
Hitsuzen
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Hisoka era seduto sul letto, completamente immerso nella
lettura; anche quella mattina aveva aspettato invano la visita di almeno uno
dei suoi genitori, ma, come accadeva ormai da una settimana, l’unico ad
entrare in quella stanza era il nuovo infermiere. Tsuzuki era la sua unica
compagnia e lui si era abituato alla sua presenza; era tutt’altro che
silenzioso, ma il fatto che non avvertisse i suoi sentimenti era qualcosa
che lo rilassava, nonostante il chiacchiericcio continuo dell’altro.
Fortunatamente, Tsuzuki aveva anche altri pazienti a cui badare, anche se
spesso era accaduto che qualcuno dovesse andare a chiamarlo per farlo
tornare a lavorare.
In quel momento, infatti, l’infermiere era in qualche
altra camera, da ormai più di mezzora; Hisoka però sapeva che prima o poi
quel momento di tranquillità sarebbe sparito, non appena l’altro avrebbe
rimesso piede nella sua stanza. Il ragazzo alzò gli occhi dal libro e guardò
la porta, come aspettando che quella si aprisse; l’aveva fatto innumerevoli
volte da quando era lì, aspettando l’arrivo dei suoi genitori. Ora però lo
faceva aspettando l’arrivo di qualcun altro. Doveva ammettere che la cosa
che più lo infastidiva di Tsuzuki era il fatto che lui lo aspettasse e
desiderasse la sua compagnia. L’infermiere non aveva niente di sbagliato (a
parte la continua chiacchiera, s’intende), quell’irritazione dipendeva tutta
da Hisoka: non era abituato ad avere persone intorno e soprattutto non era
abituato a non conoscere gli stati d’animo di quelle persone. Aveva sempre
sentito forte a chiara la compassione che quelle persone provavano nei suoi
confronti; a volte riusciva addirittura a percepire il pensiero
“Povero ragazzino”, anche se probabilmente era solo frutto di una
sua suggestione.
Ma con Tsuzuki questo non accadeva ed il ragazzo non
riusciva a capire se il suo modo di comportarsi, il suo volergli stare
vicino in ogni momento libero della giornata fosse dovuto proprio a quella
stessa compassione che lui conosceva bene o se fosse dovuto a qualcosa di
sconosciuto. In fondo, per quale altro motivo una persona così vivace come
Tsuzuki avrebbe dovuto perdere il suo tempo con lui, che non era altro che
un ragazzino, per di più morente?
Se glielo avesse chiesto, cosa che comunque non avrebbe
fatto nemmeno sotto tortura, sapeva che l’altro gli avrebbe risposto con un
sorriso ed una frase che l’avrebbe spiazzato.
Hisoka tornò a guardare il suo libro, per il quale ormai
aveva perso tutto l’interesse; lo ripose sul comodino e guardò fuori dalla
finestra: quel giorno pioveva a dirotto e tutti gli altri rumori erano
soffocati dal picchiettare della pioggia. Gli piaceva, perché sembrava che
costruisse intorno a lui un muro impenetrabile, dove nessun sentimento
sarebbe potuto entrare, stordendolo. Inoltre, nei giorni di pioggia,
quand’era ancora piccolo ed il suo potere non si era ancora manifestato, sua
madre si sedeva accanto a lui, parlandogli del giorno in cui era nato: anche
quel giorno pioveva a dirotto, ma a lei era sembrato il giorno più bello e
luminoso della sua vita. Ovviamente quei racconti si erano interrotti non
appena Hisoka aveva dimostrato di possedere qualcosa di diverso dagli altri
bambini e, probabilmente, da tutto il genere umano; non aveva mai capito
perché quel suo potere veniva temuto così tanto, soprattutto perché quando
si manifestava lui perdeva i sensi, risvegliandosi solo dopo pochi minuti.
