
Il tuo principe, finché morte non ci separi
"Sono solo una ragazza che sta di fronte ad un
ragazzo e gli sta chiedendo di amarla." (Notting Hill)
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La guardava di sbieco, sbirciandola da sotto la frangia castana; era strano avere intorno una ragazza della sua età, un’adolescente come lui – o quasi – perché Hisoka non aveva mai avuto la possibilità di avere a che fare con i suoi coetanei, soprattutto con delle ragazze.
Tsubaki aveva qualcosa di particolare, in un certo senso era qualcosa di magico, che aveva il potere di attirarlo, di incuriosirlo. Forse era la facilità con cui riusciva a parlargli, pur conoscendolo da così poco tempo, o forse era il suo modo di fare, sempre così solare; forse era per la semplicità con cui, durante il loro primo incontro, lo aveva baciato, quasi come fosse stata una bambina desiderosa di far passare il dolore con un bacio; oppure, forse, era solo incuriosito da quella creatura così diversa da lui, quella ragazza che adorava Muraki.
“Izumi, ho freddo. Rientriamo?” Gli chiese Tsubaki, distogliendolo dalle sue riflessioni; nonostante quel nome – Hibiki Izumi – gli fosse estraneo, gli piaceva il modo in cui lei lo pronunciava, perché le sue labbra si piegavano sempre all’insù, e la sua voce era delicata e dolce. “Questo sarebbe il momento in cui ti sfili la giacca e la metti sulle mie spalle.” Rise la ragazza, socchiudendo gli occhi e guardando divertita il modo in cui Hisoka, dopo un attimo di perplessità, si sbrigava a liberarsi della sua giacca. “Ah, non importa. Rientriamo?” Chiese di nuovo, porgendogli la mano.
Lo shinigami rimase a guardarla imbarazzato, poi afferrò la sua mano con delicatezza e la condusse all’interno. “Del resto tutta quest’aria fredda non ti fa bene.” Brontolò, incapace di dire qualcosa di meglio. La sentì ridacchiare alle sue spalle, e di nuovo arrossì d’imbarazzo. Vuoi essere il mio principe?, gli aveva chiesto e lui non aveva davvero rifiutato, così come non aveva nemmeno davvero detto di sì, ma aveva capito che con Tsubaki-hime funzionava così: si lasciava trasportare dove lei voleva, perché era troppo concentrato a studiarla, a cercare di capire come funzionasse il suo amore per quel mostro, a come funzionasse lei.
Arrivati davanti alla sua camera, Hisoka le lasciò la mano e la guardò impacciato, mentre lei entrava in camera; si voltò verso di lui, la porta semi aperta, ed un sorriso a salutarlo. “Ci vediamo domani, Izumi.”
Hisoka annuì, aspettando che lei chiudesse la porta, ma Tsubaki tentennò un attimo; dopo quel momento di insicurezza, la ragazza gli sorrise di nuovo, quasi timidamente. “Non è che io ti stia usando perché voglio essere salvata da qualcosa, Izumi.”
Il ragazzo, preso in contropiede da quell’affermazione, si limitò a guardarla, la fronte leggermente corrugata, nel tentativo di capire dove volesse arrivare.
“In queste due settimane, potremmo far finta d’essere… diversi. Dimentichiamo tutti gli altri, e facciamo finta che io sia solo una ragazza che sta di fronte ad un ragazzo e… Oh, lascia perdere, è sciocco.” Mormorò imbarazzata; poi si sporse in avanti, dandogli un bacio sulla guancia e augurandogli la buonanotte. Hisoka restò fermo ancora qualche istante a fissare la porta chiusa e poi s’incamminò verso la sua stanza, trovandola ovviamente assediata dal suo partner.
Tsuzuki era stranamente impegnato a leggere dei rapporti, sicuramente di lavoro, ma non appena lo sentì rientrare, lo accolse con un enorme sorriso.
“Dov’è Gushoshin?” Chiese il ragazzo, guardandosi intorno.
“Sul ponte, cerca di mettersi in contatto con l’ufficio da lì.” Rispose Tsuzuki, senza accennare a far sparire il suo sorriso dal viso. “Com’è andata la serata con Tsubaki-hime?” Domandò, eccessivamente entusiasta.
“Fa’ discorsi strani.” Rispose il ragazzino, lapidario, mentre si sfilava la giacca e la lasciava sullo schienale di una sedia.
Il suo collega sollevò le sopracciglia, senza capire. “Che intendi con discorsi strani?” Poi fece un’espressione maliziosa e gli diede una gomitata. “Oh… Ho capito.”
Il viso di Hisoka s’infiammò dall’imbarazzo e, in dose ancor maggiore, dalla rabbia; diede uno schiaffo alla nuca del compagno, che capitombolò a terra, e incrociò le braccia, furioso. “Ma che ti salta in mente?” Domandò, guardando l’altro che si rimetteva in piedi, ridacchiando.
