo vide, seduto a terra che incitava Toda a bruciare tutto, ad ardere anche lui.

“Tsuzuki!” Lo chiamò, volando in aria e protendendosi verso di lui per farsi vedere. Lo shinigami alzò lo sguardo, sorpreso, fissandolo come se fosse un’apparizione. “Avanti, vieni qui! Non puoi muoverti? Aspetta, vengo io da te!” Hisoka parlava velocemente, senza capire come avrebbe fatto a convincerlo ad andare via da quell’inferno di fiamme.

“Hisoka, va’ via!” Gli intimò l’altro. “Verrai ucciso anche tu!”

“Non ho fatto tutta questa strada per vederti morire, stupido!” Ribatté il ragazzino, lanciandosi verso di lui ed arrivando davanti a Tsuzuki appena in tempo per ascoltarlo mentre parlava, mormorando.

“Ne ho abbastanza, Hisoka… Ho vissuto troppo a lungo.” Sussurrò, piangendo. “Sono stanco.”

Si stava arrendendo e non aveva la minima voglia di combattere; non per sé stesso e nemmeno per lui, che era il suo partner, che aveva salvato così tante volte, incoraggiandolo costantemente. Hisoka rimase a guardarlo con gli occhi larghi e sconvolti, mentre le lacrime gli scivolavano sulle guance senza che nemmeno se ne accorgesse; non era giusto, pensò un attimo prima di buttarsi fra le braccia di Tsuzuki, stringendolo forte.

“Hisoka! Non puoi restare qui, tu…”

“Non me ne vado senza di te!” Gli gridò, la faccia premuta contro il suo petto e le lacrime che bagnavano il tessuto. “Non voglio restare da solo… Il mio posto è qui, accanto a te.” Singhiozzava disperatamente, più per la paura di vedere l’altro sparire da sotto i suoi occhi, com’era accaduto quando Muraki l’aveva rapito, che per la paura di morire. Era pronto a farlo dal momento in cui aveva messo piede lì dentro, e non aveva alcun dubbio a riguardo: se Tsuzuki non voleva andarsene da quel luogo, se Tsuzuki voleva davvero morire, allora lui l’avrebbe seguito, perché nulla avrebbe avuto più senso senza di lui.

Finalmente le braccia del suo partner lo strinsero, con la stessa disperazione con cui lui si era aggrappato a Tsuzuki; e per Hisoka fu come se finalmente fosse riuscito a farsi accettare da lui, come se finalmente, anche se avessero continuato ad esserci dei segreti sul suo passato, Tsuzuki fosse pronto ad appoggiarsi a lui. Gli permetteva di restare con lui perché, Hisoka lo sapeva bene, nemmeno lui voleva restare da solo; avevano bisogno l’uno dell’altro, non importava dove sarebbero finiti.

 

Vita

 

Quando Tsuzuki lo raggiunse nel giardino, Hisoka finse di non essersene accorto.

“Non ti ammalerai, vestito così leggero?” Gli chiese lo shinigami più grande, affiancandosi a lui, con un sorriso.

“Lo stesso vale per te.” Gli rispose Hisoka, lapidario, mentre iniziava a passeggiare, seguito dall’altro. “Hai chiesto a Tatsumi-san di Muraki, stamattina, vero?”

Tsuzuki annuì, il suo sorriso vacillò per un istante. “Sì, ma…”

“Lo so che è ancora vivo. Qualcosa l’ha portato via dalle fiamme… L’ho sentito un attimo prima che Tatsumi ci salvasse.” Il ragazzo si sbottonò il polsino della camicia, mostrando l’avambraccio sul quale la maledizione di Muraki era ancora ben visibile sotto la luce della luna piena. “E poi la sua maledizione non è ancora stata cancellata.”

Hisoka…”
“Non importa. Questo vuol dire che posso ancora vendicarmi…” Mormorò deciso, richiudendo il bottone. Tsuzuki gli sorrise di nuovo e si avvicinò a lui, guardandolo dritto negli occhi: sembrava volerlo abbracciare da un momento all’altro, ma non lo fece, limitandosi a dire che insieme ce l’avrebbero fatta di sicuro.

Hisoka ricambiò lo sguardo, scrutando gli occhi dell’altro, temendo di trovarvi ancora quel vuoto e quella tristezza che vi aveva visto durante l’incendio, ma non trovando nulla di tutto ciò. Trattenne a stento un sorriso, ma i suoi occhi brillarono di gioia: Tsuzuki non se ne sarebbe più andato dal suo fianco.

 

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Note: Il titolo della ff riprende il titolo dell'omonima canzone dei Bagdad Café.

 

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