Era stato uno svenimento particolarmente duraturo a farlo
finire in ospedale; lì, il suo medico gli aveva detto che il suo potere
stava crescendo velocemente e a dismisura, presto sarebbe diventato troppo
potente per essere sopportato dal suo debole corpo. Sua madre era scoppiata
in lacrime ed era uscita dalla stanza, suo padre, invece, era rimasto nella
stanza a parlare con il dottore; in quel momento, Hisoka aveva avvertito il
suo sollievo per quella notizia e si era sentito mancare di nuovo, solo che
quella volta non era per colpa del suo potere, bensì per il turbamento che
quella scoperta gli aveva recato. Conosceva suo padre, conosceva i
sentimenti che provava nei suoi confronti, ma non si sarebbe mai aspettato
una cosa del genere, nel sapere che suo figlio sarebbe morto.
La decisione di rimanere in quella clinica fu in un certo
senso condivisa. Hisoka non voleva tornare a casa, perché in quel momento
stare lontano dai suoi genitori gli era sembrata la cosa più giusta per sé
stesso; ciononostante, serbava ancora dentro di sé la sempre più flebile
speranza che uno dei due lo andasse a trovare, per regalargli un sorriso,
una carezza, un qualsiasi gesto d’affetto, che da troppi anni ormai non gli
concedevano più.
E poi, come un fulmine a ciel sereno, era arrivato
Tsuzuki. Dal nulla spuntava fuori questo strano personaggio che non faceva
altro che stargli vicino, parlargli, sorridergli in una maniera che non
avrebbe potuto definire in nessun altro modo se non benevola, amichevole, a
volte quasi paterna.
Era tanto strano, quindi, che lui desiderasse la sua
compagnia?
In quel momento la porta si aprì ed il soggetto due suoi
ultimi pensieri gli si presentò davanti, con una scatola in mano e con un
sorriso raggiante sul viso.
“Ehilà, come stai oggi?” Chiese, mentre richiudeva la
porta alle sue spalle e si avvicinava al letto.
Hisoka alzò le spalle, guardandolo mentre prendeva la
sedia, sistemandola accanto al letto, e vi si sedeva su. “Come ieri.”
Mormorò, guardando di soppiatto la scatola: era chiusa in modo da formare
una specie di piccolo bauletto e, sul lato, recava una scritta in eleganti
caratteri dorati, senza dubbio il nome del negozio dal quale proveniva.
Tsuzuki notò il suo sguardo curioso e ridacchiò. “E’ per
te.” Disse, mentre posava il contenitore sul comodino ed iniziava ad
aprirlo. “Stamattina sono passato in pasticceria, prima di venire al
lavoro.”
Ci risiamo, pensò
sconsolato Hisoka, alzando gli occhi al cielo. Era da una settimana che si
conoscevano e da una settimana Tsuzuki cercava di fargli mangiare qualche
dolce; ovviamente all’inizio Hisoka era stato piuttosto reticente a mettere
in bocca anche solo una briciola di quello che per lui era veleno, ma alla
fine aveva ceduto, più che altro costretto dall’insistenza dell’altro e dai
suoi continui agguati con forchetta alla mano.
“Mi hanno assicurato che questo è il dolce meno dolce che
esista.” Esclamò vivacemente Tsuzuki, mettendo fuori un pasticcino molto
semplice e dall’aria poco invitante. “Ne ho presi due per te e due per me…
anche se i miei sono più dolci e non penso che ti piacciano.” Aggiunse,
mentre gli porgeva il dolcetto.
“Non ho fame.” Disse Hisoka, ancora prima di pensarlo.
Scivolò sotto le coperte e nascose la bocca dietro il lenzuolo, ben
consapevole di quello che stava per accadere.
“Eddai, l’ho preso apposta per te!” Piagnucolò
l’infermiere, già iniziando a tirare il bordo della coperta per scoprirgli
il viso.
“Non te l’ho chiesto io!” Gli rispose il ragazzo,
stendendosi di fianco e tappandosi la bocca con entrambe le mani.