“Ti stavo prendendo in giro… Tu sei troppo candido per…”
“Di’ ancora una parola e dirò a Tatsumi-san in che modo hai sperperato i soldi che ci ha dato l’ufficio.”
L’espressione di Hisoka era a dir poco minacciosa, pertanto Tsuzuki decise di non proseguire con le sue prese in giro; in fondo lo sapeva bene quanto il ragazzino fosse suscettibile. “Allora, cosa ti ha detto Tsubaki?” Domandò, sedendosi su una poltrona e guardando il suo partner incuriosito.
Hisoka gli lanciò un’altra occhiata d’ammonimento, poi sembrò riflettere un momento su quanto fosse opportuno parlargli di ciò che gli aveva detto Tsubaki-hime. Non era esatto dire che non avesse capito ciò che gli aveva detto, ma restava il fatto che l’avesse trovato piuttosto strano, perché, al contrario di quanto lei aveva affermato, Hisoka era abbastanza sicuro che in verità lo stesse davvero usando, non esattamente in modo negativo. La situazione di Tsubaki era più delicata di quanto lei stessa volesse far credere – probabilmente prima di tutto a sé stessa – e la sua ammirazione per Muraki non faceva che peggiorare il quadro; se Hisoka poteva in qualche modo aiutarla a venir fuori da quella situazione, che avrebbe finito con il ferirla, era disposto a farlo, anche se il tempo era limitato a quelle due settimane di crociera. Ma come doveva comportarsi? Lui che sfuggiva ai rapporti con le persone, spaventato dai loro sentimenti, dalle loro emozioni, terrorizzato dal fatto di non essere capace di gestire la situazione, di non riuscire a fare la cosa più appropriata perché si era sempre sentito inadeguato, inutile, non voluto. Forse poteva chiedere consiglio a Tsuzuki. “Mi ha detto… di far finta di essere diversi.” Mormorò.
Tsuzuki lo guardò aggrottando la fronte e arricciando le labbra, senza capire.
Il ragazzino sospirò. “Mi ha detto di far finta d’esserci solo noi e di immaginare d’essere solo una ragazza ed un ragazzo. Io penso che la ‘morte’ di Muraki l’abbia sconvolta, ma che non riesca a liberarsi dell’amore che provava nei suoi confronti.”
Il più grande lo guardò preoccupato. “Tu non credi che lui sia morto.”
Hisoka gli lanciò un’occhiata e fece un cenno d’assenso, secco. “Ma lei ne è convinta. Dovrei… Dovrebbe approfittare di questo per dimenticarlo.”
“Tu puoi aiutarla.” Sorrise Tsuzuki, incoraggiante.
“Forse lei vuole che io l’aiuti. Ma mi ha detto… che non vuole essere salvata da niente.”
“Ti ha chiesto di essere il suo principe…” Ragionò lo shinigami più grande, pensieroso. “I principi salvano le principesse, di solito.”
“Non essere sciocco, lo sai che il paragone non funziona in questa storia. Lei è la signora delle camelie.” Brontolò spazientito Hisoka, pensando che quel discorso non stava portando da nessuna parte, nonostante avesse sperato, per un attimo solo, che il suo collega potesse essere di qualche aiuto.
“Forse ti stava chiedendo di amarla?”
Il ragazzino sgranò gli occhi, fissandoli su Tsuzuki; aveva un’espressione concentrata che in realtà tradiva il tentativo di non guardarlo, come se stesse cercando deliberatamente di evitare il suo sguardo. Tralasciando quel particolare, Hisoka si rese conto d’aver avuto la stessa sensazione, lì, sull’uscio della camera di Tsubaki; in effetti, chiedergli di amarla era un po’ come chiedergli di salvarla. Ma come? E da cosa? Muraki era teoricamente morto, e lei l’avrebbe gradualmente dimenticato; in più, il tempo della crociera si faceva man mano più breve e Hisoka non aveva tempo di pensare a come agire da principe.
Sospirò, poi alzò le spalle, come per dimettere la cosa. “Vado a dormire. Buonanotte, Tsuzuki.”
“Buonanotte.” Mormorò l’altro, flebilmente, ma Hisoka non se ne accorte.
***
Guardò il corpo ormai senza vita di Tsubaki e la pistola gli cadde dalle mani; non sapeva nemmeno per quale motivo l’avesse fatto: perché era stata lei a chiederglielo, a pregarlo di ucciderla? Forse perché anche quello era un modo per liberarla da Muraki?
