
Hitsuzen
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Tsuzuki entrò nella stanza di Hisoka silenziosamente; si
richiuse la porta alle spalle lentamente e si avvicinò al letto, con passo
incerto. Quando vi fu accanto, rimase in piedi a fissare il volto rilassato
del ragazzino dormiente; carezzandogli delicatamente i capelli si chiese se
stesse sognando e, se sì, chissà cosa. In quelle due settimane non era
quella la prima volta che, durante il turno
di notte, si intrufolava nella camera del ragazzo e lo guardava dormire,
come a voler vegliare sul suo sonno. Sapeva che se Hisoka si fosse
svegliato, sarebbe stato sorpreso di trovarlo lì e avrebbe iniziato a fare
domande; ma sapeva anche che sarebbe stato felice di sapere che c’era,
nonostante, con tutta probabilità, avrebbe fatto del suo meglio per
mascherarlo.
Quello che non riusciva a spiegarsi era perché sentisse
il bisogno di stargli accanto; era vero che si era affezionato a quel
ragazzino, probabilmente anche troppo, date le circostanze ed il suo lavoro,
ma era stato inevitabile: il modo con cui Hisoka mascherava i suoi stati
d’animo era qualcosa che Tsuzuki aveva fin da subito considerato tenero. Poi
c’era quella sua determinazione a controllarsi sempre, quella sua forza
d’animo con cui affrontava la sua lenta malattia e quei rari sorrisi che gli
illuminavano gli occhi e che scaldavano il cuore. Hisoka non era dissimile
dai tanti adolescenti con i quali Tsuzuki aveva suo malgrado avuto a che
fare; ma era unico e mai prima di allora gli era capitato di volersene
andare prima di aver assolto il suo compito, mai gli era successo di
desiderare di prendere il posto del suo assistito pur di evitargli la
morte.
La prima luce dell’alba iniziò a rischiarare il cielo,
poi la stanza si tinse di un chiarore roseo e soffuso, tipico di quel
momento del mattino. Tsuzuki si sedette e poggiò la testa sul letto,
afferrando la mano di Hisoka a tenendola stretta: anche volendo, non poteva
impedire la sua morte e poi, quando Hisoka avesse scoperto il motivo per cui
gli stava sempre vicino, non l’avrebbe capito. Nessuno di quelli che aveva
visto morire l’aveva capito. In fondo, nessuno accetta realmente la morte
con serenità.
Hisoka si svegliò quando un flebile raggio di sole gli si
puntò dritto sugli occhi. Sbatté ripetutamente le palpebre e si voltò
dall’altro lato, per sfuggire a quella prima luce del mattino, quasi
sussultando quando vide la figura china sul letto.
Si rassicurò immediatamente nello scoprire che si
trattava di Tsuzuki che si era addormentato. Ancora intontito dal sonno,
scrutò il viso dell’altro, nascosto dietro il braccio, che gli faceva da
cuscino, e dai capelli castani: l’espressione che intravedeva su quel viso
gli sembrava inquieta, come quella di qualcuno che sta avendo un incubo.
Preoccupato, fece per scuotere l’altro e svegliarlo, ma scoprì che la sua
mano era tenuta ben stretta da quella dell’altro; sorpreso, dimenticò dei
suoi propositi e fissò le loro dita intrecciate: era una sensazione strana,
in qualche modo familiare, che sembrava ricordargli dell’infanzia e di
quando i suoi genitori gli tenevano la mano dopo un incubo. Il gesto di
Tsuzuki però era diverso: più che voler rassicurare, sembrava voler essere
rassicurato.
Hisoka guardò di nuovo l’espressione turbata
dell’infermiere e strinse la presa; quel gesto sembrò bastare a farlo
svegliare. Scattando seduto, Tsuzuki si guardò intorno per un attimo e poi
fissò il ragazzo ancora steso a letto, che lo fissava dal basso, con due
limpidi occhi indagatori.
“Buongiorno.” Disse, abbassando lo sguardo, incapace di
reggere quell’improvvisa tensione che l’aveva preso, non appena quegli occhi
si erano fissati nei suoi.
“Tutto bene?” Chiese Hisoka, sollevandosi lentamente, per
evitare capogiri indesiderati.
Tsuzuki tentò di ridere. “Questo dovrei chiederlo io a
te.” Disse, cercando di suonare scherzoso.
“Tsuzuki…” Mormorò l’adolescente, abbassando la testa.
