
Hitsuzen
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Il ragazzo aprì gli occhi con un leggero tremolio delle
palpebre. La luce bianca che filtrava dalle tende gli ferì lo sguardo:
socchiuse gli occhi, prendendo subito coscienza del posto in cui si trovava,
grazie al candore che lo circondava e all’odore asettico che riempiva la
stanza.
La camera d’ospedale era vuota. Certo, non si aspettava
di trovare qualcuno al suo risveglio, però, una piccola, piccolissima parte
di lui l’aveva sperato, anche se solo per un breve istante, anche se Hisoka
sapeva benissimo che i suoi genitori non potevano fare altro che stargli
lontano. Nonostante lui stesse per morire. Sedici anni, e si ritrovava in un
letto d’ospedale, aspettando la morte, come un vecchio ormai arrivato alla
fine della sua vita.
Hisoka era solo un adolescente, ma
si sentiva stanco come se avesse vissuto più dei suoi sedici anni. Per
questo, principalmente, si diceva che gli andava bene così, che poteva
morire, che non aveva paura della morte perché sarebbe stata solo una
liberazione per lui.
Eppure erano ormai settimane che era lì, troppo debole
per essere dimesso e troppo sano per far credere che stesse davvero per
morire; era in bilico, come se vacillasse da una parte all’altra del confine
fra vita e morte, ma non si decidesse mai a passare definitivamente da un
lato o dall’altro. Per i medici era frustrante: Hisoka non aveva la forza e
nemmeno la volontà di guarire. Per i suoi genitori era una seccatura, come
lo era stato per gran parte della sua vita. Lo sapeva, lo
sentiva. Poteva sentire tutto quello che gli altri provavano a causa
di quel maledetto potere empatico che gli aveva tolto l’affetto dei genitori
ed ora gli stava togliendo anche la vita.
A volte si chiedeva se il disprezzo dei suoi genitori non
fosse una specie di fio da pagare per possedere la capacità di leggere gli
animi altrui, come la capacità di prevedere
il futuro senza essere creduti, come una novella Cassandra; come privarsi
dell’anima, per avere ricchezza e conoscenza, come Faust. Solo che lui, da
bambino, non aveva chiesto a nessuna divinità, a nessuno spirito, a nessun
demone di concedergli quel dono.
Eppure aveva pagato lo stesso. E
stava continuando a pagare.
Il suo potere lo stava lentamente consumando, come un
cancro; non c’erano rimedi, nulla da fare. Era destinato a morire. Ma c’era
sempre quella piccola, piccolissima speranza che gli impediva di crollare,
che impediva alla sua anima di lasciare il suo corpo.
Il ragazzo chiuse gli occhi per un momento, cercando di
cacciare quei brutti pensieri. Voltò la testa di lato, guardando fuori dalla
finestra: il cielo era terso e in lontananza si vedevano poche nuvole
bianche; nel silenzio della stanza poteva sentire i rumori provenienti
dall’esterno: qualche passerotto cinguettava, probabilmente nascosto fra i
rami degli alberi nel cortile; si sentiva un brusio di voci indistinte,
alcune allegre, altre annoiate, altre tristi; poi, come se appartenessero ad
un altro mondo, il rombo delle macchine sembrava lontano chilometri e
chilometri. Hisoka chiuse gli occhi e sospirò: quanto ancora sarebbe dovuto
restare in quel posto? Ci voleva così tanto per morire?
Un rumore di passi veloci fuori dalla porta gli fece trattenere il fiato; il picchiettio dei tacchi passò oltre la sua porta, disperdendosi fra i corridoi. Nemmeno quella mattina c’erano visite per lui.
La porta si aprì all’improvviso, sorprendendolo.
“Buongiorno, Kurosaki-kun.” Disse una voce maschile,
allegramente.
Hisoka si voltò verso l’entrata e vide un giovane uomo
vestito da infermiere che trasportava un carrello: su di esso erano posati
dei vassoi contenenti la colazione. L’infermiere gli sorrideva
spensieratamente, mentre gli si avvicinava con il vassoio della sua
colazione.
