
Hitsuzen
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Seduto sulla solita sedia, Tsuzuki guardava Hisoka
dormire profondamente; erano ormai giorni che passava la maggior parte del
tempo dormendo, questo perché il suo potere si era fortificato ulteriormente
ed ora il ragazzino era capace di avvertire gli stati d’animo altrui anche
se completamente isolato nella sua stanza. Quella mattina suo padre, dopo
essere stato contattato dall’ospedale per avvertirlo del peggioramento delle
condizioni del figlio, si era presentato lì per discutere con i medici; gli
avevano consigliato di far passare ad Hisoka quegli ultimi giorni in casa,
sperando che lì potesse trovare un po’ di tranquillità e che potesse
affrontare il suo destino con maggior serenità. Kurosaki-san aveva
commentato con amarezza che difficilmente in casa avrebbe trovato serenità e
tranquillità, ma aveva comunque deciso di portare suo figlio con sé.
Tsuzuki si era proposto di andare con lui, per assistere
Hisoka, ma gli era stato freddamente risposto che Kurosaki-san aveva già
risolto quell’aspetto della questione. Non era comunque un problema per lui
intrufolarsi in casa di Hisoka e stargli vicino; voleva solo rassicurarlo di
quello.
Guardò il ragazzino di nuovo e gli passò una mano fra i
capelli, tirandoli indietro e mostrando la fronte pallida; Hisoka non si
mosse, continuando a dormire profondamente.
Solo qualche giorno fa, un gesto del genere sarebbe bastato a farlo
svegliare, pensò Tsuzuki mestamente; si riscosse da quel pensiero,
sapendo di avere poco tempo a disposizione, e si decise a scuotere per le
spalle il ragazzo. Dopo un po’, gli occhi di Hisoka si aprirono con qualche
incertezza e, dopo un momento di confusione, si puntarono sul volto ormai
amico di Tsuzuki. Lo shinigami gli sorrise, carezzandogli teneramente i
capelli.
“E’ ora?” Chiese Hisoka, stancamente.
Tsuzuki fece una piccola risata. “No, non ancora. Ti
riportano a casa, Hisoka.”
“Non voglio tornare a casa.” Mormorò il ragazzino,
chiudendo gli occhi e allungando la testa, alla ricerca di quelle carezze.
“Voglio stare con te.”
“Ma io ci sarò comunque.” Lo rassicurò, posandogli una
mano sulla guancia.
“Me lo prometti?” Chiese sempre più sofferente Hisoka,
mentre percepiva sempre più forti le presenze al di fuori della stanza.
“Sì, ora torna a riposare.”
“Se non mantieni la promessa, giuro che t’ammazzo.”
Brontolò l’adolescente, mentre sprofondava di nuovo in un profondo sonno.
Tsuzuki sorrise mestamente.
Bella minaccia ad uno shinigami,
pensò.
Quando Hisoka si risvegliò, si ritrovò in un’ampia stanza
che subito riconobbe come la sua vecchia camera da letto; era solo e,
fortunatamente, non avvertiva che in modo appena percettibile le altre
persone all’interno della casa. Il trasferimento era avvenuto mentre lui
dormiva, ciononostante, anche nel sonno, aveva percepito chiaramente i
pensieri di tutte le persone che gli stavano attorno: era stato
particolarmente stancante ed ora era quasi felice di essersi svegliato.
L’unica cosa che gli creava disturbo era ritrovarsi di nuovo in quella casa,
dove i suoi genitori l’avevano trattato con tanta freddezza e con enorme
disprezzo. Quel luogo gli ricordava tutto quello che aveva dovuto passare
per gran parte della sua vita e non aveva mentito a Tsuzuki quando gli aveva
detto di non volervi tornare.