“Io sto per morire. Che importa sapere come sto?” Chiese, sollevando lo
sguardo e quasi non sorprendendosi di vedere l’espressione afflitta
dall’altro. “Però è importante sapere come stai tu… perché…” Non riuscì a
completare la frase subito, avrebbe voluto dire troppe cose in una volta
sola e non riusciva a capire da dove cominciare. “Tu ti preoccupi sempre per
me ed io… Voglio dire, ci sono momenti in cui mi sembri così triste e così,
insomma, mi sembra che tu non… Che tu sia lontano.” Si morse la lingua e
scosse la testa. “Lascia perdere.” Biascicò, rosso in viso.
Tsuzuki lo guardò per un momento con sorpresa, poi
sorrise sinceramente: aveva capito perfettamente cosa volesse dire il
ragazzino e quelle parole gli avevano scaldato il cuore con un calore che
sembrava non conoscere più da tanto tempo. “E’ una bella mattina.” Disse,
indicando l’alba radiosa fuori dalla finestra.
Hisoka annuì, ancora impacciato da quello che aveva
cercato di dire poco prima.
“E’ molto presto e nel corridoio non ci sarà nessuno.
Vieni.” Disse, mentre sollevava le coperte e lo tirava su. Il ragazzino lo
guardò sorpreso e perplesso, assecondandolo docilmente.
“Che vuoi fare?” Chiese dopo un po’, quando fu preso in
braccio.
“Ti porto a cambiare aria. Da quanto tempo non esci da
questa stanza?”
Sulla terrazza c’era un piacevole venticello fresco ed i
primi raggi di sole che li investivano sembravano calde carezze sui loro
volti. Hisoka era in piedi, si teneva stretto al corrimano, ma non si
sentiva così in forze da tanto tempo, nonostante le gambe sembrassero
volergli cedere da un momento all’altro; accanto a lui, Tsuzuki lo guardava
allegramente, felice di vederlo così sereno.
“L’alba è uno dei momenti più belli della giornata,
vero?” Gli chiese, con un sorriso.
Hisoka annuì distrattamente, voltandosi a guardarlo. “In
giro non c’è davvero nessuno.” Constatò, tranquillo.
“Allora dovremmo venire qui più spesso, non pensi?”
Hisoka annuì di nuovo, mostrandogli un flebile sorriso.
Poi abbassò di nuovo la testa, fissando le mani che stringevano il
parapetto. “Riguardo quello che ho detto prima… Tu sembri conoscere tutto di
me, sembri capire subito come mi sento. Io con te non riesco mai a… Tsuzuki,
perché non riesco a percepire i tuoi sentimenti?” Chiese, trovando
finalmente il coraggio di esprimere una delle tante domande che dal loro
primo incontro lo avevano tormentato.
Tsuzuki fece un sorriso, per niente sorpreso. “Mi
aspettavo questa domanda da molto ed ho la risposta pronta da diverso
tempo.” Fece una breve pausa per guardare l’altro negli occhi. “Non li puoi
avvertire perché so come controllarli. E’ un procedimento difficile da
spiegare e non lo capisco appieno nemmeno io.” Sorrise e per un attimo
Hisoka lo guardò stupito, incredulo, eppure, nonostante l’incredulità, si
fidava ciecamente di quello che l’altro gli aveva detto.
Quel dubbio era stato dipanato e questo, in qualche modo
lo faceva sentire più leggero. “Non ti esponi per me… oppure perché hai
paura che io possa scoprire qualcosa su di te?” Chiese, inclinando la testa
e guardando l’altro con attenzione.
Tsuzuki rimase perplesso a fissarlo; poi sorrise, facendo
un piccolo sbuffo. “A questa domanda non ci avevo pensato…” Ammise,
grattandosi la nuca con fare casuale, voltandosi poi a guardare il paesaggio
davanti a loro.
Hisoka lo guardò, aspettando ancora un po’ che
rispondesse. Quando questo non avvenne, abbassò il capo rassegnato, capendo
che la risposta a quella sua domanda non poteva che essere una via di mezzo
fra le due possibilità. Si voltò con un sussulto, quando l’altro iniziò a
parlare.