Doveva essere nuovo, perché il ragazzo non l’aveva mai
visto prima di allora e, trovandosi lì da più di un mese, ormai conosceva
quasi tutto il personale di quel posto, tra medici ed infermieri. Hisoka si
mise a sedere, osservando quel ragazzo che sembrava non dimostrare più di
venticinque anni; immediatamente, non appena l’infermiere fu abbastanza
vicino, realizzò che non avvertiva nessuna emozione proveniente da lui. Non
che Hisoka andasse ad indagare sui sentimenti altrui, utilizzando la sua
empatia, ma percepire chiaramente gli stati d’animo delle persone che gli
stavano vicino era una cosa a cui era abituato, ormai da anni. Strabuzzò gli
occhi e si concentrò maggiormente, ma il risultato fu esattamente quello di
prima: nulla.
Sollevò gli occhi di scatto, quando
il ragazzo gli parlò. “Immagino che le presentazioni siano dovute, dato che
non ci siamo mai visti.” Disse quello sorridendo; Hisoka lo guardò
stralunato. “Io sono Tsuzuki Asato, sono stato assunto da poco… In realtà
questo è il mio primo giorno di lavoro e sono un po’ nervoso.” Ridacchiò
imbarazzato, ma l’adolescente non avvertì ancora nessuna sensazione.
Questo, da una parte, era un
sollievo: non era piacevole quel suo potere. Ogni volta che qualcuno gli si
avvicinava, Hisoka veniva come assalito dalle emozioni che quella persona
stava provando; la testa gli girava quando erano sensazioni troppo forti ed
ogni volta aveva un leggero senso di nausea. Per questo aveva sempre evitato
il contatto con gli altri, soprattutto con i suoi genitori, le cui emozioni
nei suoi confronti erano sempre spiacevoli. Conosceva bene il disprezzo, la
compassione, la curiosità, il ribrezzo… Non ricordava d’aver mai avvertito
una sensazione piacevole, in tutta la sua giovane vita.
Il fatto che in quel momento, vicino a quell’infermiere,
non sentisse nulla era una cosa nuova, ma non spiacevole.
D’altro canto, però, non sapere cosa stava provando in
quel momento quell’uomo lo spiazzava, lo impauriva. Cosa poteva voler dire
una cosa del genere?
Che quel Tsuzuki non provasse nulla? O che lui stava per
morire? O che… il suo potere era sparito?
Non sapeva cosa pensare, non trovava risposta a tutte
quelle domande. Si limitava a fissare il nuovo arrivato con occhi sorpresi,
perplessi, anche un po’ spaventati.
Tsuzuki ricambiò lo sguardo e, solo allora, Hisoka vide
lo strano colore dei suoi occhi; non erano blu, come aveva creduto
all’inizio, ma non erano nemmeno di un colore che avesse mai visto. Rimase
incantato a guardarli e per un attimo gli sembrò di vedere in quegli occhi
uno sprizzo di compassione.
Distolse lo sguardo, imbarazzato. “Io… sono Kurosaki.
Kurosaki Hisoka.” Borbottò.
“Lo so.” Disse l’altro con un
sorriso. “E questa è la tua colazione.” Aggiunse, sistemandogli il vassoio
davanti, sempre sorridendo.
“Grazie.” Mugugnò il ragazzo, ancora spiazzato da quella
novità.
Tsuzuki rimase a guardarlo per un momento, poi si voltò,
tornando verso il suo carrello. “Finisco il giro e torno da te. Devo
misurarti la febbre.” Disse, un attimo prima di richiudere la porta.