Avendo sperimentato cosa fossero la considerazione, le
attenzioni e l’affetto di qualcuno, non si accontentava più delle occhiate
gelide di suo padre, delle sue parole fredde o della completa e triste
indifferenza di sua madre; ora che sapeva cosa significava essere importanti
per qualcuno, non voleva più costruirsi l’illusione di essere importante per
i suoi genitori. Gli bastava Tsuzuki…
“Dove sei?” Chiamò, guardandosi intorno, ma non vedendo
lo shinigami da nessuna parte.
Improvvisamente, però, avvertì l’avvicinarsi di qualcuno;
prima ancora che la porta si aprisse, Hisoka capì che suo padre stava per
entrare nella stanza.
“Papà…” Chiamò flebilmente, quando lo vide entrare.
L’uomo gli sembrava ancora imponente come quando era un
bambino e quello, insieme ai sentimenti negativi che provava nei suoi
confronti, lo impaurivano tremendamente; si chiese quanto fosse disperato,
prima di incontrare Tsuzuki, per voler stare con una persona che sembrava
provare solo disprezzo per lui.
“Ti sei svegliato.” Constatò l’uomo, sedendoglisi
accanto, ma non abbastanza da poter allungare una mano e toccarlo.
“Sì.” Mormorò il ragazzino, abbassando il capo e
fissandosi le mani giunte.
“Abbiamo deciso di portarti a casa poiché l’hanno
consigliato i medici, sperando che tu possa passare questi ultimi giorni in
tranquillità.” Spiegò l’uomo, con voce rigida. Hisoka sapeva che suo padre
riteneva quel trasferimento solo un’azione puramente simbolica; entrambi
sapevano che lì lui non avrebbe trovato altro che rancore, solitudine e
vuoto.
“Grazie.” Biascicò, mentre cercava di non venir
sopraffatto dall’amarezza con cui il padre gli si rivolgeva e che tutto il
suo essere emanava; amarezza, insieme ad una buona dose di delusione,
rassegnazione, impotenza.
Sapeva che suo padre non lo amava come un padre avrebbe
dovuto, ma aveva sempre sperato di avvertire in lui, almeno una volta, un
po’ di attaccamento nei suoi confronti, un minimo di considerazione. Gli
bruciava ancora non avvertire nulla di tutto ciò, gli faceva ancora male al
cuore sapere che, per lui, la sua morte non era peggiore della sua vita,
anzi, probabilmente la morte del suo unico figlio non era che una
liberazione. Hisoka avrebbe voluto ignorare quel sentimento, ma non ci
riusciva, non ne aveva mai avuto il potere, né la capacità; sentì il
familiare pizzicore delle lacrime che premevano sugli occhi per uscire e si
portò una mano sulla fronte.
“Mi sento poco bene.” Mormorò.
Suo padre si alzò, dirigendosi verso la porta, con
sollievo. “Riposa.” Gli ordinò, prima di scomparire dietro la porta.
Hisoka allora si lasciò andare alle lacrime,
sorprendendosi del fatto che ne avesse ancora da versare per ciò che suo
padre non gli aveva mai dato, per come era sempre stato trattato. Scosso dai
singhiozzi, con il volto affondato fra le mani, si accorse all’improvviso
che era stretto fra le braccia di Tsuzuki. Si aggrappò a lui disperatamente,
sordo a tutto ciò che lo shinigami gli diceva; pensava di essere capace di
affrontare suo padre senza star male, senza piangere. Evidentemente si era
sopravvalutato.
“Shh, non piangere, Hisoka.” Gli disse con gentilezza
Tsuzuki, nonostante fosse consapevole del fatto che quelle parole non
avrebbero mai sortito l’effetto desiderato.
“Dov’eri? Perché mi hai lasciato solo?” Chiese fra i
singhiozzi il ragazzo, stringendo spasmodicamente la giacca dello shinigami.
“Ero qui, ma non potevo farmi vedere. Ero vicino a te,
Hisoka.” Gli mormorò piano, carezzandogli i capelli e cercando di
tranquillizzarlo.
