Facciata

 

Tsuzuki sapeva che ad Hisoka piaceva ostentare una certa indipendenza, in tutto ciņ che faceva, ma soprattutto nella vita affettiva; era un modo per dimostrare agli altri che sapeva fare il suo lavoro e che, nonostante avesse l’aspetto di un sedicenne, era abbastanza maturo da riuscire a cavarsela da solo.

Ma Tsuzuki ricordava anche quando si era gettato fra le fiamme per salvarlo, per salvare ciņ che gli permetteva di considerare l’ufficio la sua casa, il collante che lo teneva unito agli altri, la sua famiglia.

Lui sapeva perfettamente che Hisoka, nonostante cercasse di comportarsi da persona matura, era solo un ragazzino insicuro, che aveva sofferto tanto la mancanza d’affetto da parte dei suoi genitori; quanta indipendenza poteva avere un ragazzo come lui?

Era perfettamente autonomo, era vero; ma quando si trattava di rapporti affettivi diventava insicuro, pauroso. Aveva bisogno d’essere preso per mano e guidato pazientemente.

Ma Hisoka non l’avrebbe mai ammesso, nonostante probabilmente ne fosse pienamente cosciente.

Per questo, quando si svegliava, dopo essersi raggomitolato vicino a lui nel sonno, Tsuzuki non gli diceva nulla: Hisoka doveva conservare quella facciata di indipendenza a tutti i costi, per poter andare per la sua strada.

E Tsuzuki questo lo sapeva.

 

 

 

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