Hisoka, rimasto solo, alzò il viso,
posando lo sguardo proprio sulla porta appena chiusasi. Non sapeva come
reagire davanti a quella sua incapacità improvvisa di leggere gli animi
altrui; continuava a chiedersi se fosse qualcosa che dipendeva da lui o se
dipendeva da quell’infermiere. Con una scelta repentina e determinata,
decise di controllare lui stesso se davvero il suo potere era scomparso
improvvisamente: scese dal letto, poggiando il vassoio della colazione sul
comodino alla sua sinistra, e si mise in piedi. Ebbe un leggero capogiro per
essersi alzato troppo velocemente, ma non appena ebbe riacquistato
l’equilibrio si diresse con decisione verso la porta, barcollando un po’ a
causa della debolezza. Non appena vi fu davanti, la spalancò ed uscì nel
corridoio; prima ancora di rendersi conto se ci fosse o meno qualcuno lì
fuori, venne travolto da una moltitudine di emozioni, l’una diversissima
dall’altra, alcune più forti, altre meno chiare. La testa iniziò a fargli
male, a pulsare come se avesse dovuto scoppiare da un momento all’altro; si
sentì mancare e si appoggiò con tutto il corpo alla porta, avvertendo
intorno a sé solo il caos.
*
Riaprendo gli occhi, Hisoka si sentì stordito ed
indebolito. Era di nuovo nel suo letto e nella stanza sembrava non esserci
nessuno; sospirò contrariato, pensando alla grossa pazzia che aveva fatto.
Il medico gli aveva chiaramente detto che, se si fosse
esposto a più di due persone, gli effetti sarebbero stati quelli; il suo
potere stava degenerando e lui non era mai stato capace di controllarlo. Era
per quel motivo che stava morendo lentamente: più il suo potere aumentava,
incontrollato, più lui s’indeboliva e veniva letteralmente attaccato delle
emozioni altrui.
Un movimento alla sua destra attirò la sua attenzione.
“Ti sei svegliato, per fortuna.” Disse l’infermiere che
quella mattina gli aveva portato la colazione. Una rapida occhiata alla
finestra gli fece capire che non era più mattina, ma che doveva essere pieno
pomeriggio. “Se avessi mangiato quello che ti avevo portato…”
Come se dipendesse da questo…
pensò il ragazzo, mettendosi a sedere, ma vendendo prontamente bloccato
dall’infermiere, che gli mise una mano sul petto, spingendolo verso il
cuscino.
Il contatto con un’altra persona, solitamente, gli
avrebbe causato come minimo uno svenimento; ma non successe nulla. Solo
allora Hisoka ricordò perché quella mattina aveva fatto quella pazzia; ormai
era chiaro che non dipendeva da lui, ma da quel giovane infermiere che si
prendeva cura di lui. Forse l’avevano assunto proprio per quel motivo, per
non recargli danni troppo gravi; forse era solo un caso che quell’uomo si
trovasse lì.
“Ti ho conservato qualcosa da
mangiare.” Lo avvisò allegramente Tsuzuki, mettendogli sotto il naso un
piatto con una fetta di torta. “Lo so che il cibo della mensa non è molto
buono, ma questa torta lo è.” Lo rassicurò, sorridendogli.
Hisoka allontanò il piatto da sé, nauseato. “Odio i
dolci.” Borbottò, girando la testa di lato.
“Cosa?!” L’altro sembrò sconvolto dalla notizia. Il
ragazzo si voltò a guardarlo e lo ritrovò a bocca aperta, con un’espressione
di chiaro stupore sul viso. “Stai scherzando, vero?”
Il ragazzo alzò le spalle e scosse
la testa. “Non mi piacciono; sono troppo… dolci.” Spiegò, osservando la
reazione dell’infermiere.
Tsuzuki si grattò la testa, confuso. “Non ci credo…”
Borbottò fra sé. “Io adoro i dolci…”
“A me non piacciono.” Ribadì il ragazzo, distogliendo lo
sguardo per posarlo sul pavimento.
“Però… da piccolo li mangiavi,
vero? Ti piacevano, no?” Chiese l’infermiere, posando la fetta di torta sul
comodino e sedendosi sulla sedia, vicino al letto.