“In realtà, Hisoka, non ti ho risposto in maniera del
tutto sincera, prima. So come
controllare i miei sentimenti, questo era quello che dovevo dirti ed è
vero, ma so spiegarti anche il motivo.” Si voltò, fissando l’altro in modo
molto serio; Hisoka non l’aveva mai vista quell’espressione sul volto
dell’altro e ne rimase sconvolto. “Gli shinigami hanno poteri che gli umani
nemmeno possono immaginare; essendo fatti di spirito, possono controllare
tutto ciò che è spirito come loro, quindi anche i propri sentimenti e le
proprie emozioni.”
“Mi stai dicendo che sei un… uno shinigami?” Chiese
Hisoka, sgranando gli occhi. Non sapeva se credergli davvero o se
rimproverarlo per averlo preso in giro di nuovo; Tsuzuki, però, sembrava
troppo serio per star mentendo.
“Non mi stupisce che tu non mi creda.” Disse quello,
sorridendo in maniera priva di allegria. “Nemmeno io ci crederei.” Aggiunse
flebilmente, stringendo la mani attorno al corrimano.
“Tu… perché mi prendi in giro?” Chiese Hisoka, assumendo
un’espressione furiosa.
“Il problema è proprio questo: non ti sto prendendo in
giro, ma non mi credi.” Affermò Tsuzuki, continuando a stringere la presa e
guardando il ragazzo accanto a sé di sbieco.
“E come faccio a crederti se continui a schermarti?”
Chiese, alzando la voce, il ragazzo, mentre chiudeva gli occhi per
nascondere il loro rossore. Si accasciò improvvisamente a terra, stanco e
scosso da una vertigine; fece un paio di profondi respiri per riprendersi e
una lacrima stillò dai suoi occhi. Tsuzuki gli fu subito accanto,
inginocchiandosi di fianco a lui e sostenendolo; rimase sorpreso nel vederlo
piangere.
“Io mi fido di te… perché tu non fai altrettanto?”
“Se lasciassi liberi i miei sentimenti, tu ne verresti
travolto… Ricordi cos’ha detto il medico? Più ti esponi, meno tempo hai a
tua disposizione.” Disse allarmato l’altro, afferrandolo per le spalle con
delicatezza.
“Tempo per fare cosa? E poi che razza di dio della morte
sei se cerchi di allungarmi la vita invece che togliermela?” Biascicò Hisoka
fra le lacrime, mentre tentava di asciugarsi gli occhi sfregandoseli con le
mani.
“Hai detto che non mi credevi…”
“Non ti credo, infatti!” Gli gridò in risposta, venendo
di nuovo sopraffatto dalla sua debolezza. “Se solo tu…”
“Hisoka, sei troppo scosso e indebolito ora per
affrontare questo discorso. Vorrei che tu mi credessi, ma non posso
importelo e non è questo che mi interessa, ora. Adesso voglio solo che tu ti
calmi.” Disse con severità Tsuzuki, mentre tentava di prenderlo di nuovo in
braccio per riportarlo nella sua stanza.
“Ma io posso sapere se stai dicendo la verità! Ti prego!”
Lo supplicò il ragazzo, aggrappandosi a lui, mentre si divincolava, per non
essere sollevato da terra.
“Sei troppo debole…”
“Lo so! Ma devo morire comunque!”
“Ma io non voglio che tu muoia.”
Quel sussurro sembrò calmare Hisoka, che guardò l’altro
in viso con un’espressione sorpresa: lo guardò negli occhi e per la prima
volta capì che non aveva bisogno del suo potere per sapere se Tsuzuki gli
stava mentendo; per la prima volta, comprese che poteva leggere gli stati
d’animo altrui anche semplicemente guardando nei loro occhi. Lasciò che
l’altro lo sollevasse da terra, si lasciò avvolgere dall’abbraccio dello
shinigami, senza dire nulla; gli passò le mani intorno al collo e si strinse
a lui, chiudendo gli occhi. Mentre si avviavano verso la porta, strinse
maggiormente la presa.
“Io ti credo. E tu… non puoi fare niente per impedirmi di
morire, vero?” Chiese, conoscendo già la risposta.
“No. Vorrei, ma non ne ho il potere: io posso togliere la
vita agli umani, ma non posso allungarla.” Disse, pieno d’amarezza Tsuzuki,
stringendo a sé il ragazzo.
“Non importa.” Mormorò Hisoka, poggiando il capo sulla
sua spalla. “E comunque non voglio essere salvato da uno stupido come te.”
Brontolò.
Tsuzuki rise, sapendo che anche l’altro stava sorridendo, di nascosto.
Note: capitolo usato per il prompt "031. Alba" della mia BDT.
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).