A quello seguì un momento di silenzio, durante il quale
Hisoka si chiese se l’altro si fosse già arreso. Sbirciò oltre la spalla e
si ritrovò davanti l’espressione afflitta dell’altro: Tsuzuki lo guardava
come un cucciolo abbandonato guarda i passanti, gli mancavano solo le
orecchie basse e che uggiolasse infelicemente e sarebbe stato davvero un
cane.
“Ti prego, sono sicuro che questo ti piacerà.” Eccolo,
l’uggiolio.
Hisoka alzò gli occhi al cielo e si mise a sedere sul
letto; se non si fosse arreso, quella sceneggiata sarebbe andata avanti fino
a notte inoltrata e lui non aveva le forze per reggere quella situazione, né
tanto meno ne aveva voglia. Prese il pasticcino dalla mano dell’altro e,
senza pensarci, lo morsicò.
Non appena il pezzo di dolce toccò la sua lingua, Hisoka
capì che c’era qualcosa che non andava: era vero, non era molto dolce, ma…
era umido, quasi bagnato di… liquore.
Iniziò a tossicchiare non appena l’aroma dell’alcol gli
entrò in gola e dovette mettersi le mani davanti alla bocca per impedirsi di
sputare il boccone. Tsuzuki lo guardò preoccupato e lui ricambiò con
un’occhiata omicida, prima di correre in bagno e chiudersi dentro.
L’infermiere, rimasto solo ed allibito davanti ad una
reazione così esagerata, provò ad assaggiare il dolce che aveva dato ad
Hisoka e capì che probabilmente quella non era una reazione poi così tanto
esagerata.
Sorrise tra sé e mise da parte i due pasticcini che aveva
preso per il ragazzo; forse doveva davvero rinunciare a fargli apprezzare i
dolci…
Sospirò, improvvisamente triste; ci era cascato di nuovo
e stavolta era certo che sarebbe stato più doloroso del solito. Era solo un
ragazzino, anche se, certo, di ragazzini ne aveva visti morire, ma erano
amati, con loro c’era sempre qualcuno che volesse loro bene; Hisoka non
aveva nessuno, era sempre solo e lui non voleva che morisse triste. In
realtà, arrivato a quel punto, non voleva proprio che morisse, ma quello
purtroppo non lo poteva impedire nessuno, tantomeno lui.
La porta del bagno si riaprì e Tsuzuki cancellò dal suo
viso ogni traccia di malinconia, guardando in direzione di Hisoka con
sguardo colpevole. “Mi dispiace…” Mormorò, nella sua voce lamentosa.
Il ragazzo lo guardò con gli occhi rossi, evidentemente
il sapore troppo forte l’aveva fatto lacrimare. “Non azzardarti a portarmi
di nuovo qualche… qualcosa del genere.” Sibilò, tenendosi alla maniglia
della porta come se stesse per cadere. Tsuzuki gli andò incontro per
aiutarlo a tornare al letto, ma Hisoka rifiutò il suo aiuto. “Volevi
avvelenarmi?” Chiese una volta arrivato al letto, sedendosi su di esso e
guardandolo con aria accusatoria.
“Certo che no.” Rispose l’infermiere, tornando a sedere
sulla sedia.
“Non dirlo in quel tono.” Borbottò il ragazzino,
guardando il pavimento. In realtà, a colpirlo non era stato tanto il tono di
voce usato, quanto lo sguardo mortificato dell’altro. “Sembra quasi che
invece volevi davvero liberarti di me…” Dopo aver detto quello, Hisoka si
morse la lingua: non voleva che quella frase suonasse in quel modo, né tanto
meno voleva dare l’impressione che ci pensasse davvero ad un futuro
abbandono dell’altro.
“Ma che dici?” Chiese Tsuzuki, avvertendo la tensione
dell’altro e cercando di impedire che si diffondesse ulteriormente. “La
prossima volta assaggerò prima di portarti un dolce.” Disse, sorridendo
allegramente.
“Non voglio che me ne porti. E’ stupido insistere in
questo modo: se non mi piacciono, non mi piacciono e basta!” Rispose
bruscamente Hisoka, incrociando le braccia e guardando in malo modo l’altro.