La scena, vista dall’esterno,
sembrava quanto di più simile ad una visita, ragionò Hisoka, guardando
distrattamente la figura accanto a sé. Scosse la testa, giocherellando con
il bordo del lenzuolo. Quella conversazione lo metteva a disagio; nonostante
l’argomento fosse piuttosto sciocco, il gesto del giovane, che gli si era
seduto accanto, e la sua insistenza nel voler parlare lo facevano sentire
fortemente in difficoltà. Non sapeva se intendere quel vago interessamento
nei suoi confronti come curiosità, come compassione o come derisione; il
fatto, poi, che non potesse avvertire le sensazioni dell’altro lo inibiva
ancora di più. Solitamente, quando si trovava faccia a faccia con qualcuno
(cosa che accadeva solo con i suoi genitori), cercava di essere
accondiscendente, di non far infastidire il suo interlocutore; non sapeva
perché lo facesse, lo faceva e basta, probabilmente perché abituato sin da
bambino a non contraddire suo padre e sua madre.
“No?” Tsuzuki strabuzzò gli occhi. “Beh, sei il primo
ragazzino che incontro che mi dice una cosa del genere… e di ragazzini
strani ne ho incontrati, credimi.”
Hisoka si sentì fortemente offeso
nell’essere definito un ragazzino;
si sentiva molto più maturo dell’età che aveva ed odiava essere paragonato
ai suoi coetanei; nessuno era come lui… Quanti di loro possedevano un potere
come il suo, capace di distruggerlo? Quanti avevano dei genitori che li
disprezzavano e che li temevano? E quanti avevano imparato a convivere con
quella situazione, riuscendo comunque a sopravvivere?
No, lui non si considerava un
ragazzino, nonostante con tutta
probabilità non sarebbe arrivato nemmeno al suo diciassettesimo compleanno.
Lanciò una veloce occhiata all’infermiere che ancora era seduto accanto a
lui e continuava a parlare di dolci, di quanto gli piacessero e di quali
fossero i suoi preferiti.
“Non dovresti occuparti anche degli altri pazienti?”
Chiese Hisoka, chiaramente infastidito da quel chiacchiericcio.
Tsuzuki bloccò il suo discorso a metà; lo guardò prima
con sorpresa, poi gli sorrise con pazienza. “No, il mio turno è finito
mezzora fa. Ero passato per vedere come stavi.” Disse e, capendo che la sua
presenza non era più gradita, si alzò, mettendo da parte la sedia.
“Perché sei venuto?” Si lasciò sfuggire Hisoka. Abbassò
lo sguardo, rosso in viso, vergognandosi di quella stupida domanda.
“Perché volevo sapere se stavi bene.” Gli sorrise
Tsuzuki, fermandosi ai piedi del letto. “E poi per tenerti compagnia quando
ti saresti svegliato. Per tutta la giornata nessuno è venuto a trovarti… Ho
pensato che stare da solo ti mettesse tristezza.” Aveva ancora quel sorriso
condiscendente sulle labbra ed il ragazzo lo trovò fastidioso. Non aveva
bisogno della sua compassione.
“Non ho bisogno di nessuno.” Brontolò, nascondendo poi
metà del volto sotto le lenzuola.
“Lo so.” Disse Tsuzuki ridendo, per poi sparire oltre la
porta.
Hisoka rimase a fissarla, offeso; aveva sentito, in quel lo so, un vago tono canzonatorio. Quel tipo era strano, fastidioso ed in più non poteva conoscere i suoi stati d’animo; doveva ancora decidere se quella era qualcosa di positivo o qualcosa di negativo. Però, in tutti quei mesi all’ospedale, era l’unica persona che si era trattenuta più del dovuto insieme con lui, per tenergli compagnia. Si voltò di fianco, rivolgendo lo sguardo verso la finestra: fuori il sole stava già per tramontare e fra poco qualche altro infermiere, sicuramente stanco e del tutto indifferente a lui, gli avrebbe portato la cena e sarebbe uscito senza nemmeno guardarlo. Pensò invece agli occhi di Tsuzuki fissi sul suo volto; abbassò le palpebre cercando di cacciare via l’immagine. Ma la domanda gli sorse spontanea: perché un estraneo si interessava a lui ed i suoi genitori no?
Note: capitolo usato per il prompt "030. Morte" della mia BDT.
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).