“Se tu non ti schermassi, io l’avrei saputo che c’eri!”
Rispose Hisoka con amarezza.
“Lo sai che non posso, non sei in grado di…”
“Smettila!” Gridò, tirandogli un pugno dietro la schiena.
“Sto per morire, che m’importa? Voglio morire ora! Ti odio, perché non mi
uccidi adesso? Non importerebbe a nessuno! A nessuno!” Hisoka iniziò ad
agitarsi nell’abbraccio di Tsuzuki, tirandogli pugni sulla schiena,
continuando a piangere disperatamente.
Lo shinigami sapeva bene che non ce l’aveva con lui, ma
che non aveva altro modo di sfogare la rabbia nei confronti di suo padre e
di sua madre, quindi lo lasciò fare, finché non gli cadde sfinito fra le
braccia, con il respiro affannato ed il viso pallido madido di sudore e
lacrime.
“A loro non importa nulla di me. A nessuno importa.”
Farfugliò, aggrappandosi alle spalle dell’altro per non cadere a terra.
“A me importa, Hisoka.” Mormorò Tsuzuki, cullandolo e
tenendogli la testa contro il petto, carezzandogli i capelli.
Hisoka aprì lentamente gli occhi e li fissò su di lui.
“Gli shinigami si affezionano sempre agli umani che devono uccidere?”
Chiese, tentando si concentrarsi solo su Tsuzuki e sul suo abbraccio.
“No.” Gli sorrise quello, asciugandogli le lacrime.
“Sei uno stupido, Tsuzuki.” Mormorò il ragazzo, prima di
crollare nel sonno.
“Lo so…” Borbottò Tsuzuki, baciandogli la fronte e
stendendolo sul letto.
I giorni passavano lentamente; le visite del padre di
Hisoka arrivavano puntuali, ogni giorno a metà mattina e a metà pomeriggio.
Ogni volta il ragazzo si ritrovava a piangere, ma non fu mai disperato come
la prima volta; Tsuzuki lo trovava triste, ma ormai Hisoka si era abituato a
quel trattamento. La madre, invece, andò a visitarlo un’unica volta; fu un
incontro terribilmente vuoto: la donna non si avvicinò nemmeno al letto del
figlio, rimase a fissarlo da lontano, senza dire una parola. Ma Hisoka
poteva avvertire benissimo i suoi sentimenti, tutto quello che avrebbe
voluto dirgli e che non aveva il coraggio di fare. Anche allora il ragazzo
pianse, consolato dall’abbraccio dello shinigami.
Nel mentre, anche l’intensità dell’empatia era cresciuta
e la vicinanza delle persone era ormai diventata intollerabile per il
giovane, che, ogni volta, doveva fare uno sforzo enorme per non crollare. Le
visite di Kurosaki-san si fecero sempre più brevi, con grande sollievo di
Hisoka e di Tsuzuki, preoccupato per lo stato d’animo del ragazzo.
Era notte fonda quando venne svegliato dall’adolescente;
si tirò a sedere, cercando di disincastrarsi dall’abbraccio in cui aveva
avvolto Hisoka, ma questi glielo impedì, trattenendolo per le braccia.
“Non ce la faccio più.” Mormorò nel silenzio della notte.
“Ho ancora molto da vivere?”
“Hisoka…” Sussurrò tristemente Tsuzuki. “Non parlare in
questo modo.”
“Mi sento sempre più debole.” Disse il ragazzo, lasciando
la presa sullo shinigami, perché le mani avevano iniziato a tremargli per lo
sforzo. “Ed odio le visite di mio padre.”
Tsuzuki si stese di nuovo vicino a lui, carezzandogli i
capelli. “Lo so.” Gli mormorò semplicemente, non sapendo cos’altro dirgli.
“E odio non sapere cosa provi.” Gli occhi verdi di Hisoka
si puntarono sul viso dell’altro, con malcelata rabbia.