Era così arrabbiato, con lei, con quel mostro, ma soprattutto con sé stesso, perché nonostante avesse deciso di aiutarla e di proteggerla alla fine non c’era riuscito. Aveva sperato di poter salvare almeno lei dagli artigli di quell’uomo crudele, perché in un certo senso era come salvare se stesso; erano entrambi oggetti, due bambole nelle mani di Muraki, utili solo per il lasso di tempo a lui necessario per ottenere ciò che voleva e poi maledetti e gettati via. Se fosse riuscito a salvare lei, che lo amava nonostante sapesse della sua crudeltà, nonostante sapesse che il dottore non provava assolutamente nulla per lei, forse sarebbe riuscito a salvare una parte di sé stesso, quella che era rimasta intrappolata in quella notte, la notte in cui aveva incontrato Muraki ed era stato maledetto.
Ma non c’era riuscito, anzi, aveva aiutato Muraki ad uccidere Tsubaki. L’aveva finita per lui, come se fosse davvero la sua marionetta.
Forse aveva ragione lei: Hisoka non poteva salvarsi da solo, ma aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse. Per un attimo, durante quella crociera, aveva pensato che quel qualcuno potesse essere lei, perché, in fondo, loro due erano uguali: perseguitati dal fantasma di Muraki, incapaci di liberarsi di lui. Ma Tsubaki gli aveva detto che non era lei, la persona di cui aveva bisogno, qualcuno che lo proteggesse, che lo confortasse, che lo capisse; qualcuno capace di perdonargli qualsiasi cosa.
Ma chi?, la domanda risuonava nella sua mente frastornata dal dolore e dalle esplosioni. La nave sarebbe colata a picco in poco tempo e con lei sarebbe scomparsa anche Tsubaki-hime, ma tutto ciò che riusciva a pensare Hisoka era di non essere stato in grado di fare niente e che non sapeva chi fosse quella persona.
“Hisoka!” La voce di Tsuzuki lo riscosse dal suo dolore; il ragazzino alzò gli occhi e lo vide che gli tendeva la mano, dal bordo di un elicottero spuntato chissà da dove. Non ci pensò, non riusciva a pensare altro che alle parole di Tsubaki e a correre verso la mano tesa di Tsuzuki.
Colui che ti ama è proprio lì, accanto a te.
Hisoka corse verso di lui, le lacrime che avevano iniziato a rigargli le guance senza che lui se ne accorgesse; si gettò tra le sue braccia, sentendosi improvvisamente fragile e piccolo. L’elicottero, pilotato da Tatsumi-san, si alzò in volo, allontanandosi dalla Queen Camelia, mentre la nave affondava lentamente; Tsuzuki disse qualcosa e l’altro uomo rispose, ma Hisoka non ascoltava: fissava le macchie di sangue – il sangue di Tsubaki-hime – che gli sporcavano le mani.
“Non va via…” Mormorò, sconvolto. Il suo partner lo guardò e si accorse che tremava da capo a piedi, come se fosse nudo in mezzo ad una bufera di neve.
“Io l’ho uccisa. Ho usato la pistola di Muraki… Ho ucciso Tsubaki-hime.” Sussurrò il ragazzino, gli occhi verdi sgranati dall’orrore, come se solo in quel momento, mentre lo diceva ad alta voce, la cosa diventasse reale. “Diventerò come lui, un giorno? Mi abituerò ad uccidere… ed imparerò a farlo solo per il gusto di…”
“No, non diventerai mai così. Tu non sei come lui.” Tsuzuki lo abbracciò, tenendolo stretto a sé. Sentiva il battere placido del suo cuore ed i suoi sentimenti, per la prima volta, ebbero lo strano effetto di calmarlo; le lacrime continuarono a scendere, mentre Hisoka pensava che aveva detto quelle parole sapendo che Tsuzuki le avrebbe negate; era un codardo e per quel motivo era scappato da Tsubaki: non poteva salvarla, perché lui stesso aveva bisogno d’essere salvato.
Qualcuno che ti protegga; qualcuno che ti conforti; qualcuno che ti
capisca.
Qualcuno che conosca il tuo passato e che ti perdoni tutto.
Quella persona era Tsuzuki.
Note: questa ff mi è stata ispirata da quella del Tessoro, la sua prima ff su Yami che mi ha resa tanto tanto felice. Avendo anche da poco rivisto gli OAV e avendo sempre adocchiato al prompt "Lei" della BDT pensando a Tsubaki, beh... Era ora che la scrivessi XD mi ha lasciato piuttosto perplessa la scrittura di questa storia perché è sempre un po' difficile, per me, riuscire a scrivere storie così lunghe senza perdermi in deliri fuoriluogo; ma alla fine, perdendoci un intero pomeriggio, è venuta fuori, esattamente come la volevo io. Beh, più o meno XD
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Tea House Moon © Chu, dal 01 Giugno 2008. Tutte le fanfic che troverete qui sono © di Chu, le canzoni, le citazioni ed i personaggi appartengono invece ai rispettivi autori. E' assolutamente vietato prelevare qualunque cosa da questo sito sine esplicito permesso. Sito non a scopo di lucro (dannazione!).