“Mi hai detto stupido!” Esclamò l’infermiere, fingendosi sconvolto.
“Se ti comporti così non fai che dimostrare di esserlo!”
Lo rimbrottò il ragazzo, subito pentendosi di averlo fatto; agitandosi in
quel modo non faceva altro che stancarsi. Subito, infatti, si accasciò sul
letto, tenendosi la testa con una mano. Concentrato sul suo capogiro, si
accorse all’improvviso che Tsuzuki lo stava sorreggendo con un braccio e lo
guardava preoccupato, quasi in colpa.
“Ehi… Tutto bene?” Chiese, parlando a bassa
voce, come se temesse che un tono più alto avrebbe potuto recargli danni
ulteriori.
Hisoka annuì e lasciò che l’altro lo facesse stendere sul
letto. Si sentiva confuso per via dell’improvvisa vertigine, ma il
disorientamento era nulla in confronto alla rabbia che provava in quel
momento; continuava a comportarsi come uno stupido nei confronti dell’unica
persona che sembrava sinceramente preoccupata per lui. E continuava ad
essere infastidito dal fatto di non conoscere il motivo di quell’interesse.
“Meglio che ti lasci riposare…” Mormorò Tsuzuki,
scostando la sedia per mettersi in piedi. Hisoka lo osservò alzarsi e poi
gli afferrò la manica bianca della maglia; l’infermiere si bloccò,
voltandosi verso di lui con curiosità ed un vago sorriso sorpreso sulle
labbra.
Il ragazzo esitò un momento, poi lasciò andare la presa,
fissando la parete che gli stava davanti. “Non volevo dirti che sei
stupido.” Sussurrò, dopo un attimo di indecisione. Non era esattamente ciò
che voleva dire; avrebbe voluto chiedergli
Perché? ma poi aveva avuto paura della risposta. L’altro avrebbe
potuto rispondergli che per lui era solo un dovere, che non aveva
particolare interesse in lui, che per lui era un paziente come un altro.
“Non me la sono presa.” Gli rispose sorridendo Tsuzuki,
voltandosi verso di lui, come se aspettasse che l’altro aggiungesse
qualcosa. “So che non lo pensi davvero… Cioè… almeno non lo pensi sempre.”
Si corresse, nemmeno lui troppo sicuro della reale opinione che il ragazzo
avesse di lui.
“Stupido…” Borbottò Hisoka, alzando gli occhi al cielo.
L’infermiere rise e il ragazzo lo guardò di nascosto, provando quasi
l’istinto di ridergli dietro; nascose il viso sotto le coperte e fece un
piccolo sorriso, che si rifletté anche nei suoi occhi, permettendo a Tsuzuki
di vederlo.
Sorridendo, si avvicinò a lui e gli scostò i capelli che
gli erano finiti davanti agli occhi; poi, nascondendo il suo gesto
d’affetto, gli mise la mano sulla fronte, controllandone la temperatura.
“Niente febbre.” Borbottò, allontanandosi e rimanendo a guardarlo un attimo
in più.
Hisoka ricambiò lo sguardo, perplesso; l’altro lo stava
guardando con intensa malinconia. Si sentì come se quello sguardo lo stesse
trafiggendo, quando si rese conto che non era semplice tristezza quella che
si rifletteva negli occhi viola dell’altro: era come se Tsuzuki gli stesse
dicendo che si sentiva in colpa, come se gli chiedesse scusa. Ma forse era
solo una sua impressione; il momento dopo, l’infermiere gli sorrise,
allontanandosi verso la porta.
“Ci vediamo più tardi.” Gli disse, uscendo dalla stanza e
richiudendo la porta alle sue spalle.
Hisoka rimase a fissarla, chiudendo gli occhi dopo un po’. Si sentiva davvero stanco e poi, se si fosse addormentato, il tempo che lo separava dalla successiva visita di Tsuzuki sarebbe passato più velocemente.
Note: capitolo usato per il prompt "059. Cibo" della mia BDT.
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).