“Lo sai che ora ti ucciderei se…”
“Ma è esattamente quello che devi fare!” Hisoka alzò la
voce, pentendosene subito; lo sforzo gli fece girare vorticosamente la testa
e perse coscienza per qualche attimo. Quando riaprì gli occhi, Tsuzuki lo
fissava con preoccupazione.
“Vedi cosa succede?” Gli mormorò amaramente. “Pensi che
per me sia facile vederti ogni giorno più debole?”
“Ma non puoi farci niente, Tsuzuki. Non puoi impedire che
io muoia, me l’hai detto tu stesso.” La voce di Hisoka era flebile per lo
sforzo, ma era severa, come non lo era mai stata.
“Ma…”
“Smettila, Tsuzuki!” Gli intimò nuovamente il ragazzo.
“Non voglio sentire altri ‘ma’ ed altri ‘sei troppo debole’. Me l’hai
ripetuto troppe volte, me l’hai negato per troppo tempo. Non ti sto
chiedendo di farmi vivere, ti sto chiedendo di farmi sapere cosa provi.
Capisci? Sono io che te lo sto chiedendo! Io che ho sempre cercato di
evitare il contatto con gli altri proprio per non avvertire il loro stati
d’animo.”
Nel buio, Tsuzuki vide luccicare le lacrime che
scendevano silenziosamente sulle guance del ragazzino. Hisoka allungò una
mano e gli asciugò gli occhi. “Perché piangi, stupido?” Gli chiese, con una
flebile nota di divertimento nella voce.
“Perché… sei la prima persona che mi dimostra così tanta
fiducia. Sei l’unica persona che si sia mai lasciata andare completamente
con me. E perché non meriti di morire, non voglio che tu muoia.” Sussurrò,
sopraffatto dalle lacrime. Si chinò sul ragazzo e lo abbracciò con forza,
tenendoselo stretto al petto e sentendolo ricambiare la stretta con tutta la
forza che ancora possedeva.
Si staccò da lui, poi, e lo guardò fisso negli occhi; gli
sorrise e gli carezzò di nuovo i capelli, posandogli un bacio sulla fronte.
Poi, esitando un attimo, gli baciò le labbra, delicatamente.
Hisoka lo guardò imbarazzato, dopo di che scostò lo
sguardo.
“Va bene.” Disse Tsuzuki. “Lascia che ti abbracci, però.”
Hisoka si lasciò stringere di nuovo, per un attimo.
“Sei
pronto?”
“Mhm.”
Tsuzuki strinse forte il ragazzo, stringendo gli occhi e
lasciando cadere le lacrime.
Hisoka venne improvvisamente travolto da tutte le
emozioni che fino ad allora Tsuzuki si era tenuto dentro; sorprendentemente,
il ragazzo si accorse di essere capace di riconoscerle tutte, di capire
perfettamente come si sentisse Tsuzuki e non solo perché poteva sentirlo;
amarezza, rimpianto, tristezza, ma felicità e amore, amore infinito. Era
esattamente così che si sentiva anche lui. Aprì debolmente gli occhi,
nonostante si sentisse mancare le forze e guardò Tsuzuki: piangeva e lui
avrebbe voluto dirgli di non farlo, ma la voce non gli uscì dalla bocca.
Lo shinigami aprì gli occhi: Hisoka gli regalò un’ultima occhiata, un piccolo sorriso. Poi chiuse gli occhi, con serenità.
Note: Ricordo
ancora benissimo la sensazione che provai quando scrissi quest'ultimo
capitolo; ero tristissima e mi misi a piangere, nonostante continuassi a
ripetermi che quella era la fine che avevo sempre sognato di far fare ad
Hisoka. Stupido da parte mia piangere per quello che io stessa ho scritto,
no? Beh, spero che non vi faccia la stessa cosa, perché ho pianto proprio
tanto XD
Capitolo
usato per il prompt "027. Genitori" della mia BDT.
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).